Articoli marcati con tag ‘Francesca Schiavone’

US Closed

domenica, 5 settembre 2010

Me la dai o no?
Niente male la scenetta tra Julien Benneteau e Tommy Robredo. Il francese si fa male al polso ma rifiuta di ritirarsi, chiede e ottiene i tre minuti di medical timeout per farsi curare, poi si accorge di non riuscire neanche a lanciare la palla in aria e va a parlarne col giudice di sedia. Che gli nega altri aiuti: o giochi il tie-break e sfrutti la pausa alla fine del set, oppure niente. Robredo è lì, con la mano tesa, pronto a portarsi a casa il match. La tende e la ritrae, come a dire: allora, te ne vai? Ma Julien ci ripensa e torna a giocare. Solo per altri due punti: alla fine si deve arrendere.

Bloody Mary
In diretta su Eurosport, Arthur Ashe Stadium, Sharapova vs Capra 6-0 4-0. Ferrero: “Questa partita…” Farina: “… è una spremuta di sangue!” A proposito di Silvia Farina: chi di voi ricorda questa storia? Seconda domanda:  in Italia, atteso che non è sufficiente una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, cosa bisogna fare (o dire) per dimettersi da una carica?

Orgoglio (e pregiudizio?)
Ha suscitato scalpore la notizia delle groupies che si sono precipitate nello stanzone di un barbiere sulla Madison Avenue per raccogliere le ciocche cadute a Rafa Nadal, che ha scelto un taglio tattico per questi Us Open. Più sottotraccia – ma sarà vera? – l’indiscrezione del NY Post, secondo cui Rafa avrebbe rifiutato un’automobile della transportation perché, sulla portiera, campeggiava l’effigie di Federer.

Piazza grande
Pare che la federazione italiana sia in campagna acquisti. Strani assiepamenti dietro la seggiola di Fabio Fognini (ha appena interrotto la collaborazione con il coach Serrano) durante il suo match contro Verdasco. Contatti con Bolelli. Seppi, intanto, fa sapere che ha ripensato al ripensamento e potrebbe tornare in Davis. Pennetta? Ha ricordato che la Fed Cup è bella, bellissima, ma è ancora più bello avere un team che non costa niente, come succede alla Schiavone, e che in fondo il Master di Bali, che si gioca nuovamente nella stessa settimana della finale di Fed, non fa così schifo. Emissari Fit hanno avvicinato Beatrice Capra per naturalizzarla (ah, provateci anche con Rebecca Marino em soprattutto con Mandy Minella, anche se ha 25 anni). Barazzutti è tornato a commentare per noi lo scibile: “Francesca ha giocato un ottimo match. Attenta, veloce, aggressiva. E’ tornata ad (sic) esprimere un tennis di altissimo livello, come non le succedeva da Parigi”. Sulla Errani: “Partiva sfavorita e la Stosur ha dimostrato di valere il suo ranking”. Torniamo a tentare di avvicinare i reconditi significati del pensiero cumano? Dai:

a) Schiavone, dopo il Roland Garros, ha giocato disattenta, lenta, pavida.
b) non aderisco alla corrente di pensiero che inorridisce all’uso della ‘d’ eufonica se la parola successiva non inizia per ‘e’.
c) la Stosur non ha dimostrato di valere il suo ranking fino al match contro Sara. Quindi ha rubato punti e soldi per qualche mese, senza che nessuno se ne accorgesse.
d) che diavolo è la ‘d’ eufonica?

