Si chiama Ivo Kaderka e ha due pale per la neve infilate ai polsi. Al posto delle mani, dico. Le sbatacchia una contro l’altra dopo ogni punto di Tomas urlando ossessivamente: “Pot, pot, pot!”. Il tutto a un a un centimetro dalle mie orecchie. Provo a girarmi per incrociare lo sguardo del rozzo energumeno e realizzo all’istante che non è il caso di avanzare rimostranze a un armadio a quattro ante. Catenazza d’oro a cingere il collo venoso e taurino, sguardo iniettato di sangue, scopro presto – la sordità acuisce la vista – che è il pari grado ceco del presidentissimo (termine di antoniosaccana memoria) federale de noantri. Fa un tifo indiavolato per Berdych, che lo premia salvando un set point ad Andrei Golubev nel primo parziale (e vincendo tre set a zero) sul campo 12. A portata di orecchio per le palate kaderkiane sorge la tribuna est del campo 2, il cimitero di Francesca Schiavone. Prevedibile che il suo match contro Vera Dushevina fosse duro (già ad Eastbourne, peraltro, pareva ancora nel post-sbornia da vincita al Superenalotto); la considerazione più interessante mi pare le sia uscita a caldo dopo il match: “Fosse stato per me avrei spostato Wimbledon di due o tre settimane”. Eggià. E sapete perché non è successo? Tutto un complotto dell’All England Club (del resto sono disonesti: guadagnano con lo Slam, e per questo “il tennis è uno sport truccato”, vi giuro che l’ho sentito dire, e non da Francesca) contro il tennis italiano, vittima di una campagna di odio e di aggressione dettata dall’invidia e dai cattivi sentimenti (*).
Tra poco tornerò sulla fauna del court 12, poiché è lì che faceva sfoggio di sé il vero personaggio della giornata. Che non è mica stato Alejandro Tremarella Falla contro uno steccosissimo e mediocrissimo Federer: avanti 5-4 nel quarto set, quando il colombiano ha servito, baldo e fiero, per il match con la stessa protervia dei soldati italiani con gli stivali di cartone nella campagna di Grecia, mago Ferrero ha vaticinato ai presenti Azzolini e Semeraro (anche loro nemici del tennis italiota, anche loro scornati per il mancato invito alla cena da scroccare a matrignafit per festeggiare la Schiavone nella Ville Lumière e perciò incattiviti): “Ha sbagliato volée alta di dritto. Era da chiudere. Qui gira il match”. Così è stato. Temporaneamente investito del potere divinatorio di Dolgopolov junior, ho parlato infallibilmente con l’ausilio della scienza del Sommo.
La rivelazione, l’epifania del day one di Wimbledon, dicevo, è indubitabilmente l’innominato e innominabile decano del giornalismo della Repubblica ceca, il Brera di Praga, del quale - appunto – non sono riuscito a carpire il nome dal pass sepolto nelle pieghe della panza. Solo un’immagine rubata (rigorosamente con la mia comunistissima Lomo 35 mm). Spiccano: lo spezzato di lana grezza (avete capito: LANA, oggi c’erano 25 gradi) con prevalenza dei toni del marrone e deliziosa manifattura da comitato leninista del quartiere popolari di Torino Mirafiori, collezione 1977. Camicia nera, rigorosamente lisa e perciò brillante, con inserti turchese, celeste e viola. Mocassino pitonato tinta vinaccia. Calvizie all’ultimo stadio. Alito da post pastum boemo -presumibilmente al pimento – il Bud Collins mitteleuropeo scandiva senza sosta slogan marcomanni con ampi cenni di assenso del testone scarsocrinuto nei confronti di Berdych (che non lo calcolava), del presidentissimo (idem), del coach di Berdych (del tutto indifferente alle scalmane del senatore reporter), del preparatore atletico di Berdych, della fidanzata di Berdych (come sopra), dell’amico della fidanzata di Berdych. Invisibile a tutti. Ma non a me. Dopo ogni ace lasciava partire un assolo di “Pojd! Pekny!” con scosse della capoccia - manco fosse stato lui a insegnargli il servizio - e quegli inutili, pietosi sguardi di complicità con l’algida panchina dell’inespressivo e imbalsamato baby face, che manco lo degnava della conferma della sua esistenza in vita.
