Fenomenologia di Pietrangeli

Sempre che non siate i più italianumeggianti tra gli italianidi (in questo caso, e prima che sia troppo tardi, cliccate sulla ‘x’ in alto a destra per uscire dalla pagina e riprendetevi cercando un commento a caso su www.federtennis.it, accessibile anche da qui), dicevo, se non vi ritrovate nella condizione d’essere obnubilati dal fuoco dogmatico dell’orgoglio patrio (?) più malsano avete certamente coscienza del fatto che casa nostra è la patria dell’ipocrisia. E, come in tutte le culle dei dis-valori, vigono i totem. Nel cortiletto del tennis italiano, per esempio, qual è il totem per antonomasia? Ovvio: Nicola Pietrangeli. Ah, Pietrangeli: per carità, non toccate Pietrangeli. Zitti tutti, parla Pietrangeli. In piedi, è arrivato Pietrangeli. Clap clap, il maestro Pietrangeli, l’ambasciatore Pietrangeli, l’icona, il mentore, la Musa ispiratrice, il modello di vita Pietrangeli. La prima cosa che penso quando vedo Pietrangeli, da sempre, è che passi gran parte della sua vita in spiaggia: è regolarmente più abbronzato di  Gianfranco Lampados Fini. Ma questo non c’entra, almeno non ora. La seconda è che, tolta la palla corta, non gli rimanga granché da offrire in lascito all’umanità. Magari è una mia percezione fallace. La terza è che incarni tutto quanto, a mio modestissimo avviso e talento tennistico a parte, non vorrei mai insegnare a mio figlio.

I primi dubbi sul conto di Pietrangeli? Ebbene, non me li ha mica solleticati lui, nonostante il suo sguardo a tratti schifato, a tratti altezzoso e quell’eterno, implicito sottopancia che scorre ogniqualvolta appare: ”Vorrei ricordarvi che io sono fico e famoso, voi invece no”. È stata, invece, colpa della sua Emilia Fedina, alias Lea Pericoli: a forza di cantarne le gesta epiche (otto volte su dieci riguardavano un abbordaggio o una serata nauseabonda tra vip), di magnificarne le doti di viveur e di playboy, di lodarne la saggezza e la vita misurata e poco appariscente (“Un giorno o l’altro spiego a Federer come si fa a battere Nadal”, la caccia ai migliori green di Djerba, cose del genere) nonché la virtù – per lei è tale – di averla sempre sfangata senza aver lavorato un solo giorno della sua vita, e ancor più di bearsene, il campione Nicola ha iniziato a essermi simpatico come una colonna di formiche rosse imbizzarrite sul pavimento di casa. Non perché ciascuno non sia libero di vivere come meglio crede, ci mancherebbe. Ma da qui a farne un esempio mi pare passi un fiume largo così.

Nicola Pietrangeli, come Panatta – che secondo me è stato, considerati i tempi, più forte di lui - ha avuto una carriera e successi da campione. Noi, che di campioni ne vediamo tanti quante sono le miniere a cielo aperto di smeraldi in Brianza, pare si debba, per obbligo morale di italianitudine strisciante, coltivare e tributare eterna gratitudine al fuoriclasse italiano. Direte voi: giusto. Infatti è giusto: entro i limiti della ragionevolezza, possibilmente. Non è che se servi ai duecentoventi all’ora, salti in lungo nove metri o metti le punizioni nel ‘sette’ ti si deve fare per forza sindaco del paesiello di nascita o ministro dello sport. Ma no: noi italianidi non ci accontentiamo della gratitudine. Confondiamo talento sportivo con talento umano, e sbrodoliamo. Ecco spiegato perché, per esempio, troviamo normale (io no, voi spero neanche, la maggioranza sì) che sia Ministro della Repubblica (e alle pari opportunità, poi) Mara Carfagna. Anni addietro mi capitò di parlare di argomenti affini col sommo Gianni Clerici, che però non mi seguiva. Anzi: parlava del “mio dieletto Nicola”, mi ricordò il proverbio “beati monoculi in terra caecorum”, insomma capii presto che era saggio sospendere l’argomento. Lo riprendo qui, per conto mio perché l’Everest di questo malvezzo, che mi facilita enormemente il compito in questa breve fenomenologia, è un’intervista andata in onda recentemente sull’Istituto Luce del tennis (la definizione è rubata ad Andrea Scanzi, ve lo dico sennò poi si arrabbia, mentre per la segnalazione del video devo ringraziare Daniele di Ravenna, che me l’ha gentilmente mandata). Complice il deferente, quasi adorante faccia a faccia col conduttore della trasmissione, Caputi, qui il Pietrangelismo (attivo e passivo: essere Pietrangeli e avere a che fare con Pietrangeli) raggiunge vette parossistiche.

Si comincia.

