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Fenomenologia di Pietrangeli

mercoledì, 28 luglio 2010

Sempre che non siate i più italianumeggianti tra gli italianidi (in questo caso, e prima che sia troppo tardi, cliccate sulla ‘x’ in alto a destra per uscire dalla pagina e riprendetevi cercando un commento a caso su www.federtennis.it, accessibile anche da qui), dicevo, se non vi ritrovate nella condizione d’essere obnubilati dal fuoco dogmatico dell’orgoglio patrio (?) più malsano avete certamente coscienza del fatto che casa nostra è la patria dell’ipocrisia. E, come in tutte le culle dei dis-valori, vigono i totem. Nel cortiletto del tennis italiano, per esempio, qual è il totem per antonomasia? Ovvio: Nicola Pietrangeli. Ah, Pietrangeli: per carità, non toccate Pietrangeli. Zitti tutti, parla Pietrangeli. In piedi, è arrivato Pietrangeli. Clap clap, il maestro Pietrangeli, l’ambasciatore Pietrangeli, l’icona, il mentore, la Musa ispiratrice, il modello di vita Pietrangeli. La prima cosa che penso quando vedo Pietrangeli, da sempre, è che passi gran parte della sua vita in spiaggia: è regolarmente più abbronzato di  Gianfranco Lampados Fini. Ma questo non c’entra, almeno non ora. La seconda è che, tolta la palla corta, non gli rimanga granché da offrire in lascito all’umanità. Magari è una mia percezione fallace. La terza è che incarni tutto quanto, a mio modestissimo avviso e talento tennistico a parte, non vorrei mai insegnare a mio figlio.

I primi dubbi sul conto di Pietrangeli? Ebbene, non me li ha mica solleticati lui, nonostante il suo sguardo a tratti schifato, a tratti altezzoso e quell’eterno, implicito sottopancia che scorre ogniqualvolta appare: ”Vorrei ricordarvi che io sono fico e famoso, voi invece no”. È stata, invece, colpa della sua Emilia Fedina, alias Lea Pericoli: a forza di cantarne le gesta epiche (otto volte su dieci riguardavano un abbordaggio o una serata nauseabonda tra vip), di magnificarne le doti di viveur e di playboy, di lodarne la saggezza e la vita misurata e poco appariscente (“Un giorno o l’altro spiego a Federer come si fa a battere Nadal”, la caccia ai migliori green di Djerba, cose del genere) nonché la virtù – per lei è tale – di averla sempre sfangata senza aver lavorato un solo giorno della sua vita, e ancor più di bearsene, il campione Nicola ha iniziato a essermi simpatico come una colonna di formiche rosse imbizzarrite sul pavimento di casa. Non perché ciascuno non sia libero di vivere come meglio crede, ci mancherebbe. Ma da qui a farne un esempio mi pare passi un fiume largo così.

Nicola Pietrangeli, come Panatta – che secondo me è stato, considerati i tempi, più forte di lui - ha avuto una carriera e successi da campione. Noi, che di campioni ne vediamo tanti quante sono le miniere a cielo aperto di smeraldi in Brianza, pare si debba, per obbligo morale di italianitudine strisciante, coltivare e tributare eterna gratitudine al fuoriclasse italiano. Direte voi: giusto. Infatti è giusto: entro i limiti della ragionevolezza, possibilmente. Non è che se servi ai duecentoventi all’ora, salti in lungo nove metri o metti le punizioni nel ‘sette’ ti si deve fare per forza sindaco del paesiello di nascita o ministro dello sport. Ma no: noi italianidi non ci accontentiamo della gratitudine. Confondiamo talento sportivo con talento umano, e sbrodoliamo. Ecco spiegato perché, per esempio, troviamo normale (io no, voi spero neanche, la maggioranza sì) che sia Ministro della Repubblica (e alle pari opportunità, poi) Mara Carfagna. Anni addietro mi capitò di parlare di argomenti affini col sommo Gianni Clerici, che però non mi seguiva. Anzi: parlava del “mio dieletto Nicola”, mi ricordò il proverbio “beati monoculi in terra caecorum”, insomma capii presto che era saggio sospendere l’argomento. Lo riprendo qui, per conto mio perché l’Everest di questo malvezzo, che mi facilita enormemente il compito in questa breve fenomenologia, è un’intervista andata in onda recentemente sull’Istituto Luce del tennis (la definizione è rubata ad Andrea Scanzi, ve lo dico sennò poi si arrabbia, mentre per la segnalazione del video devo ringraziare Daniele di Ravenna, che me l’ha gentilmente mandata). Complice il deferente, quasi adorante faccia a faccia col conduttore della trasmissione, Caputi, qui il Pietrangelismo (attivo e passivo: essere Pietrangeli e avere a che fare con Pietrangeli) raggiunge vette parossistiche.

Si comincia.

“Io devo tutto al tennis. Purtroppo – ogni tanto lo dico solo perché la gente sappia – non ho giocato in questi tempi, per una questione volgarmente di denaro”. La gente lo sa eccome: questa notazione non manca mai, proprio mai nel Pietrangeli-pensiero. Gli ‘girano’ a mille perché ai suoi tempi si guadagnava poco. E vabbè, ci dispiace. Elegantissimo, poi, battere virtualmente cassa nel 2010 per i tornei vinti nel 1960, no? Senza contare che, col suo autodenunciato stile “mi alleno poco tanto mi basta il talento”, oggi avrebbe perso anche contro il cugino scarso di Jordi Arrese.

