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Racchetta canta – 14 (special summer edition)

giovedì, 8 luglio 2010

La protesta contro il kompagno Clerici sul Giornale di (L)ittorio Feltri

Fasci e racchette
Sul Giornale di Littorio Feltri (all’anagrafe Vittorio, ma non si offenderà) compare una straordinaria lettera, a firma del signor Evoldi di Mantova. È indirizzata a Paolo Granzotto, corros(iv)o columnist del foglio di proprietà della famiglia Berlusconi, al cospetto della cui simpatia le vuvuzelas sudafricane paiono lievi pizzicate d’arpa. Il lettore, platealmente irritato, lamenta al cospetto di Granzotto e del suo cane (giuro) le gesta villane e traditrici di Gianni Clerici. Colpevole, il marrano, di ricordare durante le telecronache d’essere stato staffetta partigiana. Non solo: il rivoluzionario bolscevico Clerici osa addirittura “fare marchette al giornale per cui scrive”, una testata così penosa da non meritare la citazione (tanto, dice Evoldi, “sicuramente Lei ha già indovinato il nome”); e si permette pure, lo scriba maoista comasco, in massimo spregio al Ventennio di gloria e celodurismo nazionale, di ironizzare orridamente su Starace, “dicendo che a lui, staffetta partigiana, il giocatore piacerebbe anche, se non fosse per quel cognome che ricorda il noto gerarca fascista”. Evoldi, indignato, incalza: kompagno Clerici è quello che il sommo Granzotto definirebbe, sarcasticamente, un Sincero Democratico. E chiude informando di aver utilizzato inutilmente la e-mail di Sky, ora abrogata, per “esprimere le sue rimostranze”. Altra indignazione caduta nel silenzio. Qui no: il Giornale pubblica. Il risentimento, peraltro, è tale solo nei confronti del komunista Clerici, precisa il signor Evoldi, giacché per contro il suo compagno Rino Tommasi “è sempre misurato e attento al gioco e al commento” (e, aggiungo io, considera Pinochet e Franco due moderati, quindi medaglia al valore e implicito chapeau da parte di un nostalgico degli anni in cui i treni arrivavano sempre in orario).  Granzotto, senator e gran maestro nell’arte dei pipponi piglia-paracul-turali con frequente saccheggio del Devoto-Oli e dei vocabolari dialettali per ingrassare la pasta e far sentire il lettore moderatamente ignorante, risponde a modo suo. Non risponde, cioè, perché dichiara di seguire le telecronache del duo Tommasi-Clerici ma, siccome “il troppo stroppia”, quest’ultimo poteva risparmiarci il suo passato da aiutante dei partigiani. Dimostrando, quindi, o di aver mentito (non li ascolta mai, probabile) o di non averci mai capito una ceppa (altrettanto probabile: Clerici era più interessato alle sorti del Tennis Club Bordighera  di quanto non s’occupasse delle truppe resistenti a Dongo). “Ci basta (e avanza) - chiosa l’acido Granzotto – sapere che è un ‘sincero democratico’. Il resto è sottinteso”. No, beh, non sottintendiamo, esplicitiamo pure: appena pensionato il Clerici, sarebbe opportuno un trentennio di compensazione con una voce stentorea in rappresentanza del bel tempo che fu, dei giorni da leoni del Duce e delle imprese del sommo atleta Gianni Cucelli, campione nato nella valorosa Fiume, avamposto fortemente voluto dal regime fascista e indegnamente perso dopo l’armistizio. Ci vorrebbe un altro editto bulgaro, stavolta dedicato al tennis, noto covo di brigatisti silenti. Ecco, magari un Gianni Alemanno prima voce, Er Pecora spalla tecnica. Con reintroduzione del linguaggio autarchico: il “set” è “partita”, lo “smash” “schiacciata”. E poi “Vimbledonio, Rolando, Rogerio”. In attesa del nuovo Benito Panatta, complice una nuova politica di infoltimento della famiglia.

A proposito di Panatta / spiegazioni alternative
“Panatta, è giusto che la Federazione abbia pagato un premio di 400.000 euro alla Schiavone dopo il milione vinto a Parigi?” “Non avrebbero mai pensato di pagarlo quando hanno fatto l’accordo. Servirà da insegnamento”. (Adriano Panatta intervistato da Caterina Perniconi, Il Fatto Quotidiano, giovedì 8 luglio 2010. La tesi più gettonata è che la Fit, finanziata pubblicamente e quindi coi soldi dei contribuenti abbia ‘cacciato il grano’ – nostro – per mettere il cappello sulla vittoria della Schiavone. Panatta, cacciato dieci anni fa dal presidente Binaghi, propone un’altra spiegazione: che abbiano voluto ‘fare i fighi’ e siano rimasti fregati dalla loro stessa boutade. Adriano, giustamente da parte sua, detesta i federali che gli han fatto la pelle. E andrebbe anche appoggiato, per certi versi, in questa sua presa di posizione. Peccato, però, che sia stato proprio lui ad allevare la serpe in seno. Fu Panatta a sponsorizzare l’attuale capo della Fit, con queste credenziali: “Binaghi è giovane, è bravo ed è amico mio”. Bell’amico).

Dietro compenso?
“(…) trasformata in fenomeno mediatico, condivisa da un Napolitano e da un Berlusconi, trascinata nel salotto di Vespa dietro compenso, la povera Francesca (…) non poteva resistere al personaggio che su di lei era stato costruito”. (Gianni Clerici, la Repubblica, martedì 22 giugno 2010, pag. 70. E quanto avrebbe pagato, se davvero ha pagato, la Rai per garantirsi la Schiavone nel salotto dell’irraggiungibile Bruno Vespa, il giornalista tutto d’un pezzo? Non bastava la imbarazzante elargizione di soldi pubblici da parte della Fit, ci volevano anche quelli di mamma Rai?)

Leggerissimamente in ritardo
“Grazie al secondo titolo conquistato a Wimbledon, Rafael Nadal torna numero uno del ranking mondiale”. (Il Tempo, articolo non firmato, martedì 6 luglio 2010, pag. 29. Nadal è tornato numero 1 dopo il Roland Garros, a inizio giugno).

(Articoli) capitati lì per caso
“Domenica Nadal ha messo il sigillo sul suo ritorno, strapazzando senza neanche troppo impegno un Berdych capitato lì per caso”. (Massimo Rossi, Libero, martedì 6 luglio 2010. Qualcuno gli dica che questo Berdych, casualmente messo lì al numero 8 al mondo, quest’anno è capitato per caso anche nella finale di Miami e in semifinale al Roland Garros).