Racchetta canta 14 (reprise)

martedì, 13 luglio 2010

Di sana e robusta Costituzione

Ci crediate o no, questa è la Schiavone (da Vanity Fair)

Antefatto, noto: Francesca Schiavone è stata invitata da Silvio Berlusconi per festeggiare il titolo vinto al Roland Garros. Bene. Giorni fa, in un’intervista a Vanity Fair nella quale spiccano i “minchia” e i “cazzi” non eufemizzati prima della pubblicazione (ma va benissimo così, ci mancherebbe, mica è il bollettino parrocchiale), la Leonessa ha dato conto di quel rendez-vous. E così si è espressa sul presidente (se siete in piedi, per favore sedetevi): «Premesso che ho conosciuto un uomo invidiabile, una persona straordinaria dal punto di vista umano (non parlo di politica, al momento non è un  argomento che non voglio trattare) e ne sono molto felice, ho avuto davvero l’impressione che, seppure per un attimo, fossimo due persone davvero in comunicazione l’una con l’altra, non due personaggi ciascuno nel suo ruolo. Mi ha parlato della Costituzione con così tanto amore e felicità che io gli ho detto di slancio: “Caspita Presidente, lei ama quello che fa”, e credo che lui sia stato toccato dal mio entusiasmo». Della Costituzione, ha detto. Amore della Costituzione da parte di Berlusconi. Per carità: in democrazia si può dire tutto, anche che il colpo scarso di Wawrinka è il rovescio e che Marcello  Dell’Utri è onesto. In effetti, però, al profondo concetto politico schiavonesco mancava qualcosa: magari un bel ”minchia”, che la giornalista avrebbe anche potuto aggiungere in nome dello spettacolo. A nome nostro, però. 

Qui mi taccio: lascio la parola ad Andrea Scanzi, che prima di me (e di tutti gli altri, tra quelli che ancora dicono ciò che pensano e non ciò per cui sono o vorrebbero essere pagati) s’è accorto di questo diamante Excelsior che rischiava di andar perduto. E lo ha commentato a dovere. Con mestizia e convinzione, sottoscrivo ogni sua parola.

Racchetta canta – 14 (special summer edition)

giovedì, 8 luglio 2010

La protesta contro il kompagno Clerici sul Giornale di (L)ittorio Feltri

Fasci e racchette
Sul Giornale di Littorio Feltri (all’anagrafe Vittorio, ma non si offenderà) compare una straordinaria lettera, a firma del signor Evoldi di Mantova. È indirizzata a Paolo Granzotto, corros(iv)o columnist del foglio di proprietà della famiglia Berlusconi, al cospetto della cui simpatia le vuvuzelas sudafricane paiono lievi pizzicate d’arpa. Il lettore, platealmente irritato, lamenta al cospetto di Granzotto e del suo cane (giuro) le gesta villane e traditrici di Gianni Clerici. Colpevole, il marrano, di ricordare durante le telecronache d’essere stato staffetta partigiana. Non solo: il rivoluzionario bolscevico Clerici osa addirittura “fare marchette al giornale per cui scrive”, una testata così penosa da non meritare la citazione (tanto, dice Evoldi, “sicuramente Lei ha già indovinato il nome”); e si permette pure, lo scriba maoista comasco, in massimo spregio al Ventennio di gloria e celodurismo nazionale, di ironizzare orridamente su Starace, “dicendo che a lui, staffetta partigiana, il giocatore piacerebbe anche, se non fosse per quel cognome che ricorda il noto gerarca fascista”. Evoldi, indignato, incalza: kompagno Clerici è quello che il sommo Granzotto definirebbe, sarcasticamente, un Sincero Democratico. E chiude informando di aver utilizzato inutilmente la e-mail di Sky, ora abrogata, per “esprimere le sue rimostranze”. Altra indignazione caduta nel silenzio. Qui no: il Giornale pubblica. Il risentimento, peraltro, è tale solo nei confronti del komunista Clerici, precisa il signor Evoldi, giacché per contro il suo compagno Rino Tommasi “è sempre misurato e attento al gioco e al commento” (e, aggiungo io, considera Pinochet e Franco due moderati, quindi medaglia al valore e implicito chapeau da parte di un nostalgico degli anni in cui i treni arrivavano sempre in orario).  Granzotto, senator e gran maestro nell’arte dei pipponi piglia-paracul-turali con frequente saccheggio del Devoto-Oli e dei vocabolari dialettali per ingrassare la pasta e far sentire il lettore moderatamente ignorante, risponde a modo suo. Non risponde, cioè, perché dichiara di seguire le telecronache del duo Tommasi-Clerici ma, siccome “il troppo stroppia”, quest’ultimo poteva risparmiarci il suo passato da aiutante dei partigiani. Dimostrando, quindi, o di aver mentito (non li ascolta mai, probabile) o di non averci mai capito una ceppa (altrettanto probabile: Clerici era più interessato alle sorti del Tennis Club Bordighera  di quanto non s’occupasse delle truppe resistenti a Dongo). “Ci basta (e avanza) - chiosa l’acido Granzotto – sapere che è un ‘sincero democratico’. Il resto è sottinteso”. No, beh, non sottintendiamo, esplicitiamo pure: appena pensionato il Clerici, sarebbe opportuno un trentennio di compensazione con una voce stentorea in rappresentanza del bel tempo che fu, dei giorni da leoni del Duce e delle imprese del sommo atleta Gianni Cucelli, campione nato nella valorosa Fiume, avamposto fortemente voluto dal regime fascista e indegnamente perso dopo l’armistizio. Ci vorrebbe un altro editto bulgaro, stavolta dedicato al tennis, noto covo di brigatisti silenti. Ecco, magari un Gianni Alemanno prima voce, Er Pecora spalla tecnica. Con reintroduzione del linguaggio autarchico: il “set” è “partita”, lo “smash” “schiacciata”. E poi “Vimbledonio, Rolando, Rogerio”. In attesa del nuovo Benito Panatta, complice una nuova politica di infoltimento della famiglia.