Il bello di Nicola è che si è campioni ma è difficile rimanere così come sei tu nell’affetto e nella credibilità da parte della gente”. Innanzitutto chapeau per la domanda (ma è una domanda?). Mi ricorda il terribile, cattivissimo, asperrimo Bruno Vespa quando incalza Berlusconi: “Presidente, la gente la ama. Nevvero?” Comunque: credibilità, dice il conduttore. Credibilità in cosa, di grazia? Quale incarico ha ricoperto Pietrangeli negli ultimi trent’anni, dopo aver capitanato l’Italia di Davis? Ha aperto una scuola che sforna talenti? Cresciuto un giovane italiano? Tirato su un impero edile? Bonificato le paludi pontine? Tradotto i discorsi di Osho Rajneesh? Curato la costruzione di ospedali in Costa d’Avorio? S’è dedicato a studi innovativi sulla letteratura degli esuli russi? Sfogliando la sua agiografia ufficiale, “C’era una volta il tennis”, da Lea Emilia Pericoli si apprende che, al più, l’aspirazione di Pietrangeli non giocatore era quella di “vivere a Los Angeles perché stavo sempre in mezzo agli attori” e, avesse mai dovuto ripiegare sull’Europa, trovare un posto a tavola a colazione col principe Ranieri di Monaco. Altro non risulta.

Risponde, però, Pietrangeli: “Questo secondo me è il, non voglio dire il successo, è la grandissima soddisfazione, perché io dico sempre, ma senza cattiveria per carità, io, tanto è inutile nasconderlo, tra poco ne faccio settantasette, e so’ tanti, e io auguro a tutti quelli che hanno giocato perlomeno ai tempi miei o anche dopo o quelli che stanno giocando adesso che quando arriveranno a settantasette ancora la gente li riconoscerà”. Certo, infatti Rod Laver chi diavolo è, forse quel tipo bizzarro con la zazzera rossa che chiede l’elemosina alla stazione Termini? E Ken Rosewall? Chissà, magari è quel signore ricurvo che usa la social card per far la spesa al Conad (o forse, semplicemente, non si nutrono di autografi, di feste o di cenoni al Rotary: coltivano quello strano vezzo noto come senso della misura). Chi saranno mai Ashe e Kramer, o Borg e Stan Smith al cospetto suo? Perché lui “lo dice sempre, ma senza cattiveria” per carità, che lui è famoso ancora adesso. Sì, in effetti ha ragione: chissà, vien da pensare, come se la passeranno quei peoni di Lendl, McEnroe, Sampras, Agassi ed Edberg tra qualche tempo. Tutti destinati a un triste oblio entro pochi anni. Boris Becker? Nel 2040 girerà per strada a Roma e verrà preso per er canaro de Trastevere. A New York lo arresteranno per spaccio di tinta per capelli. Ma attenzione, perché il maestro di understatement Pietrangeli aggiunge: “È come quando dico: dare un premio oggi a Federer piuttosto che a Nadal piuttosto che a Totti son bravi tutti. Vediamo se glielo daranno tra cinquant’anni”. Qui anche Caputi si spera abbia avvertito un brivido lungo la schiena. Speranza vana. Gli esce un “certo” (certo cosa? Certo cosa?) ma il gelo ha il sopravvento e, in pochi istanti, si cambia domanda. Si passa agli anni della formazione.

“Io non ho terminato il liceo perché mi avevano bocciato però andavo a Chateaubriand quindi se avessi voluto terminare il liceo sarei dovuto andare a Grenoble, e non lo avrei fatto. Il fatto di avere preso o non preso la licenza liceale non è che abbia cambiato molto la mia vita”. In effetti per fidanzarsi con le modelle dicono non sia necessario conoscere il paradigma di laudare. Scuola pubblica? Diploma? Puah. Tempo perso. Torniamo al tennis. Pietrangeli ha il tempo di dichiarare che il suo record di 164 incontri giocati in Davis “vabbè, è imbattibile” (attenzione: non lo diceva, per pudore, eppure forse lo pensava anche Sampras con gli Slam, e gli portò un filino sfiga) nonché di arrogarsi un merito – questo è vero – riguardante l’Insalatiera vinta dall’Italia nel 1976: “Io dico sempre che il merito sportivo è dei giocatori; il merito mio, e non lo divido con nessuno, è di averli portati in Cile”. E fin qui tutto bene.

Il generale Pinochet. Se doveva assassinare qualcuno, prima si accertava che nei dintorni non ci fosse Nicola Pietrangeli

Non fosse che, poi, bontà sua, Pietrangeli decide di lanciarsi a capofitto in una esegesi dietrologic-socio-sport-politica. Per la quale è necessario allacciare le cinture di sicurezza. “Che poi siccome la verità sta sempre a metà strada, non credo che Pinochet mangiasse i bambini piccoli la mattina… Questo stadio dove dicevano che ammazzavano tutti i giorni non so quanta gente…” Ecco, fate un bel respiro perché non è finita. Caputi, lo dico en passant, fin qui non fa una piega (dopo, in compenso, neanche). E il Pietrangeli, che pronunciando queste parole assume sempre più le sembianze e la parlata di un Luttwak brillo, rincara: “Ricordo un’intervista con gli Intillimani, dicevano: “Sappiamo che sei tifoso, ti piace il calcio, bene, sai che a Santiago la gente non va più al pallone. Oddio, e perché? Perché lo stadio è pieno di morti, esagero un po’, e perché non hanno i soldi per andare allo stadio. Eh, mi dispiace. Arriviamo lì e come sempre la prima cosa che si fa è andare a vedere dove si gioca. È come qui al Foro Italico, il tennis sta a trecento metri dallo stadio. Stavamo lì e a un certo momento la gente comincia a passare. E domando: dove vanno? Vanno allo Stadio. Come vanno allo stadio? Sì, perché c’è lo spareggio per fa’ la coppa d’America”.