Elefanti in cristalleria
Notiziola passata sottotraccia: la Fit ha chiesto a una serie di agenzie di comunicazione una mano per risistemare l’immagine per i prossimi Internazionali d’Italia. Iniziativa meritoria e necessaria: se c’è una cosa in cui la Fit è imbarazzante è proprio l’immagine. Purtroppo si è mossa – strano a dirsi – con scarsa grazia, contravvenendo alle regole, ispirate a correttezza e buon senso, di Assocomunicazione. Che dice: non mandate richieste di consulenza a cinque, sei, sette agenzie. Non è corretto: gare così “sono inconfutabilmente un danno per il mercato in quanto comportano un enorme dispendio di risorse e di energie da parte di molte persone a fronte di una scarsissima probabilità di ottenere una adeguata remunerazione. Queste risorse ed energie, oltretutto, vengono distolte ai clienti consolidati che conseguentemente rischiano di subirne un danno”. Tanto per non sbagliare, la Fit ha chiesto preventivi a 12 agenzie. Risultato: tutte quelle chiamate in causa, tranne una, si sono ritirate. Assocomunicazione ha stigmatizzato la condotta della Fit. Che si difende su Daily Media: “Sicuramente non siamo molto esperti di gare (…) tanto meno (sic) delle regole di Assocomunicazione, di cui nemmeno sapevamo l’esistenza (…)  Noi per altro (sic) scopriamo dai giornali che tutte le altre si sono ritirate”. Ecco, cara agenzia che non ti sei ritirata: fa’ in fretta. Come vedi, il lavoro da fare è tanto. E magari consiglia anche qualche pensionamento: operazione a costo zero ed efficacia cento.

Professione in cerca d'autore (I)

domenica, 18 ottobre 2009

Ecco l’inchiesta cui ho lavorato quest’estate.

Non è una professione, non tecnicamente. Sicuramente è un lavoro. Con aspetti ufficiali e zone grigie, regolari e più spesso all’italiana, triste sinonimo del profitto sommerso. Ma è, su tutto, un mestiere che rischia la crisi, quello del maestro di tennis. Già, il maestro. Che non è un avvocato, un notaio, un commercialista o un ingegnere, né un architetto, un infermiere, un chimico né un geologo: tutte professioni, tali perché si impone che per esercitarle si debba appartenere a un ordine disciplinato da una legge ordinaria della Repubblica. Quella dedicata ai lavoratori con racchetta non esiste. Opinione comune è che il maestro sia ancora un lavoro in sostanza ‘ufficioso’ perché, di maestri, se ne trovano poche migliaia in tutto il Paese: per ottenere un riconoscimento giuridico, forse, dovrebbero risultare numerosi e rappresentati come i metalmeccanici o gli impiegati pubblici. Però i maestri di sci ce l’hanno, il loro albo. Allora, probabilmente, chi insegna tennis sopravive nel limbo perché non gode di una rappresentanza comune: Fit, Uisp, Ptr, Aics, Iptpr, Ets, Cit e una mare di sigle, alcune oscure, altre di eccellenza, conosciute e apprezzate da mamma Coni, il Comitato olimpico che apre e chiude i rubinetti dei finanziamenti pubblici allo sport italiano. Enti istituzionali, enti di promozione, associazioni private sono spesso in conflitto per sottrarsi territorio in una guerra dei poveri o, comunque, di pochi. Chi insegna il nostro sport ha a che fare con una frammentazione che ricorda quella dei micropartiti in Parlamento, nella Prima Repubblica. A farne le spese sono quelli che vivono prestando la loro opera per trasmettere la conoscenza ai ragazzi che si avvicinano al tennis.

  • Eppure c’è chi ha provato a passare dal Parlamento per far riconoscere giuridicamente la categoria. Ottobre 2002: leghista veronese Francesca Martini, attuale sottosegretario del governo Berlusconi, presenta un progetto di legge che vorrebbe affidare all’esclusivo controllo della federazione italiana la disciplina del mestiere di insegnante di tennis. La Martini propone di demandare alla Fit, «quale ente senza fini di lucro riconosciuto dal Comitato olimpico nazionale italiano ed operante sotto la vigilanza dello stesso, il compito di gestire l’albo professionale degli insegnanti di tennis, di fissare e aggiornare i criteri e i metodi di insegnamento, nonché di determinare livelli omogenei nella preparazione tecnico-didattica richiesta ai candidati». Nella relazione allegata al progetto si ricorda come «le qualifiche professionali che in Italia hanno ricevuto una regolamentazione legislativa specifica risultano essere attualmente le attività di guida naturalistica, istruttore nautico, maestro di sci, guida alpina e guida speleologica» e che, per questo motivo, «risulta non più procrastinabile l’emanazione di una legge che fissi i princìpi per lo svolgimento di questa attività professionale ai quali le regioni, in collaborazione con la Federazione italiana tennis, possano efficacemente ispirarsi nell’ambito delle loro competenze». Il testo prevede un comma in virtù del quale l’esercizio abusivo della professione di insegnante di tennis venga punito ai sensi dell’articolo 348 del codice penale, come accade a tutti coloro che esercitano abusivamente un mestiere per cui sia richiesta una particolare abilitazione. Il progetto Martini è restato tale e giace nel dimenticatoio della Gazzetta Ufficiale: la sua ostinazione nel voler negare altri canali di formazione rispetto a quello federale è stata ritenuta inaccettabile dalla commissione Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport del Senato, allora presieduta dall’attuale esponente del Pdl Franco Asciutti.

