Articoli marcati con tag ‘Wimbledon’

Dolgopollino?

venerdì, 25 giugno 2010

L'orzata sedimentata che non aiutò Seppi.

Non l’avevo ancora sentito chiamare Dolgopollino ma all’ex Tour manager Atp Giorgio Di Palermo, visibilmente scosso dal mio insano interesse per le sorti di un ucraino nel corso della calciotragedia, lo perdòno. Il mio, ma che dico, il nostro guru Dolgopolov aveva assimilato sufficienti segreti sull’erba per impacchettare e rispedire a casa Jo Tsonga. Peccato che, verso la fine, abbia nutrito sentimenti di pietà per i francesi e gli abbia risparmiato la vita. Purtroppo, nella sala stampa tutta, nessun altro viveva il mio dramma per il guru: Di Palermo era stranito dal mio trasporto emotivo mentre l’Italia del calcio colava a picco (e scriba Clerici chiosava, raggiante quanto esultante: “A casa, maledetti!”). Sicché, uno schermo sui folli Isner-Mahut, un altro sulla partita-di-pallone, ho assistito con raccapriccio alla consegna dei premi ai due disgraziati per mano di una very very kitsch Ann Haydon Jones, campionessa qui nel ’69 contro una collerica Billie Jean King, invisa a cedere il titolo a un’ex campionessa di ping pong.

Passo, quasi per caso, dalle parti di Fognini. Mi fermo un po’, anche perché il marine Russell serve per il match e si fa riprendere. Sono rapito, però, dalla Barley Water. L’avevo adocchiata alle spalle di Andreas Seppi, intento a farsi battere dal suo dritto e da quello di Tobias Kamke (eh?). Ebbene, da almeno cinquant’anni la Robinsons sponsorizza i Championships e piazza delle improbabili bottigliette di orzata (sic) sotto il giudice di sedia. Nella speranza, ormai vana, che qualcuno le beva. Impossibile. Color acqua infangata, sedimentata lì dal 1961, l’orzata Robinsons risulterebbe letale anche fosse l’ultima risorsa liquida rimasta a due sciamannati come Mahut e Grandpa Isner. Gli altri succhi? Estratti variopinti di bacche, combinati con essenze adatte solo alle papille gustative degli inglesi, quelle ormai lise da anni di pollo spicy e mustard leggera (tanto leggera da appiccare il fuoco alla faringe, ma con discrezione ed effetto ritardato).

Per me suona l’ora fatale. Quella del rientro in patria, a raccogliere i cocci di una nazione che ha perso l’identità insieme al suo titolo di campione del pallone. Ma lo so cosa attendete e pure oggi, ancorché per l’ultima volta, siamo qui per l’angolo della esegesi. Molti di voi, impigriti, mi stanno mandando le loro elucubrazioni sulla Sibilla Barazzutta su Facebook. Le raccoglierò e conserverò con cura. Sibilla, stavolta, ha dedicato i pensieri alla cavalcata fogninea. Così il capitano: “Praticamente ha ripetuto l’impresa di Parigi, ovviamente con un avversario diverso, e questo è significativo”. Di seguito, dopo un sorso di Barley Water, i miei tentativi di parafrasi.

a) È significativo che Fognini abbia giocato con un avversario diverso rispetto a quello di Parigi.

b) È significativo che Fognini abbia giocato. In Davis non sono ancora riuscito a convincerlo.

c) Mi avevano detto di dire che i suoi manager sono dei cialtroni ma mi sono dimenticato. Maledizione.

d) Ho trovato un ristorante aperto fino alle undici e mezza, potete anche continuare a intervistarmi.

e) Ocleppo non è interessato al lavoro che gli ha offerto il presidente: fiuuuuu.