“Io devo tutto al tennis. Purtroppo – ogni tanto lo dico solo perché la gente sappia – non ho giocato in questi tempi, per una questione volgarmente di denaro”. La gente lo sa eccome: questa notazione non manca mai, proprio mai nel Pietrangeli-pensiero. Gli ‘girano’ a mille perché ai suoi tempi si guadagnava poco. E vabbè, ci dispiace. Elegantissimo, poi, battere virtualmente cassa nel 2010 per i tornei vinti nel 1960, no? Senza contare che, col suo autodenunciato stile “mi alleno poco tanto mi basta il talento”, oggi avrebbe perso anche contro il cugino scarso di Jordi Arrese.

Il bello di Nicola è che si è campioni ma è difficile rimanere così come sei tu nell’affetto e nella credibilità da parte della gente”. Innanzitutto chapeau per la domanda (ma è una domanda?). Mi ricorda il terribile, cattivissimo, asperrimo Bruno Vespa quando incalza Berlusconi: “Presidente, la gente la ama. Nevvero?” Comunque: credibilità, dice il conduttore. Credibilità in cosa, di grazia? Quale incarico ha ricoperto Pietrangeli negli ultimi trent’anni, dopo aver capitanato l’Italia di Davis? Ha aperto una scuola che sforna talenti? Cresciuto un giovane italiano? Tirato su un impero edile? Bonificato le paludi pontine? Tradotto i discorsi di Osho Rajneesh? Curato la costruzione di ospedali in Costa d’Avorio? S’è dedicato a studi innovativi sulla letteratura degli esuli russi? Sfogliando la sua agiografia ufficiale, “C’era una volta il tennis”, da Lea Emilia Pericoli si apprende che, al più, l’aspirazione di Pietrangeli non giocatore era quella di “vivere a Los Angeles perché stavo sempre in mezzo agli attori” e, avesse mai dovuto ripiegare sull’Europa, trovare un posto a tavola a colazione col principe Ranieri di Monaco. Altro non risulta.

Risponde, però, Pietrangeli: “Questo secondo me è il, non voglio dire il successo, è la grandissima soddisfazione, perché io dico sempre, ma senza cattiveria per carità, io, tanto è inutile nasconderlo, tra poco ne faccio settantasette, e so’ tanti, e io auguro a tutti quelli che hanno giocato perlomeno ai tempi miei o anche dopo o quelli che stanno giocando adesso che quando arriveranno a settantasette ancora la gente li riconoscerà”. Certo, infatti Rod Laver chi diavolo è, forse quel tipo bizzarro con la zazzera rossa che chiede l’elemosina alla stazione Termini? E Ken Rosewall? Chissà, magari è quel signore ricurvo che usa la social card per far la spesa al Conad (o forse, semplicemente, non si nutrono di autografi, di feste o di cenoni al Rotary: coltivano quello strano vezzo noto come senso della misura). Chi saranno mai Ashe e Kramer, o Borg e Stan Smith al cospetto suo? Perché lui “lo dice sempre, ma senza cattiveria” per carità, che lui è famoso ancora adesso. Sì, in effetti ha ragione: chissà, vien da pensare, come se la passeranno quei peoni di Lendl, McEnroe, Sampras, Agassi ed Edberg tra qualche tempo. Tutti destinati a un triste oblio entro pochi anni. Boris Becker? Nel 2040 girerà per strada a Roma e verrà preso per er canaro de Trastevere. A New York lo arresteranno per spaccio di tinta per capelli. Ma attenzione, perché il maestro di understatement Pietrangeli aggiunge: “È come quando dico: dare un premio oggi a Federer piuttosto che a Nadal piuttosto che a Totti son bravi tutti. Vediamo se glielo daranno tra cinquant’anni”. Qui anche Caputi si spera abbia avvertito un brivido lungo la schiena. Speranza vana. Gli esce un “certo” (certo cosa? Certo cosa?) ma il gelo ha il sopravvento e, in pochi istanti, si cambia domanda. Si passa agli anni della formazione.

“Io non ho terminato il liceo perché mi avevano bocciato però andavo a Chateaubriand quindi se avessi voluto terminare il liceo sarei dovuto andare a Grenoble, e non lo avrei fatto. Il fatto di avere preso o non preso la licenza liceale non è che abbia cambiato molto la mia vita”. In effetti per fidanzarsi con le modelle dicono non sia necessario conoscere il paradigma di laudare. Scuola pubblica? Diploma? Puah. Tempo perso. Torniamo al tennis. Pietrangeli ha il tempo di dichiarare che il suo record di 164 incontri giocati in Davis “vabbè, è imbattibile” (attenzione: non lo diceva, per pudore, eppure forse lo pensava anche Sampras con gli Slam, e gli portò un filino sfiga) nonché di arrogarsi un merito – questo è vero – riguardante l’Insalatiera vinta dall’Italia nel 1976: “Io dico sempre che il merito sportivo è dei giocatori; il merito mio, e non lo divido con nessuno, è di averli portati in Cile”. E fin qui tutto bene.