Ecco. Qui ti àuguri che Caputi, cui frattanto qualcuno avrà almeno portato una stampata del riassunto di Wikipedia sui crimini di Pinochet (in effetti i trucidati furono solo 2.000, gli scomparsi che fecero la stessa fine un migliaio: poteva anche impegnarsi di più, quel dilettante di militare golpista) si alzi e dica al regista: dai, aspetta, ricominciamo e tagliamo ’sto pezzo, su. Non dico incazzarsi. Non dico tirargli un sussidiario delle elementari sulle scarpe. In effetti, però, qualcosa lo fa Caputi, interrompe d’autorità l’ospite con questa secca smentita: “La coppa America, come no”. Certo, la coppa America, come no. Non ”Pietrangeli, ma che stai a ddì?”. No: la coppa America, come no. “Insomma siamo andati a vedere la partita e c’erano sessantamila persone, allora tutti questi che non ci andavano insomma…” Insomma, sì. Evidentemente gli Intillimani sono sempre ubriachi. E Pinochet, ai suoi oppositori, toglieva solo il burro dalla dieta e la partita la domenica. Pensate che abbiamo toccato il fondo?

Nossignori. “Sì, si ingigantiva un po’ tutto” è la chiosa di Caputi. In effetti diamo a Pinochet quello che è di Pinochet: i nemici del regime non venivano solo fucilati allo stadio, e non sempre in presenza di tennisti italiani. Caputi sembra essere un ottimo candidato a sostituire Gianni Bisiach e Giovanni Minoli per le ricerche storiche in Rai. Che so: “Deportazioni: non che siano state tutta questa brutta cosa”. “Marzabotto, fosse Ardeatine e altre storie di piccoli screzi”. Con l’egida di Sandro Bondi ministro della cultura, magari, si può fare.

Prima di svenire sulla sedia, però, arrivano i sali: spunta, miracolo, in mano a Caputi l’agiografia di San Pietrangeli, meno nota come “C’era una volta il tennis” della Pericoli (edizioni Rizzoli). E, lasciato quel benefattore del generale Augusto alla memoria che gli è propria, si passa ad argomenti più leggeri. Come la dolce vita: “La dolce vita che intendono oggi a me fa perlomeno sorridere, credimi, quando parlano di playboy oggi allora mi viene proprio da ridere. Perché i playboy dell’epoca, che erano sei, otto, intanto il più scemo era miliardario in dollari. Tre o quattro correvano in Formula Uno, a spese loro. Due o tre erano scheglc (sic) di golf (*). L’altro giocava a polo. Quelli erano i playboy. Viaggiavano tutti con la Ferrari, io col tram.  I playboy di oggi sono quelli che fanno il Grande Fratello?” Qui il giudizio di Pietrangeli è tranchant. Non ci sono più i vitelloni di una volta. Sant’Iddio: che diavolo di mondo è questo, dove anche chi non è figlio di papà o senza né arte né parte può diventare un dongiovanni e soggiornare al Grand Hotel? Ai bei tempi lusso e lussuria erano riservati agli eletti. Oggi, maledizione, può arrivarti chiunque, pure il pizzaiolo di Arce a soffiarti la modella o il posto al ristorante. E che cavolo.

 (*) non sono riuscito a tradurlo. Mi date una mano voi?

Caputi, indefesso, insiste sulle qualità professionali del Pietrangeli giocatore e pensionato: “Tu sei riuscito, mentre giocavi ma anche dopo, a mantenere un rapporto con la gente che conta, il jet set”. Già: a quanto pare dev’essere stato un lavoro durissimo, altro che i turni in fonderia. Quanti sacrifici per arrivare a cenare con mezza Hollywood. “Tutto questo mi è costato… Allora, mi dicono sempre: tu ti fossi allenato di più avresti vinto di più. Ma io rispondo sempre: sì, ma mi sarei divertito molto meno. È anche vero che facendo questo tipo di vita, che poi non era chissà che, eh, io ho conosciuto un sacco di gente che poi mi ha dato una mano, piuttosto che…”

Attenzione: qui il discorso si fa meno fumoso. Gente che dà una mano, amici influenti. Non starà mica per dire che… Sì,  sta proprio per dirlo. “Fa sempre comodo – è vero che adesso è passato il tempo delle raccomandazioni, non ci sono più, giustamente magari – però oh, oggi ti assicuro che all’età mia io potrei ancora scegliere dieci posti nel mondo dove andare ospite”.
Et voilà: liberté, fraternité, e soprattutto humilté (il copyright è di Maurizio Crozza). Quel “giustamente magari” vale il prezzo del biglietto. Non solo: qui c’è pure la summa del Piet-pensiero. Lavorare? Manco per sogno: come dice Cesare Pavese (Nicola non lo sa, ma pazienza) lavorare stanca. La terra è bassa. Meno male che è sempre esistita la raccomandazione: per Pietrangeli, campione di tennis, pregasi offrire trattamento speciale, altrimenti sai che sbattimento doversi cercare un lavoro. E sudare. O doversi pagare, per dire, le vacanze: ma che, scherziamo? Per fortuna che, con una telefonata, bene o male si riesce ancora a scroccare qualcosetta (pardon: a farsi ospitare), nonostante questa società moderna cominci a perdere di vista i valori fondamentali (i calci nel didietro, le corsie preferenziali, i favori, l’antimeritocrazia). Lavorare è un’occupazione da poveracci perché (leggiamo dal Vangelo secondo Pericoli) “Corteggiare le belle donne, praticare sport, viaggiare, divertirsi con gli amici è un mestiere impegnativo se fatto seriamente, per lavorare non ho mai avuto tempo”. Soprattutto la corte dev’essere un problema, all’appropinquarsi degli ottanta. Difatti Nicola commenta, con signorilità, garbo ed egual sconsolatezza: “Vòi sapè qual è il mio dramma? È quanno (le donne) me dicono de sì”. Ma no, dai, Pietrangeli, non dire così. Continua pure nell’ars baccagliandi. Oggi la medicina fa miracoli: chiedi al presidente del Consiglio. E poi daje giù, come nell’età beata.

