Articoli marcati con tag ‘Vanity Fair’

Racchetta canta 14 (reprise)

martedì, 13 luglio 2010

Di sana e robusta Costituzione

Ci crediate o no, questa è la Schiavone (da Vanity Fair)

Antefatto, noto: Francesca Schiavone è stata invitata da Silvio Berlusconi per festeggiare il titolo vinto al Roland Garros. Bene. Giorni fa, in un’intervista a Vanity Fair nella quale spiccano i “minchia” e i “cazzi” non eufemizzati prima della pubblicazione (ma va benissimo così, ci mancherebbe, mica è il bollettino parrocchiale), la Leonessa ha dato conto di quel rendez-vous. E così si è espressa sul presidente (se siete in piedi, per favore sedetevi): «Premesso che ho conosciuto un uomo invidiabile, una persona straordinaria dal punto di vista umano (non parlo di politica, al momento non è un  argomento che non voglio trattare) e ne sono molto felice, ho avuto davvero l’impressione che, seppure per un attimo, fossimo due persone davvero in comunicazione l’una con l’altra, non due personaggi ciascuno nel suo ruolo. Mi ha parlato della Costituzione con così tanto amore e felicità che io gli ho detto di slancio: “Caspita Presidente, lei ama quello che fa”, e credo che lui sia stato toccato dal mio entusiasmo». Della Costituzione, ha detto. Amore della Costituzione da parte di Berlusconi. Per carità: in democrazia si può dire tutto, anche che il colpo scarso di Wawrinka è il rovescio e che Marcello  Dell’Utri è onesto. In effetti, però, al profondo concetto politico schiavonesco mancava qualcosa: magari un bel ”minchia”, che la giornalista avrebbe anche potuto aggiungere in nome dello spettacolo. A nome nostro, però. 

Qui mi taccio: lascio la parola ad Andrea Scanzi, che prima di me (e di tutti gli altri, tra quelli che ancora dicono ciò che pensano e non ciò per cui sono o vorrebbero essere pagati) s’è accorto di questo diamante Excelsior che rischiava di andar perduto. E lo ha commentato a dovere. Con mestizia e convinzione, sottoscrivo ogni sua parola.

Cuori spezzati, interviste fantasma

lunedì, 13 ottobre 2008
Certo, né Austin né il suo libro sono casi unici. E’ difficile non notare come questa stessa aria di banalità robotica soffonde non solo il genere dell’autobiografia sportiva ma anche i rituali mediatici in cui si chiede a un grande atleta di descrivere il contenuto e il significato della sua téchne. Ascoltate qualsiasi intervista televisiva postgara:
- Kenny, cos’hai provato mentre segnavi il punto della vittoria con quella sensazionale, risicatissima presa in area di meta con assolutamente zero, e dico zero secondi rimasti?
- Be’, Frank, mi sono sentito solo molto soddisfatto. Tutti noi abbiamo lavorato sodo e siamo cresciuti parecchio come squadra, ed è sempre bello quando senti di poter dare una mano.

(David Foster Wallace, Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore – Considera l’aragosta, Einaudi 2006)

Se posso, evito le interviste sportive. Mi guardo, prima di tutto, dal leggerle e questa condotta è semplice da osservare, non fosse per qualche imprescindibile esigenza di lavoro. Detesto dover tradurre le avvilenti dichiarazioni raccolte a bordocampo prima (sì, adesso si intervista anche prima!) e dopo i match. Mi chiedo spesso: a chi diavolo possono interessare? Non certo a chi gioca, che se sta per iniziare una partita non ha alcuna voglia di parlottare né di trovare risposte brillanti alle più banali domande di un giornalista, e accetta per il quieto vivere del torneo che ha preso accordi con la televisione. Se poi ha perso, ben che vada, farfuglia due frasette fatte a caso e guadagna gli spogliatoi; se ha vinto, a cambiare in meglio è solo l’atteggiamento.

Chi fa le domande, in più, non aiuta i giocatori a dimostrare che il cliché del tennista insipido e stupidotto non risponde al vero. “Qual è stata la chiave del match?”, o “Domani giocherai contro Serena, cosa pensi?” sono quesiti degni delle loro risposte: “Ho giocato un punto per volta, sono rimasto concentrato” o “Cercherò di dare il massimo, lei è una grande giocatrice, spero di continuare così”.

Le interviste da magazine, nonostante le apparenze, non sono meglio. Vengono messe insieme con più calma, sì, se poi il grafico ci sa fare le troviamo impaginate con perizia e soluzioni esteticamente appaganti. Ma la confezione, quasi sempre, inganna. Intendiamoci: non tutti i tennisti sono delle zucche vuote ma non è dalle liste dei ranking Atp e Wta che le agenzie di reclutamento di cervelli prediligono attingere per la selezione dei candidati. Ed è normale sia così perché per molti di loro la vita è trascorsa in gran parte a bastonare palline, benché intelligenza e cultura non vantino relazioni necessarie. Negli ultimi anni, poi, sta prendendo piede una moda odiosa: quella del giornalista che vuol fare il piacione con il campione a costo di diventare protagonista dell’intervista. Leggete qualche settimanale sportivo, italiano e non, o uno di quei periodici che van per la maggiore come Vanity Fair. Non vi verrebbe voglia, ogni tanto, di tirare una torta in faccia al giornalista che ammicca, fa l’istrione, inventa domande che vogliono a tutti i costi affascinare o fargli fare bella figura? A me sì. Poi ho smesso di covare quel desiderio, perché non li compro più.
Certe volte, per inciso, non è il caso di porsi dubbi: le interviste vengono manipolate. E in parte inventate. Domanda e risposta filano più lisce di un dialogo tra il dottor House e i suoi collaboratori: tutti sappiamo che ciò, nella vita, non capita.

Il punto è che i giocatori non hanno quasi mai niente di interessante da dire. Ne ho intervistati un bel po’, in questi anni, e ne uscivo spesso demoralizzato. Alcuni mi guardavano terrorizzati quando tentavo di spostare il discorso su qualcosa che non fosse una partita, un avversario, un torneo. Altri, più semplicemente, se ne fregavano: del mondo, della gente, e pure del tennis che non riguardasse le loro tasche (“Tra uno Slam e i soldi prendo i soldi”, risposta unanime di due tennisti italiani ancora in auge). Nel tempo ho acquisito una relativa certezza sulla mia scarsa qualità di intervistatore ma non ho quasi mai cambiato idea sulle qualità di chi rispondeva alle mie domande perché, in mano ad altri microfoni e altre penne, la desolazione del risultato restava palpabile. E trovo, certe volte, quasi pietoso il tentativo di voler far dire a una Williams o a Roddick ciò che non hanno mai confessato ad alcun altro intervistatore, per non parlare di chi si inventa le interviste in piscina, in discoteca, in moto o suonando la chitarra. Quasi sempre la verità è che, per quanto ci si sforzi, non c’è proprio niente da farsi raccontare.
E se, quando Tracy Austin scrive che dopo l’incidente d’auto del 1989: “Accettai rapidamente il fatto che non potevo farci nulla”, la frase non fosse solo vera ma esaurientemente descrittiva del suo intero percorso di accettazione? Una persona è forse stupida o superficiale perché dice a se stessa che non c’è niente che possa fare rispetto a una disgrazia e che quindi le conviene accettarla, e da lì in poi l’accetta senza ulteriori lotte interne?
(David Foster Wallace, Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore – Considera l’aragosta, Einaudi 2006)