Il generale Pinochet. Se doveva assassinare qualcuno, prima si accertava che nei dintorni non ci fosse Nicola Pietrangeli

Non fosse che, poi, bontà sua, Pietrangeli decide di lanciarsi a capofitto in una esegesi dietrologic-socio-sport-politica. Per la quale è necessario allacciare le cinture di sicurezza. “Che poi siccome la verità sta sempre a metà strada, non credo che Pinochet mangiasse i bambini piccoli la mattina… Questo stadio dove dicevano che ammazzavano tutti i giorni non so quanta gente…” Ecco, fate un bel respiro perché non è finita. Caputi, lo dico en passant, fin qui non fa una piega (dopo, in compenso, neanche). E il Pietrangeli, che pronunciando queste parole assume sempre più le sembianze e la parlata di un Luttwak brillo, rincara: “Ricordo un’intervista con gli Intillimani, dicevano: “Sappiamo che sei tifoso, ti piace il calcio, bene, sai che a Santiago la gente non va più al pallone. Oddio, e perché? Perché lo stadio è pieno di morti, esagero un po’, e perché non hanno i soldi per andare allo stadio. Eh, mi dispiace. Arriviamo lì e come sempre la prima cosa che si fa è andare a vedere dove si gioca. È come qui al Foro Italico, il tennis sta a trecento metri dallo stadio. Stavamo lì e a un certo momento la gente comincia a passare. E domando: dove vanno? Vanno allo Stadio. Come vanno allo stadio? Sì, perché c’è lo spareggio per fa’ la coppa d’America”.

Ecco. Qui ti àuguri che Caputi, cui frattanto qualcuno avrà almeno portato una stampata del riassunto di Wikipedia sui crimini di Pinochet (in effetti i trucidati furono solo 2.000, gli scomparsi che fecero la stessa fine un migliaio: poteva anche impegnarsi di più, quel dilettante di militare golpista) si alzi e dica al regista: dai, aspetta, ricominciamo e tagliamo ’sto pezzo, su. Non dico incazzarsi. Non dico tirargli un sussidiario delle elementari sulle scarpe. In effetti, però, qualcosa lo fa Caputi, interrompe d’autorità l’ospite con questa secca smentita: “La coppa America, come no”. Certo, la coppa America, come no. Non ”Pietrangeli, ma che stai a ddì?”. No: la coppa America, come no. “Insomma siamo andati a vedere la partita e c’erano sessantamila persone, allora tutti questi che non ci andavano insomma…” Insomma, sì. Evidentemente gli Intillimani sono sempre ubriachi. E Pinochet, ai suoi oppositori, toglieva solo il burro dalla dieta e la partita la domenica. Pensate che abbiamo toccato il fondo?

Nossignori. “Sì, si ingigantiva un po’ tutto” è la chiosa di Caputi. In effetti diamo a Pinochet quello che è di Pinochet: i nemici del regime non venivano solo fucilati allo stadio, e non sempre in presenza di tennisti italiani. Caputi sembra essere un ottimo candidato a sostituire Gianni Bisiach e Giovanni Minoli per le ricerche storiche in Rai. Che so: “Deportazioni: non che siano state tutta questa brutta cosa”. “Marzabotto, fosse Ardeatine e altre storie di piccoli screzi”. Con l’egida di Sandro Bondi ministro della cultura, magari, si può fare.

Prima di svenire sulla sedia, però, arrivano i sali: spunta, miracolo, in mano a Caputi l’agiografia di San Pietrangeli, meno nota come “C’era una volta il tennis” della Pericoli (edizioni Rizzoli). E, lasciato quel benefattore del generale Augusto alla memoria che gli è propria, si passa ad argomenti più leggeri. Come la dolce vita: “La dolce vita che intendono oggi a me fa perlomeno sorridere, credimi, quando parlano di playboy oggi allora mi viene proprio da ridere. Perché i playboy dell’epoca, che erano sei, otto, intanto il più scemo era miliardario in dollari. Tre o quattro correvano in Formula Uno, a spese loro. Due o tre erano scheglc (sic) di golf (*). L’altro giocava a polo. Quelli erano i playboy. Viaggiavano tutti con la Ferrari, io col tram.  I playboy di oggi sono quelli che fanno il Grande Fratello?” Qui il giudizio di Pietrangeli è tranchant. Non ci sono più i vitelloni di una volta. Sant’Iddio: che diavolo di mondo è questo, dove anche chi non è figlio di papà o senza né arte né parte può diventare un dongiovanni e soggiornare al Grand Hotel? Ai bei tempi lusso e lussuria erano riservati agli eletti. Oggi, maledizione, può arrivarti chiunque, pure il pizzaiolo di Arce a soffiarti la modella o il posto al ristorante. E che cavolo.

 (*) non sono riuscito a tradurlo. Mi date una mano voi?