L'irriguardoso principe di Monaco. Non risponde al telefono a Pietrangeli

Tuttavia, tornando ai posti nel mondo in cui farsi invitare, ultimamente pare che da dieci le opzioni siano scese a nove. Il conduttore, difatti, prova a suggerire: “Uno di questi posti è Monte Carlo…”. Caputi non lo sa ma ha appena toccato un nervo scoperto, anzi, il nervo scoperto. Pietrangeli s’imbizzarrisce. “Adesso faccio un appello, e qui mi arrabbio (batte le mani) perché il principe Alberto… Non posso esagerare, eh… Ma sono due mesi che non mi risponde al telefono. Ah, io faccio un appello televisivo. Che poi magari mi chiama alle sette del mattino scusandosi. Ma io gli dico: non devi scusarti, devi avere il tempo di farmi una telefonata”. E che cavolo: se Pietrangeli ti subissa di chiamate, si vede che ha qualcosa di importante da chiederti, no? La vicenda, però, merita un breve inquadramento. Grazie ad anni e anni di abnegazione, racconta la Pericoli, Pietrangeli era infatti riuscito a guadagnarsi un seggiolino alla corte del principe di Monaco, Ranieri. E questo nonostante il ciambellano di corte, il colonnello Lamblen, lo prendesse regolarmente per i fondelli durante i ricevimenti proprio perché, ai suoi occhi, era il maestro degli ‘imbucati’ (non lo dico io: è scritto sul Vangelo secondo Pericoli, pagine 197-198). Passato a miglior vita Ranieri, il figlio Alberto non ha, evidentemente, voluto ereditare alcun obbligo di ospitalità e/o favoritismo vario. A corte e al torneo invita chi gli pare. E questo, per il Pietrangeli-pensiero, è un affronto inaccettabile. Che dite, lo aiutiamo? Mandiamo una e-mail di protesta alla famiglia Grimaldi? Mica ci si comporta così, eh. Sempre che Alberto non sia spettatore dell’Istituto Luce: del resto la gente famosa spesso cova vizi strani, vai a sapere.

 L’intervista volge al termine. Ma a Pietrangeli dobbiamo due colpi di coda (sic): il primo è l’outing ufficiale sulla sua agiografa. Un bell’autogol. Di fronte a un Caputi vistosamente imbarazzato, infatti, Pietrangeli trova il modo di rivelare che, a microfoni spenti, la sua amica Lea adotta un gergo simile a quello dei camionisti che sfogliano un calendario di Max: “Lea… poi quello che è divertente di Lea è che la puoi portare in mezzo ai carrettieri, in mezzo agli scaricatori di porto.. Si vergognano loro, eh, a parlare, perché Lea parla come noi. Anche peggio”. “Ah ah ah”, risponde Caputi, paonazzo. Ah ah ah. Divertentissimo davvero, sentire una donna imprecare come un camallo genovese.

Poi arriva l’altra coda, quella vera. “Siamo in chiusura ma l’ultima domanda voglio fartela su una cosa che forse molti non sanno, non lo so. Il tuo rapporto con Pupino”. Signori, questo è il gran finale.  Perché Pupino merita una trattazione a parte. Nella redazione di Tennis Italiano (parlo di dieci anni fa, più o meno, ero agli esordi) un giorno arrivò “il pezzo della Lea”, la consueta rubrica nella quale la Pericoli parlava di Wimbledon citando Pietrangeli, o delle sorelle Williams citando Pietrangeli, o dell’ultima polemica italiana citando Pietrangeli, oppure di Pietrangeli. Si trattava di leggerla, tagliarla se del caso, metterci un titolo, didascalie e foto (*). Ebbene, da quel giorno la nostra vita non fu più la stessa. Chi è Pupino, direte voi? Pupino è un gatto. “Pupino… non so che dire, c’ha 19 anni, è orbo, pesa dieci chili, Pupino è Pupino, l’unica cosa è che mi sveglia alle cinque, o alle cinque e mezza, o alle sette, mi guarda e je faccio: Pupì… Dove andiamo a quest’ora?”

(*) alla fine fu scelto un titolo sdrammatizzante: ”Nic, occhio a Pupino”.

In realtà c’è moltissimo da dire, altroché: per esempio che, con Eleonora di Arborea e i moti del partito d’azione sardo, la caccia a Pupino del 2001 rappresenta uno dei passaggi cruciali della storia isolana. Dovete sapere, infatti, che Pietrangeli aveva introdotto Pupino negli ambienti più esclusivi della costa Smeralda (cito ancora Emilia Pericoli): “Quest’anno Nicola è andato in vacanza in Sardegna, ospite di amici (ma dai?, ndA). Un primo giorno passato a nascondersi sotto il letto, poi Pupino è diventato popolarissimo a Porto Rotondo. È diventato ‘il gatto con un occhio solo’, molto alla moda”. Giuro che sto trascrivendo parola per parola. “Quando ha capito che era ora di ripartire, è scappato. Quindi allarme generale (sic) e ricerca disperata. Non c’è stato niente da fare, il gatto non si trovava. Nicola si è rassegnato a perdere l’aereo. Ha telefonato al suo amico Gianenrico Maggi. Ed ecco come si è svolto il dialogo: ‘Questa sera vengo a mangiare da te’. ‘Come, non parti più?’ ‘No, è scomparso Pupino, non posso rientrare. ‘ E se non torna?’ ‘Sverno in Sardegna, il resto si vedrà!’”. In redazione si immaginava con costernazione il dramma vissuto non solo dalla popolazione sarda tutta ma anche dagli appassionati di tennis. E pure i rigori invernali di Golfo Aranci, roba che neanche nella campagna di Russia. Come se non bastasse, ci si era messo di mezzo pure un esoterismo portajella: “Una veggente sarda ad alcuni intimi aveva predetto la fine di Pupino: morto sotto le ruote di una macchina. Nessuno, ovviamente, ha osato riportare la macabra profezia a Nicola”. Maledizione, pure la veggente sarda che non si fa gli affari suoi. Ma come va a finire, il Pupinogate? “Per fortuna, ventiquattro ore dopo, spinto dalla fame, Pupino è tornato. Il giorno seguente Pupino e Nicola sono partiti per Roma, a vivere felici e contenti nel superattico di Monte Mario”. La solita vitaccia, via. Pronti per una telefonata al Principe: “Aò, che ce famo colazione e du’ buche a gorf?” 