A proposito di Panatta / spiegazioni alternative
“Panatta, è giusto che la Federazione abbia pagato un premio di 400.000 euro alla Schiavone dopo il milione vinto a Parigi?” “Non avrebbero mai pensato di pagarlo quando hanno fatto l’accordo. Servirà da insegnamento”. (Adriano Panatta intervistato da Caterina Perniconi, Il Fatto Quotidiano, giovedì 8 luglio 2010. La tesi più gettonata è che la Fit, finanziata pubblicamente e quindi coi soldi dei contribuenti abbia ‘cacciato il grano’ – nostro – per mettere il cappello sulla vittoria della Schiavone. Panatta, cacciato dieci anni fa dal presidente Binaghi, propone un’altra spiegazione: che abbiano voluto ‘fare i fighi’ e siano rimasti fregati dalla loro stessa boutade. Adriano, giustamente da parte sua, detesta i federali che gli han fatto la pelle. E andrebbe anche appoggiato, per certi versi, in questa sua presa di posizione. Peccato, però, che sia stato proprio lui ad allevare la serpe in seno. Fu Panatta a sponsorizzare l’attuale capo della Fit, con queste credenziali: “Binaghi è giovane, è bravo ed è amico mio”. Bell’amico).

Dietro compenso?
“(…) trasformata in fenomeno mediatico, condivisa da un Napolitano e da un Berlusconi, trascinata nel salotto di Vespa dietro compenso, la povera Francesca (…) non poteva resistere al personaggio che su di lei era stato costruito”. (Gianni Clerici, la Repubblica, martedì 22 giugno 2010, pag. 70. E quanto avrebbe pagato, se davvero ha pagato, la Rai per garantirsi la Schiavone nel salotto dell’irraggiungibile Bruno Vespa, il giornalista tutto d’un pezzo? Non bastava la imbarazzante elargizione di soldi pubblici da parte della Fit, ci volevano anche quelli di mamma Rai?)

Leggerissimamente in ritardo
“Grazie al secondo titolo conquistato a Wimbledon, Rafael Nadal torna numero uno del ranking mondiale”. (Il Tempo, articolo non firmato, martedì 6 luglio 2010, pag. 29. Nadal è tornato numero 1 dopo il Roland Garros, a inizio giugno).

(Articoli) capitati lì per caso
“Domenica Nadal ha messo il sigillo sul suo ritorno, strapazzando senza neanche troppo impegno un Berdych capitato lì per caso”. (Massimo Rossi, Libero, martedì 6 luglio 2010. Qualcuno gli dica che questo Berdych, casualmente messo lì al numero 8 al mondo, quest’anno è capitato per caso anche nella finale di Miami e in semifinale al Roland Garros).

