Articoli marcati con tag ‘Oleksandr Dolgopolov’

Dolgopollino?

venerdì, 25 giugno 2010

L'orzata sedimentata che non aiutò Seppi.

Non l’avevo ancora sentito chiamare Dolgopollino ma all’ex Tour manager Atp Giorgio Di Palermo, visibilmente scosso dal mio insano interesse per le sorti di un ucraino nel corso della calciotragedia, lo perdòno. Il mio, ma che dico, il nostro guru Dolgopolov aveva assimilato sufficienti segreti sull’erba per impacchettare e rispedire a casa Jo Tsonga. Peccato che, verso la fine, abbia nutrito sentimenti di pietà per i francesi e gli abbia risparmiato la vita. Purtroppo, nella sala stampa tutta, nessun altro viveva il mio dramma per il guru: Di Palermo era stranito dal mio trasporto emotivo mentre l’Italia del calcio colava a picco (e scriba Clerici chiosava, raggiante quanto esultante: “A casa, maledetti!”). Sicché, uno schermo sui folli Isner-Mahut, un altro sulla partita-di-pallone, ho assistito con raccapriccio alla consegna dei premi ai due disgraziati per mano di una very very kitsch Ann Haydon Jones, campionessa qui nel ’69 contro una collerica Billie Jean King, invisa a cedere il titolo a un’ex campionessa di ping pong.

Passo, quasi per caso, dalle parti di Fognini. Mi fermo un po’, anche perché il marine Russell serve per il match e si fa riprendere. Sono rapito, però, dalla Barley Water. L’avevo adocchiata alle spalle di Andreas Seppi, intento a farsi battere dal suo dritto e da quello di Tobias Kamke (eh?). Ebbene, da almeno cinquant’anni la Robinsons sponsorizza i Championships e piazza delle improbabili bottigliette di orzata (sic) sotto il giudice di sedia. Nella speranza, ormai vana, che qualcuno le beva. Impossibile. Color acqua infangata, sedimentata lì dal 1961, l’orzata Robinsons risulterebbe letale anche fosse l’ultima risorsa liquida rimasta a due sciamannati come Mahut e Grandpa Isner. Gli altri succhi? Estratti variopinti di bacche, combinati con essenze adatte solo alle papille gustative degli inglesi, quelle ormai lise da anni di pollo spicy e mustard leggera (tanto leggera da appiccare il fuoco alla faringe, ma con discrezione ed effetto ritardato).

Per me suona l’ora fatale. Quella del rientro in patria, a raccogliere i cocci di una nazione che ha perso l’identità insieme al suo titolo di campione del pallone. Ma lo so cosa attendete e pure oggi, ancorché per l’ultima volta, siamo qui per l’angolo della esegesi. Molti di voi, impigriti, mi stanno mandando le loro elucubrazioni sulla Sibilla Barazzutta su Facebook. Le raccoglierò e conserverò con cura. Sibilla, stavolta, ha dedicato i pensieri alla cavalcata fogninea. Così il capitano: “Praticamente ha ripetuto l’impresa di Parigi, ovviamente con un avversario diverso, e questo è significativo”. Di seguito, dopo un sorso di Barley Water, i miei tentativi di parafrasi.

a) È significativo che Fognini abbia giocato con un avversario diverso rispetto a quello di Parigi.

b) È significativo che Fognini abbia giocato. In Davis non sono ancora riuscito a convincerlo.

c) Mi avevano detto di dire che i suoi manager sono dei cialtroni ma mi sono dimenticato. Maledizione.

d) Ho trovato un ristorante aperto fino alle undici e mezza, potete anche continuare a intervistarmi.

e) Ocleppo non è interessato al lavoro che gli ha offerto il presidente: fiuuuuu.