    (Fine parte 1)

    Professione in cerca d'autore (II)

    domenica, 18 ottobre 2009
    E così oggi, per i meno informati, è maestro di tennis il signor Mimmo, 55 anni. Che lavora tutti i giorni, tranne la domenica, sui tre campi comunali di un paese alle porte di Torino. Allo Stato italiano è quasi sconosciuto: sa dove vive ma non come campa, giacché dichiara un reddito da lavoro di zero euro. Diplomato al liceo scientifico, ex categoria C, un passato da commerciante al dettaglio di articoli per cancelleria, Mimmo è riuscito a inventarsi un mestiere facendo sudare, con un cesto di palle spelacchiate dal cemento, un gruppetto di signore di mezza età, il loro mariti e un pugno di figlioli. Quasi tutti incapaci, inconsci di esserlo e contenti così. Corri, tira, piegati, allunga, non sbagliare: è un palleggiatore parlante, ha quasi nulla da insegnare e quel poco non sa come dirlo. Qui la biomeccanica, Van Der Meer e la rotazione interna dell’avambraccio sono barzellette. Il maestro s’è messo d’accordo col gestore del bar: in cambio di due telai quasi nuovi e di qualche ‘lezione’, chiamiamola così, segna le ore occupate dal maestro con una piccola ‘x’ a matita sul tabellone. Così da risultare indisponibili se mai qualcuno volesse giocare ma, a fine giornata, in gran parte archiviate come non utilizzate. Non risultano, come il suo reddito, quindi non le si paga al comune. Il latitante dottor Piero, che è un po’ Ponzio, un po’ Pilato e per tutti il presidente, non può non sapere. Ma finge di non capire: a lui interessano le squadrette giovanili di calcio. E i mancati introiti del tennis, in fondo, mica sono i suoi. Tasse, previdenza, assicurazione infortuni, pensione? Nulla. Il maestro incassa in contanti e paga in contanti: come un benzinaio, col rotolone di banconote tenuto insieme con lo spago. «Ho fatto iniziare tanti bambini al tennis in questi anni e i più bravi li ho mandati al Club qui vicino, dove c’è una struttura che li può seguire. Non avrò una targa ma nessuno può chiamare i carabinieri e farmi uscire dal campo perché sto insegnando a giocare a tennis, e sono meglio di tanti altri che si fanno belli con le targhe e le spille». Alla fine dell’anno il maestro ha tirato su quanto basta per vivere. Tutto in nero, è ovvio. Dicono abbia il pollice verde e che si occupi anche delle aiuole, per arrotondare: però non ne parla volentieri.

    Tennis Club Alberto Bonacossa, via Arimondi, piena Milano. Uno dei più esclusivi d’Italia. Un ambiente storico, ricercato e incantevole per circa milletrecento soci: una palazzina palladiana come club house, un torneo giovanile internazionale di primo livello, il Bonfiglio, quote di associazione difficilmente praticabili per un tramviere Atm. Sui campi che calpestò anche il Vate D’Annunzio lavorano maestri selezionati, tutti sotto la guida di Laura Golarsa, indimenticata quartofinalista a Wimbledon 1989, quando fu beffata sul traguardo dalle magie di Chrissie Evert. Roberto Recalcati è il brillante direttore del club e gestisce una realtà di punta nel nostro Paese, che non vuole e non può prescindere dalle direttive federali. «La federazione, per noi, è il punto di riferimento. I nostri sono ovviamente tutti maestri o tecnici federali, in regola con le iscrizioni e con gli aggiornamenti. Lo staff fa capo a Laura Golarsa, che gestisce in autonomia l’aspetto tecnico seguendo le indicazioni di base del consiglio direttivo». A differenza di altri grandi circoli, però, come i Parioli di Roma o altre realtà di eccellenza (e di fatturato) del nostro Paese, qui i maestri non sono dipendenti del circolo: «Sono inquadrati come collaboratori, con un contratto di prestazione sportiva. Per la restante attività sono dei liberi professionisti: per quanto riguarda le lezioni private offriamo loro le nostre strutture a costo zero, in fasce orarie gratuite. C’è una convenzione per la quale i nostri maestri possono insegnare solo ai soci con una tariffa stabilita dal consiglio direttivo e sussiste un rapporto diretto tra il maestro e il socio, che paga direttamente a chi impartisce la lezione».

    Il diavolo e l’acquasanta, insomma. Per la casalinga di Voghera è maestro Domenico, è maestra Laura: cambiano solo i prezzi, i quartieri e la qualità degli spogliatoi. Invece noi sappiamo che il maestro di tennis può essere un lavoratore subordinato assunto da un grande circolo, un istruttore che collabora col club a titolo di dilettante, un maestro che apre la sua partita Iva e fattura (ma anche no) come lavoratore autonomo o un evasore totale, seminascosto nella boscaglia dei campi più periferici di provincia o nelle aree meno esclusive delle grandi città, senza titoli che attestino la sua capacità di insegnare né posizioni aperte nei confronti dell’erario. È giusto così? No, non è giusto così. Chi vorrebbe riesumare il progetto di legge Martini sbandiera controsensi come questi per invocarlo. Ma anche nel partito della legalità non vige un pieno accordo.
    (Fine parte II)

    Professione in cerca d'autore (III)

    domenica, 18 ottobre 2009

    Sandra Cecchini è stata una delle migliori giocatrici italiane. Numero 15 Wta, top 20 per dieci anni, ha vinto 14 titoli in singolare e 11 in doppio nel circuito rosa. Tecnico nazionale Fit, oggi segue una settantina di ragazzi alla Polisportiva 2000 di Cervia, città in cui vive dall’infanzia. «Credo che noi, che siamo stati giocatori di alto livello, professionalmente non veniamo tutelati. Diversamente da quello che accade in Francia, per esempio, gli ex tennisti non vengono praticamente mai utilizzati per la formazione dei ragazzi. Non solo: capita di vedere dei circoli nei quali, con tutto il rispetto, insegnano il tennis a tempo perso, magari, dei vigili urbani senza uno straccio di attestato». La Cecchini, che a lungo ha rappresentato parte della miglior espressione agonistica del tennis italiano, fatica ad accettare il fatto che possa mancare, a tutt’oggi, una tutela dei lavoratori del tennis: «Non abbiamo contratti adeguati, non abbiamo previdenza: io non mi lamento perché ho il mio lavoro, sto dieci ore al giorno in campo e lo faccio con passione, ho dato e continuo a dare la mia vita al tennis. Però i 200 euro annui che pago alla Fit per la mia qualifica a cosa servono? Ad avere un gilet o una maglietta nuovi? Dopo aver difeso la maglia azzurra per anni, in Fed Cup e alle Olimpiadi, mi aspettavo ben altra considerazione». O anche solo un invito a cena: alla festa per il trionfo in Fed Cup di Forlì del 2006, a un tiro di schioppo da casa sua, Sandra (25 convocazioni in nazionale tra il 1983 e il 1995 con successi su Chris Evert, Jana Novotna e Jo Durie) non c’era.