Caputi, indefesso, insiste sulle qualità professionali del Pietrangeli giocatore e pensionato: “Tu sei riuscito, mentre giocavi ma anche dopo, a mantenere un rapporto con la gente che conta, il jet set”. Già: a quanto pare dev’essere stato un lavoro durissimo, altro che i turni in fonderia. Quanti sacrifici per arrivare a cenare con mezza Hollywood. “Tutto questo mi è costato… Allora, mi dicono sempre: tu ti fossi allenato di più avresti vinto di più. Ma io rispondo sempre: sì, ma mi sarei divertito molto meno. È anche vero che facendo questo tipo di vita, che poi non era chissà che, eh, io ho conosciuto un sacco di gente che poi mi ha dato una mano, piuttosto che…”

Attenzione: qui il discorso si fa meno fumoso. Gente che dà una mano, amici influenti. Non starà mica per dire che… Sì,  sta proprio per dirlo. “Fa sempre comodo – è vero che adesso è passato il tempo delle raccomandazioni, non ci sono più, giustamente magari – però oh, oggi ti assicuro che all’età mia io potrei ancora scegliere dieci posti nel mondo dove andare ospite”.
Et voilà: liberté, fraternité, e soprattutto humilté (il copyright è di Maurizio Crozza). Quel “giustamente magari” vale il prezzo del biglietto. Non solo: qui c’è pure la summa del Piet-pensiero. Lavorare? Manco per sogno: come dice Cesare Pavese (Nicola non lo sa, ma pazienza) lavorare stanca. La terra è bassa. Meno male che è sempre esistita la raccomandazione: per Pietrangeli, campione di tennis, pregasi offrire trattamento speciale, altrimenti sai che sbattimento doversi cercare un lavoro. E sudare. O doversi pagare, per dire, le vacanze: ma che, scherziamo? Per fortuna che, con una telefonata, bene o male si riesce ancora a scroccare qualcosetta (pardon: a farsi ospitare), nonostante questa società moderna cominci a perdere di vista i valori fondamentali (i calci nel didietro, le corsie preferenziali, i favori, l’antimeritocrazia). Lavorare è un’occupazione da poveracci perché (leggiamo dal Vangelo secondo Pericoli) “Corteggiare le belle donne, praticare sport, viaggiare, divertirsi con gli amici è un mestiere impegnativo se fatto seriamente, per lavorare non ho mai avuto tempo”. Soprattutto la corte dev’essere un problema, all’appropinquarsi degli ottanta. Difatti Nicola commenta, con signorilità, garbo ed egual sconsolatezza: “Vòi sapè qual è il mio dramma? È quanno (le donne) me dicono de sì”. Ma no, dai, Pietrangeli, non dire così. Continua pure nell’ars baccagliandi. Oggi la medicina fa miracoli: chiedi al presidente del Consiglio. E poi daje giù, come nell’età beata.

L'irriguardoso principe di Monaco. Non risponde al telefono a Pietrangeli

Tuttavia, tornando ai posti nel mondo in cui farsi invitare, ultimamente pare che da dieci le opzioni siano scese a nove. Il conduttore, difatti, prova a suggerire: “Uno di questi posti è Monte Carlo…”. Caputi non lo sa ma ha appena toccato un nervo scoperto, anzi, il nervo scoperto. Pietrangeli s’imbizzarrisce. “Adesso faccio un appello, e qui mi arrabbio (batte le mani) perché il principe Alberto… Non posso esagerare, eh… Ma sono due mesi che non mi risponde al telefono. Ah, io faccio un appello televisivo. Che poi magari mi chiama alle sette del mattino scusandosi. Ma io gli dico: non devi scusarti, devi avere il tempo di farmi una telefonata”. E che cavolo: se Pietrangeli ti subissa di chiamate, si vede che ha qualcosa di importante da chiederti, no? La vicenda, però, merita un breve inquadramento. Grazie ad anni e anni di abnegazione, racconta la Pericoli, Pietrangeli era infatti riuscito a guadagnarsi un seggiolino alla corte del principe di Monaco, Ranieri. E questo nonostante il ciambellano di corte, il colonnello Lamblen, lo prendesse regolarmente per i fondelli durante i ricevimenti proprio perché, ai suoi occhi, era il maestro degli ‘imbucati’ (non lo dico io: è scritto sul Vangelo secondo Pericoli, pagine 197-198). Passato a miglior vita Ranieri, il figlio Alberto non ha, evidentemente, voluto ereditare alcun obbligo di ospitalità e/o favoritismo vario. A corte e al torneo invita chi gli pare. E questo, per il Pietrangeli-pensiero, è un affronto inaccettabile. Che dite, lo aiutiamo? Mandiamo una e-mail di protesta alla famiglia Grimaldi? Mica ci si comporta così, eh. Sempre che Alberto non sia spettatore dell’Istituto Luce: del resto la gente famosa spesso cova vizi strani, vai a sapere.

 L’intervista volge al termine. Ma a Pietrangeli dobbiamo due colpi di coda (sic): il primo è l’outing ufficiale sulla sua agiografa. Un bell’autogol. Di fronte a un Caputi vistosamente imbarazzato, infatti, Pietrangeli trova il modo di rivelare che, a microfoni spenti, la sua amica Lea adotta un gergo simile a quello dei camionisti che sfogliano un calendario di Max: “Lea… poi quello che è divertente di Lea è che la puoi portare in mezzo ai carrettieri, in mezzo agli scaricatori di porto.. Si vergognano loro, eh, a parlare, perché Lea parla come noi. Anche peggio”. “Ah ah ah”, risponde Caputi, paonazzo. Ah ah ah. Divertentissimo davvero, sentire una donna imprecare come un camallo genovese.