Gasquet e il guru

martedì, 25 maggio 2010

Quando ho mollato la cuffia a Lorenzo covavo un desiderio e una pessima sensazione: quest’ultima aveva a che fare con quel genio mesto di Gasquet. Avrebbe perso, lo sapevo. Come a Wimbledon 2008. Non basta giocare meglio, in uno Slam. Poi, certo, di là c’era una iena. Ma era suonata come Chris Lewis in finale ai Championships dell’83 contro Big Mac, a metà del terzo set: guai a rimetterlo in pista, maledizione. Ha un bel dire il nuovo coach di Richard, quel Markus che bucherellò di passanti qui Edberg nel ’93 (perse al quinto, eh): gli fa fare tanta bella gym non solo prima, non solo dopo ma soprattutto durante i tornei perché “il lavoro tra un match e l’altro alleggerisce le partite” (testuale). Più si andava avanti, più Rovescio d’Oro era bollito e Murray gasato. Con l’attenuante delle fatiche delle scorse settimane, va bene. Ma un primo turno odioso ci ha tolto di mezzo un talento raro, mentre sul campo quarantaquattro giocavano Shukin e Ram. Sempre primo turno di uno Slam. Bah.

Ah, il desiderio: passare a rendere il dovuto omaggio a Oleksandr ‘Rael’ Dolgopolov junior, il maestro della setta neoumanista che ho umilmente fondato. Trenta gradi e un solleone agostino, Dolgo giocava con le maniche lunghe. Bianche, come i vestiti di Rael. Ha portato la parola anche al Roland Garros, e la gente si spintonava per entrare sul campo sette. (Qui sotto lo vedete contro Nadal a Madrid. Il genio si palesa al minuto 1:02) 

Ha licenziato il suo coach. Fossi in Krajan le farei causa per danni biologici: vi rendete conto di cosa può voler dire allenare una come Dinara Safina? Assistere a ogni match di Dinara Safina? Sopportare Dinara Safina che per mesi si ricostruisce la schiena prima di tornare a giocare con la solita tensione da thriller già sullo zero a zero, quindici pari del primo turno contro la Zakopalova, la Pivovarova o la Zhang? Se non lo sapete, lasciate perdere: fidatevi. Io le chiederei l’ottanta percento del montepremi delle ultime due stagioni. A proposito di uàllera: l’allenatore di Vika Azarenka, che la bielorussa si è scambiata con l’amica Zvonareva come si fa con le borsette, si chiama Sam Sumyk e ha detto che la sua assistita non è per niente infortunata, se non nella testa. Vika è finita sotto il treno della Dulko e si è pure beccata una multa per non essersi presentata a raccontare i fatti suoi ai giornalisti. Potrebbe, lei sì, avviare la procedura di licenziamento in tronco.

Italians do it better. Perdere, per esempio: Bolelli ha deciso di fare il topo chiedendo ad Andujar di vestirsi da gatto. Scappo, poi riprendimi. Poi fammi di nuovo scappare, e riprendimi. Solo che, alla fine, Pablo l’ha preso e se l’è mangiato. Non ho visto un quindici della Errani, solo il livescore: pronti, via e quattro a zero Shvèdova. Che tira botte come gli Unni ma non pensavo potesse darle noia quanto Na Li, che nelle ultime settimane aveva saccagnato Sarita sulla terra rossa, che è casa sua. Mi hanno detto che in conferenza stampa ha pianto: coraggio, c’è chi ha qualche anno più di lei e, ormai, le lacrime le ha finite. Ho seguìto il punteggio di Vinci e Schiavone, brave (soprattutto Francesca, perché la Kulikova è tosta: e diamole ’sta cittadinanza italiana, visto che la vuole e dietro le ragazze di Fed Cup di oggi non c’è mezza giocatrice, no?) Io naturalizzerei anche Dolgopolov: il guru diventa italiano e il suo mentore Andrei Medvedev, che lo portava a spasso per i tornei quindici anni fa e che qui perse una finale incredibile nel ’99, lo facciamo presidente della federazione, di già che l’ex finalista di Parigi pare stia nutrendo mire politiche. Io lo voterei anche se non sa un tubo di tennis italiano. Voterei anche per il ministro Sacconi, quello che giorni fa ha detto ai giovani italiani di non rompere le palle se non trovano lavoro da laureati, visto  che lui da universitario era costretto, per mantenersi, non a servire le pizze, non a fare le consegne a domicilio: a dare lezioni di tennis. Avete letto bene: costretto a dare lezioni di tennis.

 Oggi tocca a Gianni Minà. No, non il nostro giornalista, quello che ama Fidel Castro. Questo è un ragazzone di Guadalupe che prova a sfidare Nadal al primo turno e che si chiama così perché… Ve lo racconto in telecronaca.