    La coetanea Raffaella Reggi, ex numero 13 Wta ed ex capitano di Fed Cup, è rimasta più in vista: apprezzata voce tecnica di Sky, anche lei ha tuttavia abbracciato – seppur part-time – il mestiere dell’insegnamento. E benché le peripezie dei lavoratori del tennis la coinvolgano marginalmente la pensa come la sua compagna di avventure nella Wta: «Per me non è un lavoro a tempo pieno quello al Club Atletico Faenza, però è una missione importante formare i ragazzi. E ritengo che noi maestri non siamo abbastanza protetti: non sono un’esperta di faccende giuridiche ma è chiaro che le cose, così, non vadano bene. Manca un albo, prima di tutto. Noi donne, poi, siamo particolarmente svantaggiate: dovremmo avere una tutela particolare per la maternità, per esempio, che invece non c’è». Ma quale deve essere la fonte dell’insegnamento? Solo la Fit? «Chiaramente poter vantare una qualifica federale, di fatto, dà un lustro maggiore. Ma non credo si debbano avere preclusioni per altri tipi di formazione, se rispondono a criteri di qualità. Dalla federazione vorrei sapere perché c’è poca sensibilità nei confronti del destino dei maestri, famosi e meno».

    (Fine parte III)

    Professione in cerca d'autore (IV)

    domenica, 18 ottobre 2009
    Luciano Botti, brillante imprenditore trentino, è il vicepresidente del Ptr, il Professional Tennis Registry: un’associazione internazionale che unisce quasi 15.000 di maestri di tennis in 125 Paesi. Non è un concorrente della Fit, il Ptr: è un ente di certificazione. Ha diffuso in tutto il mondo un metodo di verifica della qualità dell’insegnamento del tennis e ottenuto la nomea di ottimo fornitore di servizi e consulenze, tanto che viene riconosciuto da gran parte dei maestri come autorevole riferimento per le faccende legate al mestiere, dalla metodica di insegnamento alla consulenza fiscale. I maestri pagano volentieri per ricevere il know how del Ptr, che sul territorio nazionale mette insieme circa 1.100 associati. «Nel grande condominio della federazione si fa uso di un termine sbagliato, che è ‘abusivismo’. Sbagliato perché la categoria dei maestri non è riconosciuta giuridicamente e un regolamento interno non è una legge statale. Vale come il franchising: se aderisci sei dentro ma se sei fuori non possono definirti fuorilegge». Il monopolio sul mestiere del maestro, per Botti, non è un’opzione percorribile: «Non è possibile che una qualifica sia riconosciuta solo da un ente. L’esclusività, qui, non è applicabile. Se il circolo ha uno statuto che prevede più affiliazioni dovrebbe poter fare attività con entrambe, senza ostacoli. Le leggi sportive del Coni lo permettono, tanto che chi ha la doppia affiliazione è obbligato a dichiarare entrambe sul registro del comitato olimpico».
    Ma è corretto che la federazione indichi se stessa come unica fonte dell’insegnamento del nostro sport? «La Fit fa molta pressione in questo senso: sostiene che se non c’è personale da lei qualificato non si può insegnare. Come strategia di marketing può anche funzionare ma questo atteggiamento creerà problemi, anche perché la federazione gode di una posizione dominante sul mercato e questa condotta, se radicalizzata, cozzerà con le norme anti-monopolio». In Francia, però, c’è stato il riconoscimento giuridico della professione del maestro, grazie a un accordo proprio tra la federazione e il ministero dello sport. «Sì, però anche lì si dovrà vagliare la compatibilità dell’accordo con le leggi europee, che di principio non permettono a un Paese di non far lavorare un cittadino di un’altra nazione dell’Unione che ha titolo per esercitare nella sua patria: l’Unione per ora non si è espressa sul tennis, ci sono solo delle linee guida sui livelli di attività sportiva». Botti conosce da vicino la realtà di chi insegna il tennis in Italia e sa quali problemi debba affrontare il maestro che non appartiene alla cerchia, ristrettissima, dei privilegiati. «I maestri di tennis sono dei lavoratori parasubordinati. Gran parte di loro si arrangia con la legge che consente di collaborare con i circoli, costituiti in associazioni sportive, facendo figurare le prestazioni come dilettantistiche». Un escamotage elastico e vantaggioso: lo permette il Tuir, acronimo di Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in vigore dal 1986. Purtroppo, in mancanza di una legislazione specifica, spesso si abusa di questo strumento legale che, senza volerlo, invoglia a occultare tutti gli introiti che superano il forfait stabilito dalla legge.
    • All’articolo 67, comma I, lettera m) del Testo Unico si legge che costituiscono redditi diversi «… i compensi erogati nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal Coni, dalle Federazioni sportive nazionali, dall’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine, dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto». Ciò significa che i circoli che costituiscono una società sportiva possono pagare gli insegnanti di tennis con questa formula. Sono redditi che godono di un regime speciale: il Tuir stabilisce infatti, all’articolo 69 comma II, che questo tipo di attività sia esente dalla tassazione fino al raggiungimento di 7.500 euro.

    E tutto il resto dei guadagni del maestro? «Tutto quello che eccede solitamente è in nero», aggiunge senza indugi Botti. «Ma il problema non è solo l’illegalità, l’amoralità di non pagare le tasse: il mercato fa sì che un maestro non possa chiedere, mediamente, più di 20 euro a lezione. Se lavora bene tutto l’anno magari ne incassa 25 o 30.000. Se li dichiara tutti al fisco gliene restano in tasca la metà: ciò significa che il suo è un mestiere senza orizzonti perché non vengono versati contributi, si ottengono introiti che non consentono di risparmiare niente, per lui non c’è futuro». La legge, tra l’altro, non riconosce più il lavoro sportivo come dilettantistico se lo si fa a tempo pieno o per più di un committente.

    E quindi? «Quindi c’è un altro pericolo per tutti quelli che si sono avvalsi di questo stratagemma del lavoro dilettantistico: gli enti preposti stanno verificando la situazione di molti di costoro, chiedendo conto dei contributi non versati». Lo Stato, però, offre qualche nuova possibilità, che il Ptr sta pubblicizzando ai soci, la disciplina dei cosiddetti contribuenti minimi: «Credo sia una buona opportunità. Se oggi apri una partita Iva come istruttore sportivo e il tuo giro di affari è inferiore ai 30.000 euro sei esente dall’imposta sul valore aggiunto e paghi l’imposta sostitutiva con un’aliquota del 20% sulla differenza tra i ricavi e i costi, che abbattono l’imponibile. Questo aiuta anche i circoli, perché li esenta dalla tenuta dei registri e li tiene indipendenti dai maestri, visto che capita spesso di vedere cause di lavoro tra maestri e circolo quando il rapporto si interrompe e il maestro chiede il riconoscimento, chiaramente a suo vantaggio, del lavoro dipendente». Non è una manna ma può essere un aiuto economico, se non di tutela, per i maestri che temono per il loro avvenire di precari. Sempre che si decidano a voler abbandonare le lusinghe e i vantaggi immediati del lavoro in nero.