Poi arriva l’altra coda, quella vera. “Siamo in chiusura ma l’ultima domanda voglio fartela su una cosa che forse molti non sanno, non lo so. Il tuo rapporto con Pupino”. Signori, questo è il gran finale.  Perché Pupino merita una trattazione a parte. Nella redazione di Tennis Italiano (parlo di dieci anni fa, più o meno, ero agli esordi) un giorno arrivò “il pezzo della Lea”, la consueta rubrica nella quale la Pericoli parlava di Wimbledon citando Pietrangeli, o delle sorelle Williams citando Pietrangeli, o dell’ultima polemica italiana citando Pietrangeli, oppure di Pietrangeli. Si trattava di leggerla, tagliarla se del caso, metterci un titolo, didascalie e foto (*). Ebbene, da quel giorno la nostra vita non fu più la stessa. Chi è Pupino, direte voi? Pupino è un gatto. “Pupino… non so che dire, c’ha 19 anni, è orbo, pesa dieci chili, Pupino è Pupino, l’unica cosa è che mi sveglia alle cinque, o alle cinque e mezza, o alle sette, mi guarda e je faccio: Pupì… Dove andiamo a quest’ora?”

(*) alla fine fu scelto un titolo sdrammatizzante: ”Nic, occhio a Pupino”.

In realtà c’è moltissimo da dire, altroché: per esempio che, con Eleonora di Arborea e i moti del partito d’azione sardo, la caccia a Pupino del 2001 rappresenta uno dei passaggi cruciali della storia isolana. Dovete sapere, infatti, che Pietrangeli aveva introdotto Pupino negli ambienti più esclusivi della costa Smeralda (cito ancora Emilia Pericoli): “Quest’anno Nicola è andato in vacanza in Sardegna, ospite di amici (ma dai?, ndA). Un primo giorno passato a nascondersi sotto il letto, poi Pupino è diventato popolarissimo a Porto Rotondo. È diventato ‘il gatto con un occhio solo’, molto alla moda”. Giuro che sto trascrivendo parola per parola. “Quando ha capito che era ora di ripartire, è scappato. Quindi allarme generale (sic) e ricerca disperata. Non c’è stato niente da fare, il gatto non si trovava. Nicola si è rassegnato a perdere l’aereo. Ha telefonato al suo amico Gianenrico Maggi. Ed ecco come si è svolto il dialogo: ‘Questa sera vengo a mangiare da te’. ‘Come, non parti più?’ ‘No, è scomparso Pupino, non posso rientrare. ‘ E se non torna?’ ‘Sverno in Sardegna, il resto si vedrà!’”. In redazione si immaginava con costernazione il dramma vissuto non solo dalla popolazione sarda tutta ma anche dagli appassionati di tennis. E pure i rigori invernali di Golfo Aranci, roba che neanche nella campagna di Russia. Come se non bastasse, ci si era messo di mezzo pure un esoterismo portajella: “Una veggente sarda ad alcuni intimi aveva predetto la fine di Pupino: morto sotto le ruote di una macchina. Nessuno, ovviamente, ha osato riportare la macabra profezia a Nicola”. Maledizione, pure la veggente sarda che non si fa gli affari suoi. Ma come va a finire, il Pupinogate? “Per fortuna, ventiquattro ore dopo, spinto dalla fame, Pupino è tornato. Il giorno seguente Pupino e Nicola sono partiti per Roma, a vivere felici e contenti nel superattico di Monte Mario”. La solita vitaccia, via. Pronti per una telefonata al Principe: “Aò, che ce famo colazione e du’ buche a gorf?” 

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47 Commenti a “Fenomenologia di Pietrangeli”

  1. giovanni scrive:

    dopo aver sentito l’intervista ho pensato che Pietrangeli è un ****.

  2. Federico Ferrero scrive:

    ciao Giovanni, ho ‘mondato’ l’ultima parte del commento. il senso è intatto, direi. Grazie
    FF

  3. Mirco Lucarini scrive:

    novanta minuti di applausi

  4. Enzo Cherici scrive:

    92….

  5. Mirco Lucarini scrive:

    però il canaro era della Magliana!

  6. Federico Ferrero scrive:

    mi pareva troppo, ho messo un suo emulo in altro quartiere…

  7. Lorenzo Stievano scrive:

    Fantastico. Viene voglia di pigliarlo a calci, comunque…

  8. Carlo Villani scrive:

    STANDING OVATION :clap:clap:clap:

  9. Valentina Gozzi scrive:

    Gran pezzo! Quella sul Cile è DA VOMITO, bravo veramente dare scosse ai piedistalli è salutare!

  10. Adriano Mirante scrive:

    che OMO..