Notting Isner

mercoledì, 23 giugno 2010

Portobello Road, 19:56

Oggi niente Wimbledon. A Portobello Road, quartiere noto al mass-turismo italiano soltanto dai tempi in cui girarono il film Notting Hill, in uno dei pochi pub disinfettati dalle partite del Mondiale di calcio ho seguito l’ultima (?) parte di Nicolas Mahut contro John Isner. Fino al 59 pari. Una pinta di Amsteel, un commento strampalato di John McEnroe e tanta solidarietà per Greg Rusedski. Ben motivata: quella di oggi era la sua ‘prima’ da commentatore per la Bbc. Gli hanno detto: dai, ti facciamo esordire con un match facile sul campo 18, pochi scambi, due bomber. Va via facile, un’ora e mezza e puoi tornare dalla tua dolce metà - insomma, ha i geni di mamma Murray - ovvero la ex modella Lucy. Povero Greg.  Il cameriere di Portobello, Praneeth, era un ragazzo indiano che non sapeva assolutamente – non che gliene abbia fatto una colpa - chi fossero Paes e Bhupathi (però mi ha confidato un segreto: andrebbe pronunciato bùpati, con accento ritratto). Abbiamo parlato, invece, di Bhopal, che non è un doppista da Futures di Calcutta ma la sua città natale. Là, nel dicembre 1984, successe una tragedia immane per colpa della Union Carbide, un’azienda statunitense (oggi si chiama Dow Chemicals): una nube tossica uccise migliaia di persone, parte delle quali all’istante, le altre negli anni, dopo atroci sofferenze. Vi consiglio, se vi interessa documentarvi, di leggere il lavoro di Dominique Lapierre, Mezzanotte e cinque a Bhopal: ne vale la pena. Soprattutto per sapere che fine ha fatto il presidente della Union Carbide, mister Warren Anderson.

Torniamo alle faccende più che superflue. La BBC ha concesso, nel notiziario serale delle 22, un servizio di due minuti alla partita dei record. Fatemi indovinare: in Italia non se l’è filata nessuno. Posso solo immaginare che il TG1 non abbia ritenuto di passare il servizio perché Mahut, uscendo dal campo, non ha dichiarato la sua ammirazione per la politica fiscale di Tremonti. Figuratevi che, qui a Londra, le previsioni del tempo (nazionali!) aprono ricapitolando la giornata che era iniziata “con una depressione su Londra nella tarda mattinata, proprio mentre si scaldavano Isner e Mahut”. Chissà quando capiterà un nostro bollettino della viabilità così: “Code a tratti sulla Genova-Ventimiglia, comunque tranquilli perché da casa Fognini in poi si scorre che è un piacere almeno fino al confine”. Record a parte, davvero impressionante come i due riuscissero a continuare a giocare un tennis più che accettabile sul 20, sul 30, sul 40 pari. Verso la fine Isner caracollava come gli zombie di Michael Jackson in Thriller e si reggeva col servizio ma i match point li ha avuti solo lui… Dopo la sospensione, alè: tutti a far gara a chi la sparava più grossa. Introdurre il tie-break al quinto set anche a Wimbledon. Abolire il quinto set. Abolire Isner. Abolire il tennis. Io, per conto mio, abolirei le camicie fantasia-acida stile Pink Floyd 1970 e i pareri di McGenius. Perché mai si dovrebbe cambiare una regola solo perché, nella prima volta nella storia del tennis, due pazzi giocano 118 game in un set? Avete fretta? Perdete il treno? Vi si scuoce la pasta?

Mi giunge voce che il maestro Rino Tommasi, notoriamente affine a posizioni (non solo sportive) non esattamente moderate, sul trenta pari abbia esclamato, scherzando (inciso aggiunto più per dovere che per convinzione): “Questi due andrebbero abbattuti”. Per fortuna nessuno pensò di giustiziare Charlie Pasarell e Pancho Gonzales, quando giocarono a Wimbledon nel 1969 per 5 ore e 12 minuti, e il solo primo set finì 24 a 22 (nel filmato, poco dopo il primo minuto, c’è il match point). Ma lasciateli giocare, no? Tra cent’anni qualcuno si ricorderà ancora di loro, proprio per questo match.

Alla terza pinta m’è sovvenuta l’ultima dichiarazione della Sibilla Barazzutta, che ormai quando esterna mi obbliga a mollare qualunque mia occupazione del momento e a prender nota sul taccuino. Manco Cossiga era così prolifico. In questi termini si espresse d’oggidì: “Su quest’erba, che consente anche di palleggiare, conta moltissimo entrare in campo tranquilli, senza pensare troppo al match, ma concentrati sul proprio gioco”. Urge altra sessione di ermeneutica. Qui di seguito le mie tracce di possibile esegesi, annotate nell’immediatezza della pronunzia (potete aggiungerne altre a vostra discrezione):

a) sulla terra e sul cemento puoi entrare in campo agitato come una marmotta e dedicandoti pure, pensa un po’, al match che stai per giocare. Qui, invece, no. Devi avere un pensiero monolitico e tetragono per il tuo tennis, se poi giochi contro Soderling o Dent o la reincarnazione dell’unorthodox Karsten Braasch chissenefrega. 

b) siccome negli ultimi anni l’erba è diventata lenta allora devi stare tranquillo. Prima, invece, potevi anche far le capriole tra un gioco e l’altro e ballare la break dance con Monfils.

c) diamine, ero convinto che questa non l’avreste registrata.

d) già ieri mi avete fatto arrivare tardi a cena: quante altre risposte a caso devo darvi prima che capiate l’antifona?

