Andy Roddick: 10. Non si è mai visto così magro, così svelto, così furbo: mai. Avendo un debole per Stefanki e non per Roddick tendo a credere che l’intervento del
guru texano sia stato determinante. Eroico in finale, penso che al suo posto molti farebbero la fine di
Andrei ‘I am back’ (come no!)
Medvedev (torni dal nulla, perdi la partita della vita dopo averla quasi vinta, ritorni nel nulla). Quella volée alta di rovescio su uno dei quattro set point nel secondo parziale grida vendetta e rimarrà lì, a suggerire che un altro mondo sarebbe stato possibile. Invece no, l’ordine cosmico è intatto e Roddick è un campione da
single Slam. Per chi mi vuol rinfacciare di non aver mai creduto in lui: tranquilli, la vostra sete di vendetta sarà placata. Scorrete solo fino al fondo.
Roger Federer: 9 1/2. Una prof delle superiori soleva teorizzare la relatività del voto. Se un asino rende da 6 oggettivo allora vale 8, perché ha fatto il massimo. Se uno da 10 rende solo 8, allora prende 6 perché ha battuto la fiacca. Qui mancava lo spray antiFederer, Nadal, e il calabrone Ruggero svolazzava per i prati, indisturbato o quasi, fino alla settima finale consecutiva. Nella quale ha giocato così così dal fondo, così così a rete, ma ha servito come un Roddickvic (anche un po’ di Ivo, sì) invasato. 50 ace, quasi metà dei quali nel quinto set, robe da matti. Come lui nessuno mai? Numericamente sì. Ma i numeri sono stupidi: non sanno che Rod Laver, e ignorano che pure Doherty, e non calcolano che lo stesso Sampras, e non ricordano che però Borg, né indicano che Nadal. Ma soprattutto, per dirla con Stefano Semeraro: chissenefrega?
Tommy Haas: 9. Quando il tennis era Sampras, Agassi e ancora una coda di Becker, Edberg, Stich la ramanzina a Tommy era comune. Bravo, si diceva, però tira troppo a occhi chiusi, è un po’ un ‘legno’, e quando gioca spegne il cervello. Sarà la solita pappa nostalgica a far notare che sì, è vero, con la maturità Haas ha messo testa e colpi a posto e non gioca sempre il jolly, ma che per quanto si sia ingentilito fa un po’ specie vederlo assurgere al rango di esempio della nobiltà anche nel serve&volley? A parte questa inutile querelle: gran tennis, il suo, a Parigi, ad Halle e pure a Wimbledon. A tratti è stato il miglior gioco visto sui court. Vale i top ten nel rendimento e anche nei gesti bianchi. O biancheggianti, insomma… Va bene, la smetto.
Francesca Schiavone: 9-. Perché la prof del liceo la ascoltavo. Bravissima. Troppo forte Elena Dementieva (5: basta, con questa storia che è forte, è migliorata, è maturata, è alta e bella, potente e snella. Basta coi match point e alla fine la spunta l’altra. Vincere qualcosa di grande, grazie!)
Il tetto sul Centrale: 8 (ma anche 3). Voto all’effetto notturno del complesso di Church Road nel match maratona tra Murray e Wawrinka: molto alto. Sono un esteta, che volete. Voto alle implicazioni tecniche: molto basso. Il sole dà ancor più noia quando taglia il campo, e Roddick nel momento fatale ne ha fatto un po’ le spese con tre stecche, chissà quanto dovute alla luce; a tetto chiuso l’umidità rasenta quella della foresta pluviale e le palle si gonfiano come gatti. Sarà anche che patisco la sindrome infantile delle costruzioni (avete presente i bambini che fanno ‘ooooo’ davanti ai cantieri?) ma vedere gli inglesi, che sono molli e lenti e pallosi, rivoltare Wimbledon come un calzino e poi pensare a noi che stiamo lì, per degli anni, a disegnare un campetto su carta senza riuscire a decidere se spostarlo un metro su, o giù, a destra o a sinistra…
Andy Murray: 7+. Se fosse anche solo lontanamente simile all’idea di un giocatore vagamente simpatico avrebbe preso qualcosa di più. Ma il suo essere capotifoso di se stesso, il portarsi dietro quell’angolo che nemmeno nel wrestling… Eh, un po’ di poesia la toglie. Regge da campione l’urto con la valanga di aspettative made in UK, il ragazzo ha le spalle larghissime. Tornerà qui, tornerà in finale, vincerà e gli inglesi smetteranno, finalmente, di piangere miseria, loro che hanno un top ten da quasi 15 anni (prima Rusedski e Tim Henman, adesso Andy il cattivissimo). Resteremo noi a lamentarci, e qualcuno a risponderci che no, che stiamo benissimo, che la crisi è psicologica e la creiamo noi col pessimismo. Argomento di gran moda, peraltro.