Racchetta canta – 14 (special summer edition)

giovedì, 8 luglio 2010

La protesta contro il kompagno Clerici sul Giornale di (L)ittorio Feltri

Fasci e racchette
Sul Giornale di Littorio Feltri (all’anagrafe Vittorio, ma non si offenderà) compare una straordinaria lettera, a firma del signor Evoldi di Mantova. È indirizzata a Paolo Granzotto, corros(iv)o columnist del foglio di proprietà della famiglia Berlusconi, al cospetto della cui simpatia le vuvuzelas sudafricane paiono lievi pizzicate d’arpa. Il lettore, platealmente irritato, lamenta al cospetto di Granzotto e del suo cane (giuro) le gesta villane e traditrici di Gianni Clerici. Colpevole, il marrano, di ricordare durante le telecronache d’essere stato staffetta partigiana. Non solo: il rivoluzionario bolscevico Clerici osa addirittura “fare marchette al giornale per cui scrive”, una testata così penosa da non meritare la citazione (tanto, dice Evoldi, “sicuramente Lei ha già indovinato il nome”); e si permette pure, lo scriba maoista comasco, in massimo spregio al Ventennio di gloria e celodurismo nazionale, di ironizzare orridamente su Starace, “dicendo che a lui, staffetta partigiana, il giocatore piacerebbe anche, se non fosse per quel cognome che ricorda il noto gerarca fascista”. Evoldi, indignato, incalza: kompagno Clerici è quello che il sommo Granzotto definirebbe, sarcasticamente, un Sincero Democratico. E chiude informando di aver utilizzato inutilmente la e-mail di Sky, ora abrogata, per “esprimere le sue rimostranze”. Altra indignazione caduta nel silenzio. Qui no: il Giornale pubblica. Il risentimento, peraltro, è tale solo nei confronti del komunista Clerici, precisa il signor Evoldi, giacché per contro il suo compagno Rino Tommasi “è sempre misurato e attento al gioco e al commento” (e, aggiungo io, considera Pinochet e Franco due moderati, quindi medaglia al valore e implicito chapeau da parte di un nostalgico degli anni in cui i treni arrivavano sempre in orario).  Granzotto, senator e gran maestro nell’arte dei pipponi piglia-paracul-turali con frequente saccheggio del Devoto-Oli e dei vocabolari dialettali per ingrassare la pasta e far sentire il lettore moderatamente ignorante, risponde a modo suo. Non risponde, cioè, perché dichiara di seguire le telecronache del duo Tommasi-Clerici ma, siccome “il troppo stroppia”, quest’ultimo poteva risparmiarci il suo passato da aiutante dei partigiani. Dimostrando, quindi, o di aver mentito (non li ascolta mai, probabile) o di non averci mai capito una ceppa (altrettanto probabile: Clerici era più interessato alle sorti del Tennis Club Bordighera  di quanto non s’occupasse delle truppe resistenti a Dongo). “Ci basta (e avanza) - chiosa l’acido Granzotto – sapere che è un ‘sincero democratico’. Il resto è sottinteso”. No, beh, non sottintendiamo, esplicitiamo pure: appena pensionato il Clerici, sarebbe opportuno un trentennio di compensazione con una voce stentorea in rappresentanza del bel tempo che fu, dei giorni da leoni del Duce e delle imprese del sommo atleta Gianni Cucelli, campione nato nella valorosa Fiume, avamposto fortemente voluto dal regime fascista e indegnamente perso dopo l’armistizio. Ci vorrebbe un altro editto bulgaro, stavolta dedicato al tennis, noto covo di brigatisti silenti. Ecco, magari un Gianni Alemanno prima voce, Er Pecora spalla tecnica. Con reintroduzione del linguaggio autarchico: il “set” è “partita”, lo “smash” “schiacciata”. E poi “Vimbledonio, Rolando, Rogerio”. In attesa del nuovo Benito Panatta, complice una nuova politica di infoltimento della famiglia.

A proposito di Panatta / spiegazioni alternative
“Panatta, è giusto che la Federazione abbia pagato un premio di 400.000 euro alla Schiavone dopo il milione vinto a Parigi?” “Non avrebbero mai pensato di pagarlo quando hanno fatto l’accordo. Servirà da insegnamento”. (Adriano Panatta intervistato da Caterina Perniconi, Il Fatto Quotidiano, giovedì 8 luglio 2010. La tesi più gettonata è che la Fit, finanziata pubblicamente e quindi coi soldi dei contribuenti abbia ‘cacciato il grano’ – nostro – per mettere il cappello sulla vittoria della Schiavone. Panatta, cacciato dieci anni fa dal presidente Binaghi, propone un’altra spiegazione: che abbiano voluto ‘fare i fighi’ e siano rimasti fregati dalla loro stessa boutade. Adriano, giustamente da parte sua, detesta i federali che gli han fatto la pelle. E andrebbe anche appoggiato, per certi versi, in questa sua presa di posizione. Peccato, però, che sia stato proprio lui ad allevare la serpe in seno. Fu Panatta a sponsorizzare l’attuale capo della Fit, con queste credenziali: “Binaghi è giovane, è bravo ed è amico mio”. Bell’amico).