Avete tempo fino alla fine di Isner-Mahut per darmi una risposta. Se non mi aiutate giuro che vi spedisco ai campi estivi della Fit.

Cut the grass!

lunedì, 21 giugno 2010
Scattata ieri sera. L’aere di Wimbledon invecchia all’istante…

Chiacchieravo con Andrei Golubev al Cacciari’s (niente filosofo veneziano o sarde in saor, solo atmosfera e cucina paraitaliane), a quanto pare una delle mete degli italians racchettari a Londra (gli spagnoli no, preferiscono i tapas bar dietro Gloucester Road). Ebbene, mi raccontava di una stazione della metropolitana evacuata. E mi sorgeva un dubbio, anzi, una certezza: Golubev è il tennista che parla meglio l’italiano, italiani compresi. Gli ho chiesto, speranzoso, notizie sull’erba di Wimbledon: niente da fare, continua a essere erba battuta. Rimbalzo altissimo, il servizio kick diventa un’arma vincente. Campi palesemente, tristemente più lenti rispetto al Queen’s e Eastbourne. L’unica cosa che ricorda un vecchio court da gesti bianchi è l’efficacia dello slice, che “prende bene”. Con lui Denis Istomin e la mamma Klaudia, che lo allena da anni e l’ha aiutato a tornare al tennis dopo uno spaventoso frontale in superstrada a Tashkent nell’aprile di nove anni fa (punti di sutura dappertutto, due anni senza fare un passo di corsa). Al Queen’s, che abbiamo seguìto insieme su Eurosport, con i suoi piattoni di rovescio ha messo nei guai Rafa Nadal; a Eastbourne, la scorsa settimana, sempre in tv lo abbiamo accompagnato fino alle semifinali. Timidissimo, parla sottovoce e preferisce usare Golubev come interprete russo-italiano che cimentarsi con l’inglese. 

Una delle quattro leggi di Krsna recita: non giocherai d'azzardo. Abortito il progetto di puntare 1.000 pound sul successo di Dolgopolov a Wimbledon

 

Indignato dall’indecente metamorfosi del Tempio, mi sono diretto deciso allo Speaker’s Corner di Hyde Park – nel caso non lo sapeste, è un’area dell’immenso parco londinese deputata ai discorsi pubblici improvvisati: chiunque può arringare le folle, lamentarsi, scimmiottare le Catilinarie nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti – per salire su uno sgabello e lamentare l’assassinio premeditato del serve&volley. Non avevo ancora esposto il cartello ‘Wanted’ con il faccione di Eddie Seaward, il giardiniere criminale, che sono stato sopraffatto da un predicatore cristiano (“E tu, che ti guardi intorno con quello sguardo tranquillo e divertito, credi di essere salvo?”) e da un rappresentante del Movimento Internazionale per il Federalismo (non un leghista avvinazzato, un bambinone con le orecchie a sventola che sosteneva di essersi svegliato una mattina, a otto anni, con l’idea di trasformare la Terra in una federazione di popoli). Dev’essere un habitué del posto, essendo stato immortalato su Wikipedia. Fuggito dal lato est verso Park Lane, mi imbatto in una manifestazione autorizzata del Movimento Internazionale per la coscienza di Krsna. Quattro carri e un migliaio di adepti che ballano scalzi al ritmo di Hare Krishna - Hare Krishna – Krishna Krishna – Hare Hare – Hare Rama – Hare Rama – Rama Rama – Hare Hare. Omaggiato di caramelle cubiche al cocco e allo zucchero, dai chiari effetti stranianti, mi sono ritrovato a corricchiare per Park Lane intonando il mantra del maestro A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada. Ho anche avuto il tempo di scattare una fotografia (sottoposta alla moda passeggera dell’invecchiamento vintage detto lomografia) al cerimoniere che sollazzava l’icona di Krsna con bastoncini di incenso e un ventaglio di piume. Già allo studio una versione pagana del mahamantra: Hare Dolgopolov