    (Fine parte IV)

    Professione in cerca d'autore (V)

    domenica, 18 ottobre 2009

    Massimo Puci, con il fratello Antonio, dal 1995 è responsabile del settore agonistico e giovanile del circolo Match Ball di Bra, sede delle ultime finali dei campionati nazionali a squadre Fit, ed è anche il coach del professionista kazako Andrei Golubev. La famiglia Puci è legata visceralmente al circolo e anche l’attività di Massimo, maestro nazionale Fit, e di Antonio, istruttore di secondo livello, è inquadrata in maniera particolare. «Io e mio fratello siamo soci di una sas (società in accomandita semplice) che presta servizi al club. Questo accade anche perché noi, qui, ci occupiamo di tutto: anche se non rivestiamo cariche, di fatto ci occupiamo di molti aspetti, non solo di quello tecnico. Il resto dello staff è inquadrato in maniera diversa: c’è un tecnico nazionale Fit che ha aperto partita Iva e lavora come libero professionista, c’è un istruttore che è uno studente di legge e lavora un paio di ore a settimana, per arrotondare: per lui ci avvaliamo del contratto di prestazione sportiva, col regime forfettario». Puci è disilluso sulla situazione economica del maestro di tennis italiano: «Ricordo che, negli anni Settanta, il mio maestro Franco Belli diceva che era come il parroco in paese, il punto di riferimento per tutti. Oggi no, il maestro è spesso un palleggiatore che la gente del circolo spesso conosce a malapena. Non so quale sia la soluzione né se un albo nazionale risolverebbe le cose in nostro favore, offrendoci maggior tutela, perché io sono sia maestro Fit sia socio Ptr ed è negli Stati Uniti, ai raduni della USPtr di Hilton Head, che ho appreso i metodi più utili e non trovo giusto che un maestro sia discriminato perché la sua non è una formazione federale. Sicuramente so che, mediamente, un maestro percepisce dai 18 ai 22 euro orari: sembrano tanti, però nessuno dice che se sei onesto, se li tassi tutti, se ti paghi un’assicurazione privata visto che lo Stato la previdenza non te la dà, se tutto va bene arrivi a 50 anni e sei stanco, senza prospettive e senza risparmi da parte. La tua attività andrà scemando e ti ritroverai nei guai. Negli Stati Uniti un maestro è pagato come qui quelli del golf, 80 o 100 dollari l’ora, però è anche vero che se lì non paghi le tasse finisci dietro le sbarre. Qui fare il maestro, mi spiace dirlo, è un lavoro da sfigati».

    Un lavoro anche vincolato alla tenuta del fisico e alla passione, insomma, che non consiglierebbe a nessun giovane: «Secondo me se fai questo lavoro o hai alle spalle una famiglia o è meglio evitare: noi qui abbiamo un tecnico nazionale bravissimo, Alberto Brignacca, che è anche laureato col massimo dei voti in economia: ha rinunciato a entrate ben più sostanziose per amore del tennis». Ad altri è andata peggio: il maestro che lavorava con Brignacca, aggiunge Puci, è stato licenziato da un giorno all’altro da un circolo del torinese e ha cambiato mestiere: con una famiglia da mantenere non se l’è sentita di tentare ancora la fortuna con la racchetta in mano e ora fa l’agente immobiliare.

    (Fine parte V)

    Professione in cerca d'autore (VI)

    domenica, 18 ottobre 2009

    Un barricadero della lotta per il riconoscimento dei diritti ai maestri è il perugino Alberto Castellani, coach internazionale Atp, anima tecnica di una delle sigle più affermate tra i lavoratori del tennis, la Lega Tennis (branca della Uisp, l’Unione Italiana sport per tutti). Castellani ci ha provato, a smuovere le acque. Aveva costituito la Cit, la Confederazione insegnanti tennis, un progetto che inizialmente coinvolgeva un altro coach italiano di altissimo livello, Riccardo Piatti, tornato però sui suoi passi pochi mesi dopo il concepimento dell’ente. Docente universitario, personaggio eclettico, Castellani ha condotto la sua battaglia per far sì che i maestri di tennis si unissero e ottenessero una minima tutela legale, che consentisse loro «di non essere trattati come sott’operai, di non essere cacciati dai circoli da un giorno all’altro». Non ce l’ha fatta. «Ho incontrato pure il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ho discusso con il suo braccio destro D’Andrea, che si occupa nel sindacato di materia sportiva. Ho investito tempo e soldi nella Cit ma non c’è stato riscontro: è passato del tempo, non è successo niente e mi sono anche un po’ stancato di lottare per gli altri. In fondo, per quanto mi riguarda non ho problemi, sono anche un maestro Fit: la mia era una lotta per tutti gli insegnanti di tennis». Ma perché non si riesce a mettere insieme qualche migliaio di lavoratori sotto un’unica rappresentanza? «Non lo so. Evidentemente si è seminata tanta discordia che oggi è diventato impossibile farlo. So che la federazione ha da tempo dichiarato guerra alla Uisp nonostante noi ci occupiamo di formazione di alto livello, con un comitato scientifico costituito da docenti universitari: tanto che una delle nostre punte di diamante, il professor Dorochenko, è passato dalla Uisp alla Fit e che i nostri corsi sono stati non di rado, diciamo così, fonte di ispirazione altrui… Evidentemente non erano così mal fatti come ci veniva detto. In più la nostra è un’attività soprattutto sociale: aiutiamo i circoli in difficoltà, andiamo nelle carceri, seguiamo il recupero di tossicodipendenti. La Uisp è riconosciuta dal Coni, contiamo nostri soci in giunta: il tentativo, che è palese, di mettere i bastoni tra le ruote a tutto ciò che non è sotto l’egida federale lo ritengo sbagliato anche perché va contro la legislazione europea. Non ha senso sostenere che la formazione di un lavoratore debba avvenire obbligatoriamente in una sola sede: ognuno è libero di scegliere da chi imparare, come ciascuno è libero di scegliere che scuola frequentare. O no?».
    Segretario della Cit è il cremonese Antonio Di Vita. La sua posizione e conoscenza del tema è particolarmente interessante perché si ritrova a essere sia impiegato di Equitalia, la società posseduta al 51% dall’Agenzia delle Entrate e al 49% dall’Inps che si occupa di accertamenti fiscali, sia istruttore tecnico Uisp e grande appassionato di tennis. «Sì, in un certo senso mi trovo da entrambi i lati della barricata. Tolte rare situazioni di privilegio la situazione media del maestro è quella di un lavoratore in nero. Se non dichiari redditi, però, ti esponi a molti rischi, a parte gli svantaggi dell’essere sconosciuto al fisco: per dire, è impossibile andare in banca e ottenere un mutuo. Ma sei anche ostaggio del presidente del circolo, che da un giorno all’altro ti può cacciare e tu non hai niente in mano per far valere i tuoi diritti. Senza parlare dei controlli, che ormai sono diventati molto più frequenti e capillari: conosco il caso di un maestro che ha subìto una verifica, ha sostenuto di svolgere attività saltuaria ma consultando le bollette della luce si è dimostrato che teneva accese le luci sul campo coperto per dieci ore al giorno. Quando ti ‘pizzicano’ vanno a controllare ogni cosa, e non hai scampo». Di Vita ha messo la sua esperienza e la sua tenacia al servizio di un sindacato dei maestri che però non è mai nato: «E pensare che basterebbe poco, per redigere un albo professionale e ottenere una tutela statale per chi fa questo mestiere. Noi, con la Cit, avevamo predisposto tutto, le carte, la segreteria, anche un commercialista specializzato di appoggio: ci è mancata l’adesione dei maestri. Gli stessi che, magari, un giorno si troveranno ad avere 50 o 60 anni, la salute non più vigorosa, non riusciranno a lavorare e si accorgeranno di essere abbandonati, senza futuro, senza tutela per gli infortuni o la malattia, privi di pensione». E perché la federazione non si preoccupa del loro destino? «Perché lo statuto Fit dice che la sua missione è creare giocatori agonisti, atleti per le Olimpiadi, non ha fini sociali. La Uisp, invece, ha uno scopo eminentemente sociale, l’agonismo l’abbiamo adottato per passione ma in realtà potremmo anche farne a meno». I numeri della Cit fanno riflettere: 600.000 lavoratori nello sport dilettantistico (circa 4000 sono maestri di tennis), quasi il 40% dei quali lavora in nero. Solo uno su sette ha un contratto a tempo indeterminato. La gran parte porta a casa non più di 15.000 euro l’anno e non si può permettere di farsi una famiglia.