Dietro compenso?
“(…) trasformata in fenomeno mediatico, condivisa da un Napolitano e da un Berlusconi, trascinata nel salotto di Vespa dietro compenso, la povera Francesca (…) non poteva resistere al personaggio che su di lei era stato costruito”. (Gianni Clerici, la Repubblica, martedì 22 giugno 2010, pag. 70. E quanto avrebbe pagato, se davvero ha pagato, la Rai per garantirsi la Schiavone nel salotto dell’irraggiungibile Bruno Vespa, il giornalista tutto d’un pezzo? Non bastava la imbarazzante elargizione di soldi pubblici da parte della Fit, ci volevano anche quelli di mamma Rai?)

Leggerissimamente in ritardo
“Grazie al secondo titolo conquistato a Wimbledon, Rafael Nadal torna numero uno del ranking mondiale”. (Il Tempo, articolo non firmato, martedì 6 luglio 2010, pag. 29. Nadal è tornato numero 1 dopo il Roland Garros, a inizio giugno).

(Articoli) capitati lì per caso
“Domenica Nadal ha messo il sigillo sul suo ritorno, strapazzando senza neanche troppo impegno un Berdych capitato lì per caso”. (Massimo Rossi, Libero, martedì 6 luglio 2010. Qualcuno gli dica che questo Berdych, casualmente messo lì al numero 8 al mondo, quest’anno è capitato per caso anche nella finale di Miami e in semifinale al Roland Garros).

Elefanti in cristalleria
Notiziola passata sottotraccia: la Fit ha chiesto a una serie di agenzie di comunicazione una mano per risistemare l’immagine per i prossimi Internazionali d’Italia. Iniziativa meritoria e necessaria: se c’è una cosa in cui la Fit è imbarazzante è proprio l’immagine. Purtroppo si è mossa – strano a dirsi – con scarsa grazia, contravvenendo alle regole, ispirate a correttezza e buon senso, di Assocomunicazione. Che dice: non mandate richieste di consulenza a cinque, sei, sette agenzie. Non è corretto: gare così “sono inconfutabilmente un danno per il mercato in quanto comportano un enorme dispendio di risorse e di energie da parte di molte persone a fronte di una scarsissima probabilità di ottenere una adeguata remunerazione. Queste risorse ed energie, oltretutto, vengono distolte ai clienti consolidati che conseguentemente rischiano di subirne un danno”. Tanto per non sbagliare, la Fit ha chiesto preventivi a 12 agenzie. Risultato: tutte quelle chiamate in causa, tranne una, si sono ritirate. Assocomunicazione ha stigmatizzato la condotta della Fit. Che si difende su Daily Media: “Sicuramente non siamo molto esperti di gare (…) tanto meno (sic) delle regole di Assocomunicazione, di cui nemmeno sapevamo l’esistenza (…)  Noi per altro (sic) scopriamo dai giornali che tutte le altre si sono ritirate”. Ecco, cara agenzia che non ti sei ritirata: fa’ in fretta. Come vedi, il lavoro da fare è tanto. E magari consiglia anche qualche pensionamento: operazione a costo zero ed efficacia cento.

Paris, numero zero

sabato, 22 maggio 2010

Riprendo il Diario Slam, finalmente sbarcato nella Ville Lumiére.

Niente tennis, oggi. Spostamenti e qualche incontro interessante. Per esempio quello a Somma Lombardo, posto che conoscevo solo (è una mia passione: da Storie maledette di Franca Leosini a Un giorno in pretura, Blu notte… conosco decine di casi a memoria) per le imprese funebri delle Bestie di Satana. Invece c’è anche un parcheggio comodo per Malpensa e, un minuto dopo di me, arriva Corrado Erba con dolce consorte. Scopriamo che stiamo per fare il viaggio insieme. Ieri ho festeggiato un anticipo di compleanno con gli amici e vini francesi (omaggio dovuto, no?) tra i quali ricordo un riesling Clos Hauderer e uno champagne Billecarte-Salmon. Ricordo meno volentieri il mal di testa del mattino.

Parigi, 10 gennaio 1870: il principe Pierre Bonaparte uccide Victor Noir. Che lo stava solo intervistando.

All’imbarco trovo Gianni Clerici. Ci mettiamo a parlottare. Secondo lo Scriba la biografia di Agassi, che ammette di aver solo letto a spizzichi e bocconi, è una mezza carognata. Vale ancora, secondo Gianni, il motto per cui il piatto nel quale si mangia non va fatto oggetto di trattamenti poco riguardosi. Gli ho detto la mia: J.R. Moehringer ha condotto un lavoro monumentale e di gran qualità letteraria per trattarsi di una biografia sportiva. E, secondo me, l’episodio della metanfetamina è marginale rispetto alla sostanza del racconto. Passiamo a Giorgio Bocca: gli racconto che l’ho intervistato poco tempo fa e che costui lo ricorda come un “ottimo breriano”, categoria che peraltro Bocca non ama. Gianni non è d’accordo con la presunta omogeneità tra il suo stile e quello di Gioàn Brera, anche se so cosa intendeva il Provinciale: il giornalista deve raccontare, non fare letteratura. Per lui l’articolo deve rigorosamente rispettare le cinque W. Clerici mi ricorda che ai tempi di Bocca nel pieno delle forze esisteva la terza pagina del Corriere, molto letteratureggiante, quella con l’elzeviro, e che - forse – ai tempi Bocca non la pensava così. Passiamo, non ricordo perché, a parlare di Beppe Fenoglio, e vien fuori quella sua antica uscita che, tra le altre, mi fece innamorare dello scrittore partigiano: “La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”.