Game, set, out

lunedì, 5 ottobre 2009

Si può diventare famosi per un nastrino di stoffa che casca o un centimetro di pelle più in vista del lecito? Oggi, a vent’anni dalla spallina galeotta della graziosissima Patsy Kensit al festival di Sanremo, la circostanza risulterebbe tanto ordinaria da passare inosservata su giornali e tivù, che ci hanno assuefatto al nudo integrale; nel candido 1979 bastava per dare scandalo e creare dal nulla un personaggio. Nata il cinque giugno del 1961 a Oakland, in California, molto diversa dall’eterea Kensit ma parimenti avvenente, Linda Siegel aveva scelto il tennis. Cresciuta alla Usc, la University of Southern California, campionessa juniores agli Us Open nel 1978, portava in campo la sua bellezza, il viso bamboloso, gli occhioni blu, la pettinatura vaporosa di una delle Charlie’s Angels: poco altro, tenuto in conto che nell’anno del passaggio al professionismo vinse una sola partita e, in quello dello scandalo, appena quattordici. Dopodiché la sua stella si spense di colpo, in prima pagina, ancora sul nascere.

In quell’ultimo anno dei Settanta la falsissima e rigorosa morale inglese fu messa a dura prova da due ragazzotte di esportazione oltreoceano. Una si chiamava Betty Ann Stuart, futura moglie di Phil Dent e mamma di Taylor Dent, che si presentò con una scritta volgarissima (“Watch it”, “Guarda qui”) sulle mutande che, fatalmente, risultavano più che visibili nel corso dei suoi match. I fotografi non si fecero pregare e la bella Betty Ann, alla soglia dei trent’anni, si prese copertine che le imprese sportive mai le avrebbero concesso. La leggenda narra che la stessa navigata Stuart mise lo zampino nell’episodio immortale che coinvolse Linda, prestandole maliziosamente un vestitino di due taglie in meno per la sfida che la Siegel avrebbe di lì a poco affrontato contro la plurititolata Billie Jean King, che certo incantava con le volée ma non con il look. Se così fosse miss Siegel avrebbe peccato di imperdonabile leggerezza anche se è più agevole pensare che quel veloce ma chiacchieratissimo 6-1 6-3 impartito dalla campionessa alla ragazzina fosse, per contro, frutto di una scelta autonoma e astuta. Fatto sta che la rara fotografia che vedete qui sopra fa riferimento proprio a quel match, nel quale a ogni servizio più violento del solito, a ogni recupero e allungo a rete Linda mostrava ciò che la mamma aveva creato con tanto impegno. A un certo punto la spallina scivolò giù sul braccio, fornendo ispirazione a un titolista particolarmente brillante di un tabloid inglese: “Thanks for the mammary!” Un suo collega meno ardito aprì a tutta pagina con un più sobrio “Game, set, out”.

La storia è tutta qui. Linda non vinse mai niente, a fine anno si stancò di perdere e lasciò, ventenne, il tennis per ritirarsi a vita privata. Talmente privata che è praticamente impossibile sapere alcunché e neppure i nostri segugi, sguinzagliati in Rete e in loco, quelli che hanno scovato i giocatori più dimenticati e nascosti della storia, hanno portato a casa informazioni gustose su quella che oggi dovrebbe essere, ammirate le premesse, una splendida quarantaseienne. Pare che viva ancora in California ma la neppure la Usta ha saputo fornire informazioni utili per rintracciarla: non si sa cosa ne sia stato della sua vita né perché abbia deciso, dopo aver disputato il doppio misto al Roland Garros 1980 col futuro campione di Parigi Andres Gomez, di andarsene tanto in fretta. Peccato: le avremmo chiesto, in tanta frivolezza, se quel dì a Church Road avesse davvero progettato la trappola per i fotografi, rubando per un giorno la scena a tutte quante.

Elezioni Wimbledon 2009: tutti i voti

giovedì, 9 luglio 2009
Andy Roddick: 10. Non si è mai visto così magro, così svelto, così furbo: mai. Avendo un debole per Stefanki e non per Roddick tendo a credere che l’intervento del guru texano sia stato determinante. Eroico in finale, penso che al suo posto molti farebbero la fine di Andrei ‘I am back’ (come no!) Medvedev (torni dal nulla, perdi la partita della vita dopo averla quasi vinta, ritorni nel nulla). Quella volée alta di rovescio su uno dei quattro set point nel secondo parziale grida vendetta e rimarrà lì, a suggerire che un altro mondo sarebbe stato possibile. Invece no, l’ordine cosmico è intatto e Roddick è un campione da single Slam. Per chi mi vuol rinfacciare di non aver mai creduto in lui: tranquilli, la vostra sete di vendetta sarà placata. Scorrete solo fino al fondo.