    E la Fit? La federazione è un ente, per così dire, a natura ibrida: il ministro Melandri diede infatti alle federazioni nazionali una disciplina basata sul diritto privato, come le imprese, ma la Federtennis è nel contempo una delle 45 federazioni sotto l’egida pubblica (e il portafoglio) del Coni, figlio del ministro dell’economia: soldi pubblici, in breve. Il regolamento tecnico Fit, articolo 2 comma I, parla chiaro: «Possono insegnare tennis presso gli affiliati solamente coloro che, avendo superato i corsi organizzati dalla Fit, sono iscritti nell’albo o negli elenchi previsti dal presente regolamento». Chi insegna senza titolo è passibile di sanzioni: è vietato «rigorosamente», così è scritto con sintassi giuridica un po’ zoppicante, «utilizzare tecnici non qualificati Fit sia per corsi collettivi sia per lezioni singole». Alcune restrizioni della normativa interna, di fatto, vengono regolarmente disattese, come la norma del regolamento dei tecnici che sostiene (art. 17, comma III) che gli istruttori di primo livello possano insegnare solo il minitennis: tutti sanno che la regola è largamente disapplicata.

    Solo la Fit, si legge ancora, ha l’autorità per definire i criteri e i livelli dell’insegnamento del tennis. Come dire: è anche proibito insegnare una vulgata differente dal testo concepito in seno alla scuola nazionale maestri, che dovrebbe fungere da Catechismo della Chiesa del tennis. Negli Stati Uniti parlerebbero di questa situazione come di un tipico caso di anatra zoppa. La federazione, difatti, vorrebbe poter gestire, sul territorio nazionale, tutti i lavoratori del tennis (che, se si parla di insegnanti, vengono qualificati in istruttori di primo grado, di secondo grado, maestri nazionali e tecnici nazionali) senza doversi ritrovare ad affrontare un mercato di concorrenza. I maestri, così come i circoli affiliati, sono clienti della Fit. Pagano l’iscrizione, pagano gli aggiornamenti, pagano i corsi per i passaggi di livello e, nel ‘pacchetto’ di alcuni corsi di formazione, è anche previsto che lavorino gratuitamente (in cambio di vitto e alloggio, le spese di viaggio no) nei centri estivi federali, a titolo di tirocinio. Tuttav
    ia l’ordinamento non consente a una federazione sportiva aderente al Coni l’esercizio di un potere coattivo in forza del suo statuto o delle sue norme interne: quello della Fit è il regolamento di un ente, che nelle fonti del diritto è lontano anni luce dall’efficacia di una legge dello Stato. Vale solo per chi ci sta ed ecco dov’è la lame duck: il potere della Fit si esercita solo sui circoli e sui maestri affiliati. Scavalchi il recinto e la legge non vale più.
    Ciò che rileva qui, però, è che non c’è traccia di attività federali in favore dell’unità della categoria dei maestri, né di iniziative che favoriscano una protezione economica o un diritto al futuro per chi lavora con cesto e racchetta. Come ente che esercita in posizione dominante sarebbe invece auspicabile un interesse maggiore per le sorti della categoria, un passo che dovrebbe seguire, tra l’altro, il riconoscimento della formazione degli insegnanti non esclusivamente in seno alla Fit. Del resto lo statuto specifica che la federazione è un ente senza scopi di lucro e che, per perseguire le sue finalità, può «aderire ad enti, associazioni, organismi privati o pubblici, nazionali ed internazionali, con scopi uguali, affini o complementari ai propri». Eppure il settore tecnico della federazione si è trasformato, nel nuovo millenio, da un centro di costo in un centro di profitto, che fattura poco meno di un milione di euro l’anno e accumula utili per 200.000 euro. Offre conoscenza qualificata e se la fa pagar cara. Non è, insomma, la Fit l’ente giuridicamente preposto a tutelare il lavoro dei maestri ma è quello che avrebbe le maggiori risorse per promuoverlo, se avesse un simile interesse. Interesse che pare non voler coltivare, purtroppo.
    (Fine parte VI)