Il resto del viaggio lo passo a leggere le pagine dedicate a Parigi da un altro Corrado, Augias. Sono in piena sintonia con lui: inutile il viaggio per dare un’occhiata all’Arco di Trionfo, alla Torre Eiffel, a Notre Dame… Posti già visti sui libri e in tv, così spesso da perdere il loro valore storico e suggestivo agli occhi di chi li guarda. Augias racconta tante storie della Parigi segreta, quella delle catacombe per esempio, o l’assassinio del povero Victor Noir, un giovanissimo giornalista ucciso dal principe Bonaparte durante un’intervista (si vede che Victor non era a conoscenza di quello ora noto come metodo Vespa-Minzolini). Al cimitero di Pére Lachaise c’è la sua statua, che cattura gli ultimi attimi di vita. Meta di un discreto pellegrinaggio.

E va bene, un po’ di tennis. Domani si inizia su Eurosport. Alle undici. Per i primi tre giorni saremo in tre, Lorenzo, Barbara e io. Gianni Ocleppo arriverà mercoledì, mentre Jacopo per la prima settimana si occuperà di Eurosport 2 (che avrà un occhio di riguardo per le partite degli italiani) per poi unirsi al gruppo nella seconda settimana. Domani è, peraltro, la giornata con lo spazio più compresso per via della tappa del Giro d’Italia. Vi aspetto!

Wonderbra(ghdatis)

giovedì, 21 gennaio 2010

Mi sto abituando a vivere ‘al contrario’: dormire al mattino, riprendermi al pomeriggio, AusOpen di notte. A proposito dei reporter in loco mi hanno mandato il link al video di Rino Tommasi e Gianni Clerici che cantano ancora quel motivetto antico, mi pare fosse di Alberto Rabagliati, in voga poi negli anni Ottanta grazie a Renzo Arbore (“Oh bongo bongo bongo stare bene solo al Congo / non mi muovo no no / bingo bango bengo / molte scuse ma non vengo / io rimango qui / no bono scarpe strette saponette/ treni e tassì”) con novazione di Rino, che sostituisce a “saponette” le più viziose “sigarette”. Eccolo.

Che abbronzatura, Rino! Proprio mentre a Milano spira un vento polare. Ma torniamo a noi. Stanotte Gianni Ocleppo è arrivato con un carico di cioccolatini, barrette Kinder e Nutella che sfamerà Eurosport per i prossimi due anni. Dovete sapere che, dopo aver smesso ancora giovane col tennis, Gianni non si è fatto più vedere nel giro delle racchette anche perché aveva un’azienda da mandare avanti: fanno confezioni per grandi aziende alimentari. Mi ha portato a vedere i suoi stabilimenti, in questo periodo sono già in lavorazione le uova di Pasqua su tre turni (lì la notte la fanno una settimana al mese e non per commentare Roger Federer).

Wonder Marcos: che colpi (ma che fisico...)

Un caro amico giornalista a Mediaset, Roberto, mi ha regalato il capolavoro di Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5, e l’ho letto in metro mentre mi avvicinavo agli studi di Eurosport. Bello, ma che angoscia. Grave errore farne uso prima della diretta, perché non ero di buon umore mentre seguivamo Ana Ivanovic e Gisela Dulko (ah: basta con questa storia che  non sopporto il tennis femminile. Non sopporto ALCUNI match femminili, i venti doppi falli in un set, dieci dritti sul telone in quindici punti). Secondo me era giusto passare sul centrale per il match di Djokovic dopo il primo set, perché Nole ha perso il primo set contro Chiudinelli e, nel secondo, ha salvato una carriolata di palle break. Invece siamo rimasti sulle due donzelle, che hanno preso a far cattiva pubblicità al tennis rosa (punto-tu-punto-io-sbagli-tu-sbaglio-io) mentre su E2 c’era la prima puntata di EuroRadwanska (Urszula già data, ci mancava Agnese) contro la Kudryavtseva. Vabbè. 

Colpo di fortuna: passiamo, una volta salutata Ana, sul campo di Ferrer che è avanti due set a zero contro Baghdatis. A parte il fatto che Marcos ha la terza di reggiseno (visto quando si è tolto la maglietta?) e che il suo tifo è letteralmente insopportabile (c’è il coretto per l’ace, quello per la risposta in cross stretto, quello per il lob, quello per la palla break, quello per lo smash, quello per la demivolée) abbiamo seguito una partita quasi morta  che si è risvegliata. Wonder Baghdatis, chili a parte, ha fatto dei numeri incredibili. Che bellezza, riuscisse a tornare in alto. Ho saputo del mio cavallino Dent: preso a pallate da Tsonga. E ho avuto il tempo di seguire il primo set di Hewitt con Young: Lleyton ha lavorato tanto nell’inverno, e si vede. Donald sta provando, finalmente, a diventare un giocatore. Ma credo che non ce la farà, se le sue aspirazioni sono guidate dalle parole che Johnny Mac spese per lui quando scambiò qualche palla, nel 1999, con quel ragazzino di dieci anni: “Un mancino che ha delle mani che ricordano molto quelle di un altro mancino, uno che io conosco molto bene”. No: non ci aveva indovinato, MacGenius.

Day IV (01:00-07:10)
Caffè: 3 (sforato vergognosamente). Caffeina e taurina (Coca zero, Red Bull): 3. Cioccolato: perso contabilità.
Momento sì: Baghtadis tira un cross di dritto che sfida le leggi balistiche. Gianni Ocleppo non si trattiene e (per fortuna sottovoce)  sottolinea la prodezza: “Oh c**z…”
Momento no: Carrilyn Cramer, giudice di sedia nel match della Ivanovic. Non ne ha azzeccata una e, nel conto finale, ha danneggiato la Ivanovic pesantemente. Senza occhio di falco, ormai, i match sembrano ‘zoppi’. Ma Carrie ci vedeva pochissimo, ieri!