  11. Carlo Villani scrive:

    Quella del Cile è un concentrato di ignoranza e stupidità ai massimi livelli, mamma mia.

  12. Andrea Scanzi scrive:

    Raramente ti ho letto così incazzato. Praticamente l’unica cosa leggera del pezzo è il perculeggiamento (giusto) al sottoscritto. Una demolizione certosina e irata.

  13. Andrea Scanzi scrive:

    P.S. Caputi è uno dei peggiori giornalisti (?) di tutti i tempi, genere piacionissimo-zazzaroni-guarda-quanto-so-fico. La parte su Pinochet è raggelante, ma parecchio.

  14. Andrea Scanzi scrive:

    P.P.S. Pupino regna.

  15. Valentina Gozzi scrive:

    supponiamo che mi si presenti Nando Gonzales nella sua figosità e mi dica ho bisogno tu mi progetti casa e io intuisca che posso progettargli pure altro e lui abbia parole simili su pinochet LO MANDO A CAGARE! Era una metafora eh. Nn potrò mai più ascoltare pietrangeli senza provare NAUSEA.

  16. Valentina Gozzi scrive:

    pupino a Vicenza dove sapranno che farci con la polenta

  17. Fabio C. scrive:

    Che gran pezzo! e che tristezza Pietrangeli&Caputi.

  18. Enza Marrucci scrive:

    sono stata 5 giorni a Roma per gli Internazionali: ho visto la coppia (si, lo so che non è una vera coppia, ma allora perchè sono sempre insieme?) Pericoli-Pietrangeli almeno un paio di volte al giorno, e io non frequento posti da vip. secondo me facevano le “vasche” per farsi chiedere gli autografi a dimostrazione della loro eterna ed imperitura fama. il secondo giorno li avrei picchiati

  19. Federico Ferrero scrive:

    metaforicamente, Enza, va da sé :-)

  20. Giovanni Capone scrive:

    “il Vangelo secondo Pericoli”. Federico, sei un mito!

  21. Paolo Sampaolesi scrive:

    Prima ancora di leggere il pezzo ti dico che sono convinto che Pietrangeli sia una delle ragioni per cui in Italia non c’è un campione da quando la Rai trasmetteva in bianco e nero.

  22. TCC'75 scrive:

    In una puntata dove si celebrava la gloriosa vittoria in Davis (con Baccini presente), Pietrangeli ha dato il massimo. Raccontando del clima dell’epoca, disse che il merito per essere andati era suo perchè nessuno voleva che “i tennisti giocassero coi fascisti”.
    Allora ricordò un commento di Rino Tommasi (amatissimo da tutto lo staff di ST e soprattutto da Baccini che nel ’76 era in prima linea per impedire che si andasse a Santiago!).
    Ecco l’episodio evocato da Pitrangeli: “Domanda: lei Tommasi ci andrebbe a giocare in Cile?” RT: “Perchè no? Io ci andrei a vivere in Cile!”
    Grasse risate da parte di tutto lo studio, Baccini compreso.

    Rispetto per Tommasi che te lo confermerrebbe anche domani quello che disse nel 1976. Nessuno per questa massa di cialtroni.

  23. marti scrive:

    solo applausi (per il tuo pezzo certo non per intervistato e intervistatore)
    pinochet, il principe ranieri, la dolce vita, cesare pavese.
    ha ragione andrea: articolo che trasuda incazzatura(sacrosanta)

  24. Federico Ferrero scrive:

    ciao TCC’75 (ma non puoi firmarti con un nome?), grazie per aver ricordato la circostanza. sul fatto che, per Rino, quelli di Forza Nuova siano dei moderati non c’è mai stato dubbio: lo afferma lui stesso. la cosa non mi infastidisce: sarà perché, da ragazzino, avevo fugacemente abbracciato ideali che ora riconosco come quasi aberranti, sarà perché mi piacciono le persone che esprimono idee forti e non vuoto pneumatico, il problema non è certo politico. non mi frega niente di cosa vota Tommasi, o se Panatta è stato in quota PSI, o se Volandri e Starace stimano La Russa.
    vista ora, la faccenda Davis è quasi ridicola: rinunciare a giocare in Cile per assecondare la retorica del PCI e denunciare (?) il regime di Pinochet. il regime lo si denuncia non certo regalando una Davis a Cornejo e Fillol. nel ’76, però, l’aria che tirava era differente e posso anche capire chi, a conti fatti stupidamente, invocò il boicottaggio.
    su Pietrangeli: a Caputi mancava lo stuolo per inginocchiarsi a ogni “domanda” (la scuola Vespa fa proseliti). è l’istituto Luce-style, che infonde sconcerto e tristezza: un misto di retorica, servilismo, sandrobondismo, beata incnsapevolezza di cosa significhi fare il giornalista. temo, però, che da quelle parti non potrebbe essere altrimenti: le federazioni foraggiate con soldi pubblici sono riproduzioni in scala uno a mille delle istituzioni ostaggio dei partiti: c’è spazio per portavoce, portaborse e yesmen. e per chi si presta ad andare a leggere il bollettino Luce, o perché non ha trovato altro impiego, o per naturale inclinazione al paolobonaiutismo.