Elefanti in cristalleria
Notiziola passata sottotraccia: la Fit ha chiesto a una serie di agenzie di comunicazione una mano per risistemare l’immagine per i prossimi Internazionali d’Italia. Iniziativa meritoria e necessaria: se c’è una cosa in cui la Fit è imbarazzante è proprio l’immagine. Purtroppo si è mossa – strano a dirsi – con scarsa grazia, contravvenendo alle regole, ispirate a correttezza e buon senso, di Assocomunicazione. Che dice: non mandate richieste di consulenza a cinque, sei, sette agenzie. Non è corretto: gare così “sono inconfutabilmente un danno per il mercato in quanto comportano un enorme dispendio di risorse e di energie da parte di molte persone a fronte di una scarsissima probabilità di ottenere una adeguata remunerazione. Queste risorse ed energie, oltretutto, vengono distolte ai clienti consolidati che conseguentemente rischiano di subirne un danno”. Tanto per non sbagliare, la Fit ha chiesto preventivi a 12 agenzie. Risultato: tutte quelle chiamate in causa, tranne una, si sono ritirate. Assocomunicazione ha stigmatizzato la condotta della Fit. Che si difende su Daily Media: “Sicuramente non siamo molto esperti di gare (…) tanto meno (sic) delle regole di Assocomunicazione, di cui nemmeno sapevamo l’esistenza (…)  Noi per altro (sic) scopriamo dai giornali che tutte le altre si sono ritirate”. Ecco, cara agenzia che non ti sei ritirata: fa’ in fretta. Come vedi, il lavoro da fare è tanto. E magari consiglia anche qualche pensionamento: operazione a costo zero ed efficacia cento.

Pot, pot, pot!

lunedì, 21 giugno 2010

Terminator Kaderka

Si chiama Ivo Kaderka e ha due pale per la neve infilate ai polsi. Al posto delle mani, dico. Le sbatacchia una contro l’altra dopo ogni punto di Tomas urlando ossessivamente: “Pot, pot, pot!”. Il tutto a un a un centimetro dalle mie orecchie. Provo a girarmi per incrociare lo sguardo del rozzo energumeno e realizzo all’istante che non è il caso di avanzare rimostranze a un armadio a quattro ante. Catenazza d’oro a cingere il collo venoso e taurino, sguardo iniettato di sangue, scopro presto – la sordità acuisce la vista – che è il pari grado ceco del presidentissimo (termine di antoniosaccana memoria) federale de noantri. Fa un tifo indiavolato per Berdych, che lo premia salvando un set point ad Andrei Golubev nel primo parziale (e vincendo tre set a zero) sul campo 12. A portata di orecchio per le palate kaderkiane sorge la tribuna est del campo 2, il cimitero di Francesca Schiavone. Prevedibile che il suo match contro Vera Dushevina fosse duro (già ad Eastbourne, peraltro, pareva ancora nel post-sbornia da vincita al Superenalotto); la considerazione più interessante mi pare le sia uscita a caldo dopo il match: “Fosse stato per me avrei spostato Wimbledon di due o tre settimane”. Eggià. E sapete perché non è successo? Tutto un complotto dell’All England Club (del resto sono disonesti: guadagnano con lo Slam, e per questo “il tennis è uno sport truccato”, vi giuro che l’ho sentito dire, e non da Francesca) contro il tennis italiano, vittima di una campagna di odio e di aggressione dettata dall’invidia e dai cattivi sentimenti (*).

Una vista da tergo del Bud Collins praghese

Tra poco tornerò sulla fauna del court 12, poiché è lì che faceva sfoggio di sé il vero personaggio della giornata. Che non è mica stato Alejandro Tremarella Falla contro uno steccosissimo e mediocrissimo Federer: avanti 5-4 nel quarto set, quando il colombiano ha servito, baldo e fiero, per il match con la stessa protervia dei soldati italiani con gli stivali di cartone nella campagna di Grecia, mago Ferrero ha vaticinato ai presenti Azzolini e Semeraro (anche loro nemici del tennis italiota, anche loro scornati per il mancato invito alla cena da scroccare a matrignafit per festeggiare la Schiavone nella Ville Lumière e perciò incattiviti): “Ha sbagliato volée alta di dritto. Era da chiudere. Qui gira il match”. Così è stato. Temporaneamente investito del potere divinatorio di Dolgopolov junior, ho parlato infallibilmente con l’ausilio della scienza del Sommo. 