Da ultimo. Ho ceduto, ancora una volta, alle fragole. Ragazzi, ve lo ripeto: fanno schifo. Le fragole di Wimbledon fanno schifo. Le servissero in una qualunque osteria italiana, finirebbero in tempo reale al gatto. Come il dritto di Timbledon Henman o una volée di Aravane Rezai: hanno un che di intrisecamente malvagio. Prima di tutto non sono fragole. Sono pezzi di melone geneticamente modificati, ghiacciati, rossicci, sostanzialmente insapori, con prezzi da denuncia. E la panna molto semplicemente non è panna: è una crema pasticciera. O almeno, vorrebbe esserlo: liquida, mal riuscita, dolcissima. Si coagula in fondo alla tazza, un triste bicchierino di plastica in PVC (il polivinilcloruro, quello tossico) mentre i frutti rossi, idrorepellenti e stolidi, non ne vogliono sapere di sposarsi con quella mestolata di robaccia giallastra.
(*) Stante il fatto che a vincere al Roland Garros pare sia stata la Fit (a sentire loro, almeno) ci vorrebbe o no una conferenza stampa di qualche dipendente o collaboratore dei federales per giustificare questa ‘stesa’ al primo turno? Diteci come mai mi venite qui al Tempio del tennis e mi perdete al primo turno, come uno Starace qualsiasi! Mal che vada - regalo questo spunto - si può distruibuire la colpa non addossata alla perfida vicinanza dei Championships col Roland Garros a tutti quelli che vogliono male a mammafit, che quindi vogliono male al tennis, che quindi vogliono male a Francesca, che quindi si sono appostati in cima al campo due con le bamboline vudù. Insomma: è anche colpa mia. E meno male che è stato previsto solo un bonus per la vittoria a Parigi, e non invece un malus per una sconfitta al primo turno a Wimbledon! Lo ammetto, comunque: sono un agente della Российский теннисный тур. Il mio spirito-guida è Anatoly Lepeshin, il pingue coach del pingue Kafelnikov (mi dicono che A.L. sia passato a miglior vita, spero non sia vero). E con questo mi gioco le residue possibilità di concorrere al seggio di addetto stampa, posto vacante in un futuro piuttosto prossimo. Pensare che stavo ascoltando tutte le telecronache Rai delle partite della nazionale. Mi registravo anche tutti i tiggì di Emilio Fede e gli editoriali di Minzolini. Insomma: ci volevo provare davvero, a diventare il portavoce del presidentissimo.
Ah, dimenticavo: avrei bisogno del vostro aiuto. Ho necessità di decifrare la sententia sibillina del Maestro Barazzutti. Ieri, interrogato sugli accadimenti terreni di Church Road, ne ha mirabilmente riassunto il senso (con l’ausilio delle tecniche della meditazione trascendentale, si vocifera) così: “Una giornata di tennis. Non positiva, ma è comunque una giornata di tennis”. Ebbene, vi chiedo di guidarmi con la vostra esegesi, giacché le mie limitatissime vedute non permettono di assaporarne appieno il significato profondo. Ho pensato a qualche possibile interpretazione, liberi di aggiungerne:
a) piantala di farmi domande, sono in ritardo per cena.
b) cosa dovrei fare, mettermi a piangere battendo i pugni per terra? Che si vinca o no, il mio emolumento mensile non ne avrà detrimento.
c) forse che stanotte la Terra imploderà in una quasar perché gli italiani sono tornati a perdere partite di tennis come succede dall’età della pietra? Ecco. Allora lasciatemi in pace.
d) non mi risulta che a Termini Imerese se la passino meglio che sul campo 2, no?
e) l’importante, alla fine, è vincere in Davis (questa la scarterei in partenza)
f) Meno male che il presidente c’è!
g) l’importante è vincere in Fed Cup
h) ma è vero che adesso prendono Gianni Ocleppo al mio posto?