  25. Corrado Erba scrive:

    Beh, l’insopportabilità di Pietrangeli , come il suo scroccantismo è nota dai tempi bre bellici. Poi si dimentica sempre che ha vinto, quando i boys di Jack Kramer erano in esilio forzato.Il fatto che si vanti di non aver mai lavorato invece non lo trovo disdicevole, però lo butta sempre li come l’ultimo dei parvenues

  26. ALESSANDRO ALBIERO scrive:

    Grandissimo pezzo, almeno 4 battute che mi hanno lasciato secco.

    “…che pronunciando queste parole assume sempre più le sembianze e la parlata di un Luttwak brillo, ” e’ bellissima.
    Pietrangeli delle torture sistematiche in Chile, niente?

    io ero all’asilo a quei tempi, ma sarei stato combattuto sul dafarsi.

    Per l’asterisco, Ma suppongo tu lo sappia gia’, ma lo scrivo per chi non e’ appassinato di storia tennistica o di golf:
    Giocare scratch significa giocare con handicap zero. ( sia nel Golf che nel tennis, quando si giocava con l aregola dell’handicap )

    Ho visto qualche tempo fa un’intervista a Pietrangeli, nel suo appartamento con angolo cottura, ciabatte e gatto sul letto, che strideva con l’immagine da Vippone internazionale e mi ha fatto quasi tenerezza.

    in effetti, perche la FIT lo mantiene da 40 anni ?

    pezzo strepitosso

  27. ALESSANDRO ALBIERO scrive:

    P.S.
    ciao Corrado, si i grandi erano fuori, ma pietrangeli non era male.
    Laver ha detto che se avessero preso tutti i migliori e messi su un’isola senza toccare la racchetta e allenarsi per un paio di mesi, alla fine Nicola li avrebbe battuti tutti.

    ho chiesto a Tommasi perche’ non fosse mai passato PRO ( si favoleggia dello spirito olimpico 1960 ), Rino ha detto “guadagnava di piu’ da dilettante” :-)

  28. Federico Ferrero scrive:

    aaaah, finalmente capisco cosa significasse quello “scheglc”. pronuncia vagamente bizzarra di scratch (del quale avevo vaga contezza: detesto il golf), no?
    grazie Alessandro, sei molto gentile.

  29. ALESSANDRO ALBIERO scrive:

    di nulla.
    non so nulla di golf ma so molto di storia del tennis.

    poi sono andato ad intuito…

  30. Lellus scrive:

    Su Pinochet è davvero incredibile, ma come è possibile che in questo paese qualcuno possa avere parole del genere su di un criminale di guerra
    E ricorderei che il precedente pontificato ebbe una certa amicizia con il dittorore:
    «Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine», scrive senza imbarazzo il Sommo Pontefice, «con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale.
    Giovanni Paolo II.» Perole sante, ma anche no. Ma si sa di woytila (e di Pietrangeli) bisogna per forza parlarne bene…

    Gran bell’articolo Federico

  31. napo scrive:

    caro federico, confermi di essere insieme a scanzi l’unico erede del grande clerici. pietrangeli era una grande tennista e si dimostra un’odiosa persona. ma ciò apre una delle eterne discussioni in tutti gli sport. si può adorare federer come giocatore e detestarlo come persona? si può fare il contrario per nadal? e su maradona e pelè o (ahimè dolore) bettega? non è facile avere l’onestà intellettuale di riconoscere che un giocatore che si ama è una persona modesta, o che un giocatore che non si ama è comunque un grande campione…e ulteriormente distinguere il giudizio del campo da quello sulla persona.
    E non solo fare questo esercizio intellettuale di vago sapore weberiano, ma infine ammettere a te stesso di essere affascinato e rimanere amico di persone che professano idee per te aberranti?
    L’è un bel casino!

  32. Federico Ferrero scrive:

    grazie Napo, sei troppo gentile. secondo me, dopo quarant’anni dal ritiro, si può eccome giudicare un atleta al di là delle imprese sportive. non si è tenuti a farlo, diventa più che opportuno quando l’ex sportivo è ben felice di continuare a essere conosciuto e propugna (dis)valori dei quali pretende di vantarsi. lo ripeto: mica sono una educanda, non mi frega niente della vita privata sua né di quella degli altri. mi frega che venga spacciato per ‘ambasciatore’ e per ‘modello’ chi, secondo me, rappresenta l’italianità nel suo significato deteriore. scindere la volée dall’animo, qui, è doveroso.

  33. Davide Pontolillo scrive:

    che bell articolo…
    mi piace soprattutto il fatto che gli aneddoti che citi poi li spieghi a fondo, non lasciando il lettore ignorante nel dubbio della metafora o del “non esplicitato”…. peccato nn ti piaccia il calcio, sarebbe bello leggere qualcosa di tuo a riguardo!