Roger Federer: 9 1/2. Una prof delle superiori soleva teorizzare la relatività del voto. Se un asino rende da 6 oggettivo allora vale 8, perché ha fatto il massimo. Se uno da 10 rende solo 8, allora prende 6 perché ha battuto la fiacca. Qui mancava lo spray antiFederer, Nadal, e il calabrone Ruggero svolazzava per i prati, indisturbato o quasi, fino alla settima finale consecutiva. Nella quale ha giocato così così dal fondo, così così a rete, ma ha servito come un Roddickvic (anche un po’ di Ivo, sì) invasato. 50 ace, quasi metà dei quali nel quinto set, robe da matti. Come lui nessuno mai? Numericamente sì. Ma i numeri sono stupidi: non sanno che Rod Laver, e ignorano che pure Doherty, e non calcolano che lo stesso Sampras, e non ricordano che però Borg, né indicano che Nadal. Ma soprattutto, per dirla con Stefano Semeraro: chissenefrega?

Tommy Haas: 9. Quando il tennis era Sampras, Agassi e ancora una coda di Becker, Edberg, Stich la ramanzina a Tommy era comune. Bravo, si diceva, però tira troppo a occhi chiusi, è un po’ un ‘legno’, e quando gioca spegne il cervello. Sarà la solita pappa nostalgica a far notare che sì, è vero, con la maturità Haas ha messo testa e colpi a posto e non gioca sempre il jolly, ma che per quanto si sia ingentilito fa un po’ specie vederlo assurgere al rango di esempio della nobiltà anche nel serve&volley? A parte questa inutile querelle: gran tennis, il suo, a Parigi, ad Halle e pure a Wimbledon. A tratti è stato il miglior gioco visto sui court. Vale i top ten nel rendimento e anche nei gesti bianchi. O biancheggianti, insomma… Va bene, la smetto.

Francesca Schiavone: 9-. Perché la prof del liceo la ascoltavo. Bravissima. Troppo forte Elena Dementieva (5: basta, con questa storia che è forte, è migliorata, è maturata, è alta e bella, potente e snella. Basta coi match point e alla fine la spunta l’altra. Vincere qualcosa di grande, grazie!)

Il tetto sul Centrale: 8 (ma anche 3). Voto all’effetto notturno del complesso di Church Road nel match maratona tra Murray e Wawrinka: molto alto. Sono un esteta, che volete. Voto alle implicazioni tecniche: molto basso. Il sole dà ancor più noia quando taglia il campo, e Roddick nel momento fatale ne ha fatto un po’ le spese con tre stecche, chissà quanto dovute alla luce; a tetto chiuso l’umidità rasenta quella della foresta pluviale e le palle si gonfiano come gatti. Sarà anche che patisco la sindrome infantile delle costruzioni (avete presente i bambini che fanno ‘ooooo’ davanti ai cantieri?) ma vedere gli inglesi, che sono molli e lenti e pallosi, rivoltare Wimbledon come un calzino e poi pensare a noi che stiamo lì, per degli anni, a disegnare un campetto su carta senza riuscire a decidere se spostarlo un metro su, o giù, a destra o a sinistra…

Andy Murray: 7+. Se fosse anche solo lontanamente simile all’idea di un giocatore vagamente simpatico avrebbe preso qualcosa di più. Ma il suo essere capotifoso di se stesso, il portarsi dietro quell’angolo che nemmeno nel wrestling… Eh, un po’ di poesia la toglie. Regge da campione l’urto con la valanga di aspettative made in UK, il ragazzo ha le spalle larghissime. Tornerà qui, tornerà in finale, vincerà e gli inglesi smetteranno, finalmente, di piangere miseria, loro che hanno un top ten da quasi 15 anni (prima Rusedski e Tim Henman, adesso Andy il cattivissimo). Resteremo noi a lamentarci, e qualcuno a risponderci che no, che stiamo benissimo, che la crisi è psicologica e la creiamo noi col pessimismo. Argomento di gran moda, peraltro.

La giacca di Stefano Meloccaro nel giorno della finale: 7 1/2. Ve la siete persa? Affari vostri.