La rivelazione, l’epifania del day one di Wimbledon, dicevo, è indubitabilmente l’innominato e innominabile decano del giornalismo della Repubblica ceca, il Brera di Praga, del quale - appunto – non sono riuscito a carpire il nome dal pass sepolto nelle pieghe della panza. Solo un’immagine rubata (rigorosamente con la mia comunistissima Lomo 35 mm). Spiccano: lo spezzato di lana grezza (avete capito: LANA, oggi c’erano 25 gradi) con prevalenza dei toni del marrone e deliziosa manifattura da comitato leninista del quartiere popolari di Torino Mirafiori, collezione 1977. Camicia nera, rigorosamente lisa e perciò brillante, con inserti turchese, celeste e viola. Mocassino pitonato tinta vinaccia. Calvizie all’ultimo stadio. Alito da post pastum boemo -presumibilmente al pimento – il Bud Collins mitteleuropeo scandiva senza sosta slogan marcomanni con ampi cenni di assenso del testone scarsocrinuto nei confronti di Berdych (che non lo calcolava), del presidentissimo (idem), del coach di Berdych (del tutto indifferente alle scalmane del senatore reporter), del preparatore atletico di Berdych, della fidanzata di Berdych (come sopra), dell’amico della fidanzata di Berdych. Invisibile a tutti. Ma non a me. Dopo ogni ace lasciava partire un assolo di “Pojd! Pekny!” con scosse della capoccia - manco fosse stato lui a insegnargli il servizio - e quegli inutili, pietosi sguardi di complicità con l’algida panchina dell’inespressivo e imbalsamato baby face, che manco lo degnava della conferma della sua esistenza in vita.

Da ultimo. Ho ceduto, ancora una volta, alle fragole. Ragazzi, ve lo ripeto: fanno schifo. Le fragole di Wimbledon fanno schifo. Le servissero in una qualunque osteria italiana, finirebbero in tempo reale al gatto. Come il dritto di Timbledon Henman o una volée di Aravane Rezai: hanno un che di intrisecamente malvagio. Prima di tutto non sono fragole. Sono pezzi di melone geneticamente modificati, ghiacciati, rossicci, sostanzialmente insapori, con prezzi da denuncia. E la panna molto semplicemente non è panna: è una crema pasticciera. O almeno, vorrebbe esserlo: liquida, mal riuscita, dolcissima. Si coagula in fondo alla tazza, un triste bicchierino di plastica in PVC (il polivinilcloruro, quello tossico) mentre i frutti rossi, idrorepellenti e stolidi, non ne vogliono sapere di sposarsi con quella mestolata di robaccia giallastra. 

 (*) Stante il fatto che a vincere al Roland Garros pare sia stata la Fit (a sentire loro, almeno) ci vorrebbe o no una conferenza stampa di qualche dipendente o collaboratore dei federales per giustificare questa ‘stesa’ al primo turno? Diteci come mai mi venite qui al Tempio del tennis e mi perdete al primo turno, come uno Starace qualsiasi! Mal che vada - regalo questo spunto - si può distruibuire la colpa non addossata alla perfida vicinanza dei Championships col Roland Garros a tutti quelli che vogliono male a mammafit, che quindi vogliono male al tennis, che quindi vogliono male a Francesca, che quindi si sono appostati in cima al campo due con le bamboline vudù. Insomma: è anche colpa mia. E meno male che è stato previsto solo un bonus per la vittoria  a Parigi, e non invece un malus per una sconfitta al primo turno a Wimbledon! Lo ammetto, comunque: sono un agente della Российский теннисный тур. Il mio spirito-guida è Anatoly Lepeshin, il pingue coach del pingue Kafelnikov (mi dicono che A.L. sia passato a miglior vita, spero non sia vero). E con questo mi gioco le residue possibilità di concorrere al seggio di addetto stampa, posto vacante in un futuro piuttosto prossimo. Pensare che stavo ascoltando tutte le telecronache Rai delle partite della nazionale. Mi registravo anche tutti i tiggì di Emilio Fede e gli editoriali di Minzolini. Insomma: ci volevo provare davvero, a diventare il portavoce del presidentissimo.