Racchetta canta (11) – Voci di fine stagione

lunedì, 30 novembre 2009
Solo le mucche non cambiano idea (G. B. Shaw)
“Sono anni che Rino Tommasi e mia moglie quando assistono al Master dicono sempre la stessa cosa e così come loro a turno tutti i più importanti giornalisti, opinionisti e appassionati. Il loro argomento è che lo spirito del tennis viene stravolto dalla formula (del Master, ndr) e permette di fare calcoli in uno sport che invece detta che chi vince va avanti e chi perde va a casa. Indubbiamente il concetto non fa una piega, ma oggi io vorrei spezzare una lancia in favore di chi il Master lo organizza e ne deve fare una passerella finale per i migliori otto giocatori dell’anno”. [...] “Il Master non premia mai un vincitore a caso e poi assolve ai problemi della passerella finale e permette al pubblico di poter vedere per lo meno per tre volte il campione preferito”. [...] “… questa formula è e rimane non solo la meno peggio, ma sicuramente una buona formula”.
(Cino Marchese, Ubitennis, “Due parole a difesa del Master”, 28 novembre 2009)

“Alcune settimane fa Gianni Clerici ha pubblicato un articolo-denuncia in seguito alle dichiarazioni di Ion Tiriac e Patrice Clerc, direttore del Roland Garros, che avevano dichiarato di essere favorevoli per i tornei indoor ad adottare un sistema di gironi all’italiana che poi, tipo Master allargato, qualificavano i migliori 16 o 8 giocatori. La mia risposta è netta e inequivocabile: no e poi no! Non si può stravolgere lo spirito del tennis che certamente ha nella sua essenza l’eliminazione diretta. Perdi e vai a casa! Non esiste nessuna ragione che giustifichi qualcosa di diverso. Sono numerosi gli episodi legati al Master che raccontano di calcoli fatti per evitare questo o quel giocatore. Non è assolutamente una buona ragione la certezza di vedere i migliori in campo per almeno due volte e meglio gestire l’ordine di gioco sia in funzione degli spettatori potenziali o della televisione. [...] Il tennis è uno sport che non ammette recuperi… Quando perdere una partita diventa un fatto ‘non decisivo’ il tennis ne esce snaturato, diventa un altro sport, diventa intrattenimento più o meno piacevole. Forse sono un po’ troppo romantico ma sicuramente sono convinto che solo col rispetto della tradizione e soprattutto dello spirito del gioco si possa innovare uno sport che ha bisogno di nuove idee”.
(Cino Marchese, Il Tennis Italiano anno 71 numero 1, “Il non-tennis dei round robin”, gennaio 2000)

I sommersi e i salvati
Nikolay Davydenko è il primo giocatore mai vincitore di uno Slam ad aggiudicarsi il Master.
(Rino Tommasi, Sky Sport 2, 29 novembre 2009. Annunciato sit-in di protesta di Alex Corretja e David Nalbandian)

Il maestro ravveduto
Lo Squallidone, l’avevo infatti denominato, quando mi accadeva di commentare nell’ombra di Tommasi. Pareva, l’ucraino, giusto un maratoneta di seconda fila, un segugio da palla [...] Ed eccolo giocare come un nuovo Agassi. Sempre più dentro il campo ad ogni tiro, con un diritto anticipatissimo, e un rovescio tenuto basso, palle che [...] svariano implacabili negli angoli. Squallidone – gli dico – I was wrong. I beg you pardon.
(Gianni Clerici, la Repubblica, 30 novembre 2009)

Spari sulla Croce Rossa
Chissà come mai quest’estate (Davydenko) ha perso con Fognini. Chissà come mai il Masters l’ha vinto lui e non Fognini.
(Marco De Martino, il Messaggero, 30 novembre 2009)

Non mi resta che piovere

martedì, 27 maggio 2008
L’acqua inizia a rendersi insopportabile. Ecco perché della giornata salvo solo il Domaine de la Croix, un cabernet-merlot offerto dai vigneron di Buzet al ristorante della stampa sotto lo stadio Suzanne Lenglen, e l’inaugurazione dell’esposizione temporanea Réné Lacoste, le visionnaire ospitata al Tenniseum. Da domani sarà aperta al pubblico, troverò a ogni costo il tempo per una visita.
Mentre si parlava del più e del meno con Gianni Clerici è passata Barbara Schett, che oggi lavora nella squadra di Eurosport. Lo scriba si è inginocchiato per renderle omaggio, mettendola in imbarazzo senza che lei ne conoscesse il motivo: caso vuole che si stesse parlando della vera o presunta abitudine di Babsi di… ehm, festeggiare il successo in compagnia del coach dopo ciascuna vittoria, prima ancora di finire sotto la doccia. Con tutto il rispetto non ho gli stessi gusti: è carina, d’accordo, ma niente più. Non la pensa alla stessa maniera Max Grassi, il caposervizio di Tennis Italiano, che la adora. Dovrò chiamare sua moglie?

Postumo in vita

lunedì, 10 dicembre 2007

Questo biglietto, che ho malamente fotografato con la camera del telefono portatile, campeggiava sulla postazione in sala stampa riservata a Gianni Clerici durante gli Internazionali d’Italia del 2007. Piccolo regalo per gli appassionati, come i suoi versi intitolati Sporting life:

Destinato per nascita
alla squadra cattolica
prestato ai Sufi grazie
a un angelo custode
riserva degli Agnostici
a fine di carriera
tifoso di Dei Agresti
disseminati in India
finalmente costretto
da cuore e da ragione
a tifare per Budda
e infine solo
anche perché
disse un mio vecchio coach
nel peccare e nel credere
solo
sarai tutto tuo

(Gianni Clerici, Postumo in vita, Sartorio 2005)