Luca Bottazzi: 6/7. Spalla tecnica vergognosamente perculeggiata su Internet da un manipolo di sapientoni da divano, facinorosi e bislacchi. Cui rispondo così: “Risultati concreti si ottengono soprattutto attraverso il supporto di professionisti competenti di comprovata esperienza e l’applicazione rigorosa di programmi metodologici e didattici di qualità riscontrabile” (fonte autentica, sia chiaro). Seconda cosa: Luca Bottazzi è stato “allenatore di diversi giocatori/trici professionisti, tra cui il più famoso è stato lo svedese Bjorn Borg” (questa è la foto, sul sito ufficiale, che lo testimonia). Io non ho mai allenato Borg. E voi, che tanto avete da criticare, chi avete mai guidato se non gli omini di Virtua Tennis? Chi scrive, poi, ha un suo ricordo di prima mano, targato 1998 durante i campionati nazionali under 18. Da coach della promessa Alessia Biffi, una specie di pila alcalina dei campi rossi, Luca la incitava contro Alberta Brianti: “Non devi giocare per vincere il primo set, devi giocare per arrivare alle due ore”. Era l’embrione della “serie lunga”, credo.

Paolo Canè: 6. Spedisce un sms a Jacopo Lo Monaco, beatamente impegnato in missioni di snorkeling nel Pacifico: “Ciao, chi ha vinto tra Federer e Haas?” Numero un(ico).

Finale in casa Williams: 4. Yawn. Ho guardato Law&Order.

Mark Philippoussis: 3. Nel 2003, reaparecido, nella prima finale de Federeregno. Oggi mette all’asta la casa perché è rimasto a secco. Si è fatto male più lui di Kent Carlsson (gamba più corta dell’altra) e Richard Krajicek (quello che secondo il tenero Agassi si infortunava alla sola idea di dover giocare a tennis) messi insieme. Ma davvero la sua è solo sfiga?

Federico Ferrero: 0. Il cronista tendenzialmente scazzato (tale è stato definito, giustamente, da un appassionato della Wta) cicca clamorosamente il vaticinio. Giura che Roddick non tornerà in finale a Wimbledon e ci crede ancor più dopo i match con Kunitsyn e quello contro Hewitt. Bravo, clap clap. Non contento, si permette di vergare pagelle che citano colleghi e affini, proprio lui che con Andrea Scanzi si era azzuffato per una settimana sull’inopportunità di pagellare chi fa lo stesso mestiere. Dicono si stia finalmente allontanando dalla sua prima fiamma, il tennis, che amava più da appassionato che da lavoratore (e si vede). Fa benissimo, anzi: lo invitiamo ad accelerare il processo. Prima, però, una bella iniezione di primi turni Kudryavtseva-Fedossova e Petkovic-Schruff, così impara.

Un pensiero, che spero non suoni inopportuno, per Mathieu Montcourt. La vita sa come farsi odiare. E il tennis, dice bene Nadal, alla fin fine non conta un bel niente.

Ultima pagina…

lunedì, 6 luglio 2009

Ultima pagina di diario con Andrea Scanzi per Wimbledon. In settimana produrremo le pagelle (e poi partiremo per il Madagascar per non farci prendere).

Caro diario…

sabato, 4 luglio 2009
Andyamo: ma dove? Per carità: non è che domani mi strapperò i capelli per la latitanza dei cmooooon! di Andy lo scozzese. Che è un campione simpatico come… uhm, vediamo, il mio socio di banda armata Andrea Scanzi (che oggi parla di vino e ha schifato il tennis) direbbe come una manciata di sabbia negli occhi, o come un match al meglio degli undici set tra Schuettler e Gimeno Traver sulla terra di Maceiò, o come una poesia di San Sandro Bondi (e qui metto pure la mia, di firma). Chiedetelo a lui: saprà trovarvi l’abbinamento più efficace, anche per la combat-mamma. È che Roddick gioca con la pistola a pallini di gomma, contro Federer, e la caccia alla lepre si ripeterà domenica.
Ricordo quando, nel 2004, il bamboccione ipervitaminizzato di Austin giocò la sua miglior partita di sempre in finale a Wimbledon. Per tre set tirò prime ai 230, dritti a tutta, gli riusciva pure di attaccare profondo con il rovescio (un po’ zappato invero, anche allora). Non so quanti gli avrebbero opposto resistenza: pareva un invasato, non voleva far toccare palla a Wonder Roger. Che lo fece sfogare e lo sotterrò pian piano. Niente fa pensare che Andy l’americano – che non è poi quel gran mostro di simpatia, in campo, soprattutto quando gioca da favorito e si fa beffe dell’avversario con battutine e atteggiamenti sprezzanti – possa inventarsi rimedi contro l’arma letale crucca del Doktor G., quella di cui parlava il geniale Bonvi nell’indimenticato mondo di Sturmtruppen. Finirà con un k.o. tecnico. Avesse vinto l’altro Andy il pubblico chissà cosa si sarebbe inventato (non dico le monetine romane ma almeno un tifo molesto per Roger) e Murray, esaltato, avrebbe ricordato le vittorie pregresse su Federer. Vantaggio precluso a Roddick, che ha un record imbarazzante con il prossimo numero uno. Che noia. Per fortuna sono iniziate le trasmissioni di Law&Order in alta definizione – la morte di Jerry Orbach egoisticamente mi scosse, che vi devo dire. Mal che vada tiferò per Jack McCoy.