 Ah, dimenticavo: avrei bisogno del vostro aiuto. Ho necessità di decifrare la sententia sibillina del Maestro Barazzutti. Ieri, interrogato sugli accadimenti terreni di Church Road, ne ha mirabilmente riassunto il senso (con l’ausilio delle tecniche della meditazione trascendentale, si vocifera) così:  “Una giornata di tennis. Non positiva, ma è comunque una giornata di tennis”. Ebbene, vi chiedo di guidarmi con la vostra esegesi, giacché le mie limitatissime vedute non permettono di assaporarne appieno il significato profondo. Ho pensato a qualche possibile interpretazione, liberi di aggiungerne:

a) piantala di farmi domande, sono in ritardo per cena.

b) cosa dovrei fare, mettermi a piangere battendo i pugni per terra? Che si vinca o no, il mio emolumento mensile non ne avrà detrimento.

c) forse che stanotte la Terra imploderà in una quasar perché gli italiani sono tornati a perdere partite di tennis come succede dall’età della pietra? Ecco. Allora lasciatemi in pace.

d) non mi risulta che a Termini Imerese se la passino meglio che sul campo 2, no?

e) l’importante, alla fine, è vincere in Davis (questa la scarterei in partenza)

f) Meno male che il presidente c’è!  

g) l’importante è vincere in Fed Cup

h) ma è vero che adesso prendono Gianni Ocleppo al mio posto?

Padellate / Rai per un pomeriggio

sabato, 5 giugno 2010

Avviso. Al prossimo che mi scriverà “oh che palle ‘sto Federer” riserverò il seguente trattamento: legato alla sedia come l’Alfieri, la semifinale del Roland Garros 2010 Berdych-Soderling in looping. Soderling è divertente (Berdych pure) ma SOLTANTO se di là non c’è un clone. Che sia Federer o Nadal non importa. Importa che non giochino l’uno contro l’altro a pa(de)llate, che è l’unica cosa di cui sono capaci. Tre ore e mezza di tiro al piattello, che razza di tennis è? Aridatece non dico un Rafter, che con campi e palle di oggi varrebbe un 2.1, ma un Guga, Kafelnikov (visto ieri: lambisce l’obesità), insomma qualcuno che giochi pure unicamente da fondo facendo almeno quattro cose diverse! Niente, questi due solo polvere e cannoni. Uscito dalla cabina ho visto Chris Bradnam, che stava commentando per Eurosport UK. Guarda me e Gianni e dice: “Ma voi cosa raccontavate dopo due ore? Io e John Lloyd non sapevamo più cosa dire”.

Oggi è il gran giorno della finale. L’altra volta ho ricordato il match point di Panatta al primo turno, qui, nel Settantasei, contro Pavel Hutka. La Schiavone era sotto di un break al primo turno contro l’italorussosvizzera Kulikova. Solo che Adriano, in finale, trovò Solly “Sorcio” Solomon. Francesca, invece, deve giocare contro Ivan Drago! L’unica chance è che Samantha abbia paura di vincere uno Slam. Se gioca come ha fatto contro Justine, Serena e Jelena non può perdere. Come filmato beneaugurante regalo alla Schiavo un amarcord della finale di trentaquattro anni fa…