    Professione in cerca d'autore (VII)

    domenica, 18 ottobre 2009
    Esiste già, in Italia, il precedente di una federazione nazionale (la Fise, che si occupa degli sport equestri) che ha inutilmente provato ad assicurarsi il monopolio della sua fetta di mercato. Altre associazioni, concorrenti della Fise, hanno presentato un esposto al Garante della concorrenza, alla fine del 2007, lamentando che la federazione avrebbe «impedito o comunque limitato lo svolgimento di manifestazioni ed attività equestri sia tramite condotte poste in essere nei confronti di associazioni concorrenti, sia attraverso l’applicazione nei confronti dei propri tesserati o affiliati di disposizioni statutarie federali che impediscono a tali soggetti di aderire ad altra associazione od ente nazionale che svolga attività ludica o sportiva nel campo degli sport equestri». La Fise, che nel suo regolamento minacciava sanzioni ed esclusioni per chi non avesse obbedito al suo regolamento, è risultata soccombente: il presidente dell’Autorità per la concorrenza e il mercato, Antonio Catricalà, ha firmato un provvedimento nel quale la stessa Fise ha ammesso di aver ‘esagerato’ e si è impegnata a eliminare le norme dello statuto contestate.

    E così, nell’incertezza del sistema giuridico, nel pantano della giurisprudenza e nella posizione poco collaborativa dell’ente istituzionale dedicato al tennis accade che la vita del maestro, e a volte quella dei circoli, siano messe a rischio. Sì, perché non sono soltanto i maestri non protetti da un contratto di lavoro a tempo indeterminato, cioè quasi tutti, a vivere pericolosamente. Capita anche che le parti si invertano e a pagare, per motivi simili, diventi il circolo stesso. Ne sa qualcosa chi è stato portato davanti al giudice del lavoro dal maestro che, dopo aver frequentato per anni il club, ha ritenuto di ‘vendicare’ l’interruzione del rapporto chiedendo alla magistratura di riconoscere la natura subordinata del vincolo tra maestro-lavoratore e circolo-datore di lavoro, con le pesantissime conseguenze economiche che il caso comporta. I precedenti, in questo senso, sono tanti e i giudici non sono sempre concordi: tuttavia si guarda spesso a una sentenza della corte di Cassazione, la 6919 del 1994, che ha stabilito che un istruttore (non era di tennis ma di nuoto, tuttavia i casi sono ritenuti assimilabili) è un lavoratore alle dipendenze della sua società se presta la sua opera «con dedizione funzionale, sistematica e continua nel tempo».

    La sezione del lavoro della Cassazione civile si è pronunciata anche recentemente, nello scorso dicembre (28525/2008) in merito a una causa intentata da un direttore tecnico di una scuola tennis al suo club, il Cus Napoli. Licenziato dopo sette anni, costui chiese il reintegro e il riconoscimento dello status di lavoratore dipendente. Vinta la causa in primo grado, ribaltata la sentenza in appello, la Suprema Corte ha dato torto al ricorrente, ritenendo che il suo fosse un impegno sì scadenzato da orari prestabiliti ma non vincolato nel contenuto e che, insomma, prevalessero gli elementi di un rapporto di lavoro autonomo rispetto a quelli di un lavoro subordinato. Questo, però, non esclude le responsabilità del club nei confronti degli allievi: nel 1988 il tribunale di Monza stabilì, per esempio, che il circolo dovesse rispondere dei danni fisici inferti, involontariamente, dall’istruttore di tennis a un suo allievo anche in assenza di un vincolo di lavoro dipendente: questo perché il circolo, che aveva il maestro sotto contratto di prestazione d’opera, è tenuto a esercitare «controllo e vigilanza sull’operato dei soggetti indipendenti», un po’ come il Tour operator con gli animatori di un villaggio turistico.
    In merito anche la federazione ha avuto le sue grane, e non da poco: all’atto dell’avvicendamento ai vertici istituzionali, tra la fine dell’era Galgani e gli albori della presidenza Binaghi, finirono dritti in tribunale i casi di molti tecnici nazionali che fecero causa alla Federtennis chiedendo decenni di arretrati. E si sa come funziona: nelle cause di lavoro spesso il lavoratore ha la spada di ferro, il datore di lavoro lo scudo di vetro. La faccenda venne a costare parecchi soldi.
    Resta aperta la questione della professione maestro: un mestiere che esiste solo nella pratica e che manca delle più elementari salvaguardie. Ma si è capito piuttosto bene, alla fine di questa storia, che non è solo una questione di sfortuna.

    In questi mesi un’altra spiacevole novità sta investendo tutti i lavoratori del tennis che vengono pagati, in forza del Tuir, con entrate che sono definite «redditi diversi». Accade infatti che l’Enpals (l’Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo) stia bussando alle porte dei circoli di tennis italiani, che remunerano istruttori e direttori sportivi per le loro prestazioni sportive dilettantistiche, chiedendo a costoro di versare i contributi. Come mai? L’Enpals sostiene che il Tuir non possa essere applicato perché questi ‘impiegati del tennis’ non offrirebbero le loro prestazioni per «l’esercizio diretto di attività sportiva» del circolo. Inoltre, sempre secondo l’Enpals, queste persone operano con abitualità, ripetitività e sistematicità nel circolo per cui dovrebbero essere o lavoratori dipendenti o liberi professionisti. Il Coni ha reagito emanando una circolare nella quale si invita a non pagare: si spiega che anche la didattica e la formazione sportiva rientrano nelle attività elencate nell’articolo 67 del Testo Unico, come indicato nel decreto legge 208 207 del 30 dicembre 2008, convertito in legge nel febbraio di quest’anno. Ma l’Enpals non ha intenzione di mollare l’osso ed è probabile che la giustizia venga inondata di carte: la battaglia del grano infuria.

    (Fine)

    Aggiornamenti sparsi

    giovedì, 30 luglio 2009

    Ho terminato adesso un’inchiesta per Tennis Italiano, che uscirà sul numero di settembre. L’argomento mi ha appassionato. Ho sentito molte voci, maestri, ex campioni, esperti di diritto sportivo, rappresentanti degli enti istituzionali. Credo di aver raccolto notizie interessanti e che probabilmente me ne occuperò ancora…

    Come vi ha anticipato Jacopo, quest’anno Eurosport raddoppia la copertura per gli Us Open. Raddoppierà anche la forza lavoro per coprire l’evento. Per ora la formazione ufficiale non è stata confermata ma posso anticiparvi che è probabile il ritorno di un ex campione italiano, piemontese come me… Se ricordate gli albori di Eurosport sapete a chi mi riferisco!