Quality never goes out of style (non parlo di Levi Strauss). Piuttosto di un altro bavarese trapiantato negli Stati Uniti, Tommy Haas. Ho sempre pensato che nella chiacchiera sportiva i guai inizino quando ci si fa contaminare dalla calciofilia da bar. Malattia devastante: non mi sono ancora ripreso dalla notizia che a Milano, nelle ultime elezioni, il candidato berlusconio stesse per perdere soprattutto perché i milanesi (quelli del Milan) volevano far pagare a sua Emittenza la cessione di Kakà: a raccontarlo all’estero c’è da arrossire. Che c’entra? Bè, a voler fare i dietrologi da spritz con le noccioline mollicce del baretto dell’hinterland si potrebbe dire che se un ragazzo plurirotto e pluricucito, ben dopo i trenta, torna e fa tremare Federer a Parigi, e arriva per la prima volta in semifinale a Wimbledon battendo (ancora) Djokovic, allora si può sostenere che il tennis è in carestia di campioni. No? No.

Eppure ho spesso in mente un’intervista che feci a Guillermo Perez Roldan pochi anni fa, credo fosse il 2005. Mi disse, a un certo punto: “Il tennis è migliorato? Davvero? E allora come fa a essere top ten uno come Henman, che non tiene un dritto in campo? Come fa a essere nei primi tre Agassi, che tira la metà rispetto a dieci anni fa?” Lui con Agassi ci ha giocato, quindi saprà ben quel che dice, avevo pensato lì per lì.
Però non sono d’accordo. È che Haas è un tennista di qualità e soprattutto presenta un modello di tennis desueto in un panorama di monomaniaci del rimbalzo. Alzi la mano chi riteneva Tommy un attaccante nel 1999. Dieci anni dopo il tennis ha fatto grandi balzi avanti ma pure due passi dietro la riga di fondo: Haas, che gioca coi piedi sul gesso, se si apre il campo va a rete perché sa cosa fare con la palla anche prima di farla rimbalzare et voilà, ecco un giocatore a tutto campo. Che qualcuno, dimentico di chi fossero i giocatori di rete o troppo giovane per ricordare Rafter, chiama attaccante. Sempre qui a Wimbledon, qualche giorno fa, Kimiko Date (38 anni) ha tolto un set alla top ten Wozniacki (18 anni). Andando a rete, tagliando la palla, insomma, giocando a tennis.

Luoghi comunissimi. Nota a favor del doppio, per chiudere. Basta, davvero basta con questa storia che tutti i doppisti sono brocchi. Guardare, prima di guidicare: le massificazioni vanno bene su Sturmtruppen. Nenad Zimonjic è un signor tennista, Knowles, Paes, Nestor, i Bryan fanno divertire molto più di tanti top cento del singolare. Forse perché fanno ciò che ormai si vede solo in doppio. Singolaristi falliti? Non tutti, e non sempre per demeriti. Uno dei giocatori più geniali che ricordi è l’ex numero uno del doppio Pat Galbraith. Accarezzava la palla come pochi, faceva dei numeri da circo. Solo che tirava piano, peccato mortale nel nostro tennis. Su Sturmtruppen sarebbe finito al muro. Insomma: guardatelo, il doppio, ve lo consiglio. Se poi preferite sollazzarvi con Igor Andreev perché-è-stato-nei-primi-venti-e-quindi-è-matematicamente-migliore allora d’accordo. I gusti – anche quelli di chi mangia la bistecca col cappuccino – non si toccano.