Capitolo Rai. So che il presidente, Paolo Garimberti, è appassionato di tennis. Me l’ha confermato Stefano Semeraro, che ieri ho finalmente trascinato in cabina di commento: ci siamo divertiti, secondo me sarebbe una ottima spalla per commentare il tennis. Stefano è la miglior firma del tennis in Italia (Clerici è hors categorie) ed è un piacere chiacchierare con lui (ah: pure Semeraro trova inopportuna la regalìa in denaro alla Schiavone e nutre dubbi sul fatto che uomini e strutture federali deputati alla crescita di nuovi giocatori vengano messi a disposizione di un’atleta trentenne). La buona notizia è che Rai Due ha comprato da Eurosport i diritti di ritrasmissione per l’Italia, dopo che l’addetto stampa della Fit aveva scritto, in sostanza, che Eurosport li voleva tenere per sé negandoli a chi non è abbonato al pacchetto sport di Sky. Indovinate un po’? Balle. Infatti, tanto per cambiare, è arrivata la smentita insieme all’autocensura delle pittoresche esternazioni dell’attempato portavoce del presidente Binaghi. Insomma, sarà Rai per un pomeriggio! In circostanze come questa mi vien quasi da stringere la mano al ministro Brunetta, quando parla del pubblico e del privato. Della faccenda, comunque, se ne è occupato Riccardo Bisti, qui. Non so chi racconterà sulla Rai la finale. Bisognerebbe chiedere a Garimberti di assoldare, per una giornata, che ne so, Rino e Gianni. O almeno di rispolverare Giampiero Galeazzi: tutti noi gli abbiamo voluto bene!

Ah: non pensiate che sia l’inizio di qualcosa. Come Rai per una notte, domani si tornerà al dramma dell’infortunio di Pirlo. E il tennis, in chiaro, sparirà di nuovo. Fino alla prossima finale Slam, tra altri 34 anni.

Steve Soderling

mercoledì, 2 giugno 2010

Non avevo mai visto tirare così forte, dal vivo, in vita mia. Martello Soderling ha aumentato di un 15% la sua velocità media (di TUTTI i colpi) ed è per questo che Federer, alla fine, era arrabbiato ma neanche più di tanto. Come si fa a rispondere con continuità a uno che serve la prima a 225-230 e la seconda a 180-190? Tenere il campo contro fiondate costanti, profonde, senza regali? Con Gianni Ocleppo cercavamo di ricordare chi, ai suoi tempi, martellasse così al servizio. Mi è venuto in mente ovviamente Roscoe Tanner, ma anche un tizio sconosciuto ai più, Steve Denton. Un texano che sparava prime di servizio ai 230-240 con le prime racchettine in fibra. Ho un suo filmato della finale del misto di Wimbledon ’83, quando torno in Italia ve lo faccio vedere: cannonate. Solo che qui Soderling, pur aiutato dalla tecnologia di corde e palle, doveva servire palline zuppe di umidità e terra: col clima secco arriverà a 250?

Certo, quel set point sul 5-4 al terzo (lo vedete qui sopra): Robin stava combinando una frittata (sotto, invece, c’è il controsmash che Roger giocò anni fa, in maniera molto simile, a Basilea facendo il punto a Roddick): rimango convinto che, avanti di due set a uno, probabilmente lo svizzero l’avrebbe portata a casa. Lottando, si intende. Invece il set è andato e, dalla ripresa in poi, giù pestoni di servizio-dritto. Niente Grand Slam, quindi, e niente finale contro Rafa. Sapete che vi dico? Meglio così. Perché questo Soderling (voi dite che Berdych… mah) mette paura anche a Nadal. Roger dice che soffre la pioggia, che sotto la pioggia ha perso a Roma e all’Estoril. Qui però c’era la grandine.