    Sono di ritorno da una breve ricognizione nello sperduto paese di Gorzegno. Dove accadde, negli anni Trenta, un fatto di sangue che ispirò un racconto da pelle d’oca a Beppe Fenoglio, Un giorno di fuoco. Se vi manca fate in modo che non vi manchi più!

    Banana Republic

    domenica, 29 marzo 2009

    Dal vergognoso weekend di Coppa Davis di Cagliari ho parlato spesso di cosa significhi essere patrioti nello sport, e nel tennis in specie, e di quale atteggiamento debba avere un giornalista di tennis nei confronti dei giocatori italiani.
    Ne ho discusso con miei colleghi e amici, da Jacopo Lo Monaco a Max Grassi a Lorenzo Cazzaniga, ne ho parlato con Andrea Scanzi e col direttore di Tennis Italiano Enzo Anderloni (ormai abbiamo quasi tutti un blog: come l’e-mail a metà degli anni Novanta, chi ne è privo si sente castrato). E via posta elettronica con tutti quelli tra voi che mi hanno scritto per condividere le idee. Una parte degli appassionati (ma anche il direttore di Tennis e il suo caposervizio Max Grassi) mi rimprovera di non essere patriota. Di aver scientemente espunto dal vocabolario termni come “i nostri rappresentanti” o anche solo “i nostri”. In sostanza mi reputano uno snob. Loro fanno il tifo e ne vanno fieri, perché sanno (ed è vero) che un campione porterebbe benessere a tutti quelli che vivono di tennis.

    Con Scanzi condivido la pena per la caciara da curva sud, per lo pseudogiornalismo militante dei portavoce della federazione e dei cronisti ultras della televisione pubblica. Il circo si fa già con il calcio, sarebbe opportuno salvaguardare il tennis dal biscardismo, dal controcampismo e simili. Andrea, poi, si diverte a sparare sui tennisti italiani, sui loro coach e sui difensori oltranzisti del made in Italy, sport peraltro enormemente facilitato da tre fattori determinanti:

    - gli italiani non vincono una partita neanche a pagarli
    - i comunicati e le uscite federali sono da tempo, come i presidenti che si sono succeduti, una miniera a cielo aperto di bieca propaganda politica stile anni Settanta
    - alcuni coach sembrano rubare i personaggi a Carlo Verdone.

    Però ho l’impressione che se Leconte rinascesse a Lecco Andrea se la prenderebbe con lui per il passaporto, e su questo non sono d’accordo.

    Quando leggo che un giocatore “tiene alto il nostro vessillo” nel circuito mi viene da sorridere. Non perché non abbia rispetto di chi gioca in nazionale: è che non mi va di imbrogliarmi o di imbrogliare, prima cosa, e poi detesto la categoria del giornalista-tifoso. Quando in tribuna vedo e sento giornalisti che fanno i cori da stadio per gli italiani… Che volete: non mi piace. Credo sia contrario non solo al no cheering in the press box di Wimbledon, che fa passare gli inglesi per vecchi rompiscatole, ma anche al rispetto del nostro ruolo e di uno sport che non è il calcio, non è il basket, non è il volley e non è il rugby. E non deve diventarlo. Il tennis trascende la nazionalità ed è così da sempre, a dispetto delle storiche rivalità in Coppa Davis, che restano delle oasi. Poi certo: se un italiano vincesse a Wimbledon saremmo tutti entusiasti, e ben più contenti di far appassionare il pubblico a un nostro connazionale che a uno spagnolo, a un serbo o a uno svizzero.

    I tennisti puntano alle vittorie e ai soldi. Quello che è successo negli ultimi anni, e cioè che giocatori italiani abbiano litigato con la federazione per questioni di denaro, è ciò che portò alla nascita dell’Atp: un giorno un tennista (Niki Pilic) si rifiutò di giocare in Davis per partecipare a un’esibizione ben foraggiata e fu squalificato.

    Ma non è vero che un tempo gli italiani amavano la Davis e si sacrificavano per quella per amor patrio: è che in Davis vincevano, più che negli Slam, e guadagnavano. Ecco perché investivano tempo ed energie in una competizione che dava loro visibilità e contratti. Ecco perché non capitavano i casi di Bolelli e di Seppi (a proposito, stiamo aspettando la conclusione della vicenda). Succedeva ai tempi di Panatta, succedeva ancora nei primi anni Novanta con Camporese e Nargiso, capitava anche con Gaudenzi (il ribelle della ‘battaglia per il grano’) e Furlan, che alla Davis davano perché dalla Davis ottenevano. Oggi i giocatori si permettono ‘colpi di testa’ come quelli di Bolelli e Seppi perché quella Davis non conta niente, non la guarda nessuno e non gira un soldo. Rimasto solo il valore della maglia, si è visto quanto conta. Ma non credo che questi ragazzi siano peggiori degli altri: semplicemente ad altri conveniva giocare la semifinale del Word Group contro la Svezia, mentre oggi la lotta nella parte bassa della serie B contro Polonia, Lussemburgo o Lettonia non frega quasi a nessuno.

    Così come non è vero che un italiano che gioca a Miami o a Cincinnati difenda la maglia azzurra: difende, come è giusto che sia, la sua maglia. Vince per sé, non per me né per i direttori dei giornali. Del resto conosco giornalisti che fanno il tifo per gli italiani solo perché le loro vittorie potrebbero convincere i caporedattori a togliere uno spazio al calcio per darlo ai loro pezzi di tennis: insomma, ciascuno fa il tifo per se stesso.

    Dai tempi delle Brigate rosse, poi, non c’è più un tennista nato in Italia che sia stato capace di scaldare i cuori degli snob come me: difficile appassionarsi alla sfilza di primi turni che ‘i nostri ragazzi’ (eh?) portano a casa con continuità. Non solo: la buona parte dei tennisti che ho intervistato in questi anni mi ha fatto cadere le braccia. Non sanno niente di niente, se ne fregano di tutto. Pensano solo a guadagnare. Non hanno la minima idea di cosa sia stato il tennis e di come sia diventato ciò che è e si beano della loro ignoranza. Palesano una lacuna di valori sconcertante. Ecco perché non credo sia disdicevole non essere ‘patrioti’, nell’accezione del termine che mi viene contestata. Anzi: di questi tempi lo trovo quasi doveroso.