Diario affilato

martedì, 30 giugno 2009


Oggi, dalle 14, sul blog della Stampa di Andrea Scanzi troverete una mia appassionata difesa del fine dicitore e volleatore Ivo Karlovic, barbaramente sbertucciato entro i (nostri) patrii confini. Che giustizia sia fatta, in nome di Ivo.

Diario – day IV

venerdì, 26 giugno 2009
Oggi Andrea è assorbito da vicende musicali: il diario di Wimbledon (il mio) oggi è qui. Non si esclude una coda scanziana, in giornata.

La tivù intelligente. Sarà stato felice il mio sodale Scanzi, autore di una delicata invettiva di levità ciceroniana sul tema, nell’aver sentito Gianni Clerici (che non possiede “apparecchio televisivo”) sostenere che, nel caso lo avesse, lo userebbe sì per vedere un po’ di tennis ma soprattutto per Fabio Fazio, che lo Scriba ritiene un isolato salvatore delle menti dei tivvù-dipendenti. Ben lungi dal salpare sulla nave del crociato Scanzi, tuttavia ho accusato il colpo e mi sono espulso per dieci minuti su Fox Crime (del resto stava per iniziare Law & Order).

Ciokato bene, ja? Quando visto Seppi skecciare dritto su palla break, 4-3 kuinto set con Gickel, istintivamente volgere nuovamente mia attenzione su puntata 1988 di Law & Order. Tornato, purtroppo solo con gli occhi, a Church Road c’era Fognini. Buona notizia: Seppi aveva vinto contro un giocatore che NON è più debole di lui, mi spiace per i cultori del vangelo del ranking. Brutta notizia: Fabio stava fognando (che dalle mie parti significa strafogarsi e gozzovigliare, ad Arma di Taggia dare di matto). Si vede – lo dice lui – che era teso, come con l’antibiotico Istomin: ha giocato tre giochi no e uno sì, ne è uscito un regolare 62 62 63 per Ferrer. Ma è sempre teso? Se deve vincere è teso, se non ha niente da perdere è teso, se parte alla pari è teso, se è terra è teso, se è erba è teso. Dice che ce l’abbiamo con lui, che diamo troppa attenzione a cosa dice, a quante racchette lancia, a quanto scazzo ha quando gioca. Giusto. Cambiamo discorso.

Embarrassment (è una canzone dei Madness). Lo so, quando mi ci metto son peggio di una piattola. Però fatemi rileggere queste parole embarrassing, che mi ero segnato qui su Wildcard e ripreso sul Riformista. Gli australiani alla frutta, i panorami agghiaccianti, la pelle d’oca, Hewitt non pervenuto (si era operato all’anca, robe leggere). Erano pensieri del capitano di Davis Barazzutti dopo gli Australian Open. Ieri mi sono scoperto tardotifoso di Hewitt e ho assistito a una lezione di tennis su terba, impartita gratis et amore dei allo spilungone JMDP. Che, dice bene Hewitt, vincerà degli Slam. Prenderei Lleyton adesso (nel 2001 era troppo facile) in cambio di tutti gli italiani.

Rick Roddick. Felice di sbagliarmi ma non capisco l’entusiasmo su Roddick. Anche ieri, contro Kunitsyn, non ha dato l’impressione di voler (mettiamola così) tornare in finale a Wimbledon. Ho letto che la moglie gli ha ‘passato’ delle canzoni di Rick Astley nell’iPod. Rick Astley. Il bianco con la voce da negro che infestava le classifiche dei terribili, irripetibili (per fortuna) anni Ottanta: incredibile. Da ragazzino rincorrevo per casa mia sorella quando sentivo partire dallo stereo “Nevergonnagiveyouup…” oppure “Ibringmylovetoyouuuu”. Un giornalista gli ha fatto presente che in Inghilterra esiste il reato di “ascolto delle canzoni di Rick Astley”.

You&me. Ho finalmente capito (capito: ho usato Google) che il cappellino ‘Yes’ Optus di Tony Roche è una pubblicità di una compagnia telefonica australiana. ‘Roccia’ la fa da anni: quel cappellino lo sfoggia dai tempi di Rafter. Ne ha davvero bisogno? Pronto?

Diario

martedì, 23 giugno 2009

Anche oggi mi trovate a casa Scanzi.