La giacca di Stefano Meloccaro nel giorno della finale: 7 1/2. Ve la siete persa? Affari vostri.
Luca Bottazzi: 6/7. Spalla tecnica vergognosamente perculeggiata su Internet da un manipolo di sapientoni da divano, facinorosi e bislacchi. Cui rispondo così: “Risultati concreti si ottengono soprattutto attraverso il supporto di professionisti competenti di comprovata esperienza e l’applicazione rigorosa di programmi metodologici e didattici di qualità riscontrabile” (fonte autentica, sia chiaro). Seconda cosa: Luca Bottazzi è stato “allenatore di diversi giocatori/trici professionisti, tra cui il più famoso è stato lo svedese Bjorn Borg” (questa è la foto, sul sito ufficiale, che lo testimonia). Io non ho mai allenato Borg. E voi, che tanto avete da criticare, chi avete mai guidato se non gli omini di Virtua Tennis? Chi scrive, poi, ha un suo ricordo di prima mano, targato 1998 durante i campionati nazionali under 18. Da coach della promessa Alessia Biffi, una specie di pila alcalina dei campi rossi, Luca la incitava contro Alberta Brianti: “Non devi giocare per vincere il primo set, devi giocare per arrivare alle due ore”. Era l’embrione della “serie lunga”, credo.
Paolo Canè: 6. Spedisce un sms a Jacopo Lo Monaco, beatamente impegnato in missioni di snorkeling nel Pacifico: “Ciao, chi ha vinto tra Federer e Haas?” Numero un(ico).
Finale in casa Williams: 4. Yawn. Ho guardato Law&Order.
Mark Philippoussis: 3. Nel 2003, reaparecido, nella prima finale de Federeregno. Oggi mette all’asta la casa perché è rimasto a secco. Si è fatto male più lui di Kent Carlsson (gamba più corta dell’altra) e Richard Krajicek (quello che secondo il tenero Agassi si infortunava alla sola idea di dover giocare a tennis) messi insieme. Ma davvero la sua è solo sfiga?
Federico Ferrero: 0. Il cronista tendenzialmente scazzato (tale è stato definito, giustamente, da un appassionato della Wta) cicca clamorosamente il vaticinio. Giura che Roddick non tornerà in finale a Wimbledon e ci crede ancor più dopo i match con Kunitsyn e quello contro Hewitt. Bravo, clap clap. Non contento, si permette di vergare pagelle che citano colleghi e affini, proprio lui che con Andrea Scanzi si era azzuffato per una settimana sull’inopportunità di pagellare chi fa lo stesso mestiere. Dicono si stia finalmente allontanando dalla sua prima fiamma, il tennis, che amava più da appassionato che da lavoratore (e si vede). Fa benissimo, anzi: lo invitiamo ad accelerare il processo. Prima, però, una bella iniezione di primi turni Kudryavtseva-Fedossova e Petkovic-Schruff, così impara.
Un pensiero, che spero non suoni inopportuno, per Mathieu Montcourt. La vita sa come farsi odiare. E il tennis, dice bene Nadal, alla fin fine non conta un bel niente.