Forse avete capito che detesto il patriottismo d’accatto. Così come i torpedoni dei giornalisti che si accorgono oggi dell’esistenza del tennis, e ne parleranno per due giorni ancora (sbagliando regolarmente nomi, cognomi, confondendo i quarti con le semifinali e cose così) prima di tornare al calciomercato e alle tette delle fidanzate dei centravanti. Mi fan venire l’orticaria anche le celebrazioni epiche che invece, purtroppo, abbondano e proliferano in occasioni come questa: ho sempre pensato che chi si lancia in involontarie parodie dell’Eran trecento, eran giovani e forti lo faccia per mancanza di alternative. Francesca ha giocato un gran match, non credo sia mai stata così forte. La Wozniacki non sapeva cosa fare e, una volta tanto, ha vinto il tennis della varietà contro il pum-pum. Finali Slam con un’italiana in campo, in singolare, non ne abbiamo mai viste: contro Dementieva sarà durissima ma Elena non sta troppo bene. Sperare è lecito. Mi è piaciuto il ‘bacio’ alla terra battuta dopo il match point (in verità si è mangiata pure un po’ di terra!) e mi ha fatto ridere anche una sua risposta in conferenza stampa. Le hanno chiesto di spiegare come si sentisse e lei ha risposto così: “Hai presente quando ti sei sposato?”

3 ore e 57 minuti

lunedì, 25 gennaio 2010

 
Green Verdasco, maratona inutile

“Mamma mia, guarda quello che arriva, che occhi”. La signora dell’albergo non si era accorta che la stavo seguendo per guadagnare un posto in sala colazione. E ti credo, le avrei voluto rispondere: fattele tu 4 ore di Davydenko-Verdasco con 130 errori gratuiti in due. Io e Lorenzo pensavamo di cavarcela veloci veloci: semplicemente Nando non ha il tennis, mai l’ha avuto e mai lo avrà per fermare il ritmo da fondo di Davydenko, che gli toglie il tempo per aprire ed esplodere le sue manate. Nemmeno sul rosso, a giudicare dal match dello scorso anno a Parigi dopo il quale lo spagnolo avrebbe voluto sotterrarsi. Quello che non avevamo messo in conto sono i virus del Pc: Davydenko non è un Macintosh. A metà del terzo set un trojan ha assalito le difese del software di Nikolay e lo ha messo in crisi; Verdasco è stato bravo a non mollare di testa (cosa che temevo sarebbe capitata) e ha preso a servire come un dannato, prime tutte sopra i 210 orari, seconde a 170 (infatti avrebbe chiuso il match con 20 doppi falli: e chi sei, la Kournikova?).

Alla fine Davydenko non si è fatto prendere dall’angoscia e ha salvato un quinto set delicato, giocato davvero male da entrambi: pesava troppo il ruolo di underdog di lusso all’uno e la memoria degli AusOpen dello scorso anno all’altro, che perde tanti punti e (forse, dipende da Cilic) un posto nei primi dieci. Ma soprattutto Kolya è tornato sulla Terra: oggi ha avuto fifa, il braccio gli si è rallentato, le idee appannate, il ritmo forsennato s’è sgonfiato. Contro Roger (mi rifiuto di concepire l’idea, nonostante il proclama di Rusty, che Hewitt possa vincere, al più un set) dovrà tornare in modalità videogame.

In apertura di giornata abbiamo commentato il tentativo di impresa di Francesca Schiavone con Venere. Per un set è andato tutto alla grande: Leonessa padrona del campo, Venus senza servizio, un 6-3 che valeva 6-1. Purtroppo, dai e dai, la Williams si è svegliata: ha preso un paio di righe e di nastri fortunati, ha ritrovato la prima palla e, di botto, messo due passi nel campo. Finita lì.  Fa lo stesso: gran bel torneo ugualmente. Mi spiace solo aver letto da qualche parte che Francesca “vale una top ten” perché ha battuto una top ten. A parte il fatto che la Radwanska è una top dieci di risulta (con Sharapova, Henin, Clijsters, Wickmayer e pure Ivanovic da corsa la polacca sparisce) non trovo corretto far passare questi messaggi di ingiustificata euforia. Ricordate titoli come “Bolelli futuro da top ten, parola di Federer?” Ecco, Francesca ha fatto una carriera infinitamente superiore a quella di Simone ma non è una prossima top ten. Come non lo è Bolelli.

Tornato in albergo dopo la diretta, all’ora in cui la gente normale va a lavorare, la signora mi si è poi avvicinata con fare mellifluo: “Dottor Ferrero, gradisce il solito cappuccino?” Indovinate cosa le ho risposto.