  34. TCC'75 scrive:

    @napo: Pietrangeli oggi non bisogna certo giudicarlo come atleta (io non l’ho mai visto giocare, io non ho mai visto giocare nemmeno Panatta e Borg), ma per quello che rappresenta, dice e fa. Se vai sul canale satellitare che pago con le mie tasse a dire che i maestri oggi non capiscono nulla perchè insegnano il rovescio a due mani, credo che tu debba rispondere di questo.
    @federico: io sono un grandissimo estimatore di Tommasi e perciò non lo posso essere di Caputi e/o Baccini. Non so come la vedi tu, ma a me la teoria che siccome ti paga la FIT dici e scrivi solo quello che vuole la FIT mi pare cozzare con la deontogia professionale del giornalista. Oppure anche tu sei convinto che siccome ti paga l’Unità devi per forza parlare male della Lega o del PDL?

  35. O_O cosa lo vedon li mei occi? Ma siamo sicuri di trovarci in itaglia, il bel paese che non ha mai visto rivoluzioni, ma dei vari Cromwell solo il nero di Drogheda? Qui si sta rischiando la pellaccia, non toccate quei due! Non osate scagliarvi contro i Pietricoli! Badate ben, un istituzionale raggio di luce potrebbe colpirvi nel bel mezzo della terra di nessuno riducendo le vostre ben esposte Tretorn fresche dal tubo di cartone blu at due Dunlop sgonfie qualsiasi. Caro Federico, ma anche voi che commentate spavaldamente cari Enzi, Andrei, Valentini et altri compagni, cari mei fate anche voi attenzione at non sbagliare come quei tali che insegnano il rovescio a due mani…

  36. Federico Ferrero scrive:

    @ Alessandro: evidentemente scarseggio in intuito :-) dal schleghc a scratch il passo non era così breve per me…

    @ TTC: difficile paragonare ‘oggetti’ disomogenei, no? quello che mi intristisce è la mediocrità. che, in effetti, va a braccetto con la padronalità dell’informazione. la fit si è inventata editrice, ma lo è esattamente come il sito del Pdl (o del Pd, chiaro). non solo: finge di tutelare interessi generali, che poi sono quelli che per statuto le competono, e invece fa pseudoinformazione partigiana, omissiva, celebrativa, qualitativamente mediocrissima. del resto difficile trovare Gabriele Romagnoli tra le firme del sito di un partito politico, no? tutto questo, peraltro, succhia i fondi che potrebbero essere spesi per i suoi scopi istituzionali primari. fare giocatori, non produrre tiggì-Luce, rivistine e siti mal fatti. glielo permettono: peggio per loro, e per tutti.

    quanto a me: ho sempre scritto quello che mi pareva. riviste, quotidiani, blog. quando non mi sono più trovato d’accordo con la linea editoriale di un giornale, o quando (capitato raramente) mi hanno chiesto di confezionare articoli “a tesi” (del tipo: Seppi batte Nadal, quindi Seppi entrerà nei top ten) mi sono rifiutato e, nel primo caso, ho abbandonato la barca. ogni riferimento a Tennis Italiano è voluto :-) in una rivista privata, ex indipendente, che si è messa al servizio della Fit in cambio di denaro – poco o tanto, non mi interessa – io non ci lavoro. non è stato l’unico motivo ma neanche l’ultimo.

  37. Pierpaolo scrive:

    Federico,

    quando scrivi che Tennis Italiano è “una rivista privata, ex indipendente, che si è messa al servizio della Fit in cambio di denaro…”, a mio modesto avviso faresti bene a chiarire il concetto, altrimenti rischi di passare per il Beppe Grillo della situazione. Cosa intendi per mettersi a servizio? Qui non si tratta di discutere del mito dell’editore puro (altra questione abbastanza inutile al giorno d’oggi), qui tu fai delle accuse gravi che forse vale la pena di circostanziare.
    Poi, secondo me dici bene quando sostieni che il “cambiamento” della linea editoriale non è stato l’unica causa del tuo abbandono. Gli “altri” motivi potrebbero aver pesato molto di più nell’economia della decisione, ma questo è affar tuo.
    Un’ultima cosa, una mia opinione: l’anti-federalismo schematico, demagogico e anche un po’ settario e molto autorefenziale di certi giornalisti che si occupano di tennis è sterile, banale e danneggia l’immagine di questo sport. Puzza di già sentito, stereotipato, non è animato da uno spirito costruttivo. Non sono un giornalista, non ho titoli per impartire lezioni, è solo un mio punto di vista. Tutto qua.

    Ti saluto.

  38. Federico Ferrero scrive:

    ciao Pierpaolo,
    ti chiarisco volentieri il concetto, benché tu lo conosca benissimo essendo un collaboratore di Tennis Italiano. Tennis Italiano ha concluso un contratto con la Fit che prevede (tutte cose mica segrete, basta leggere e fare un po’ di attenzione): 1) che gli uffici grafici Edisport impaginino la rivista federale 2) lo scambio reciproco di pubblicità su carta e sull’Istituto Luce. c’è poi, di fatto, una commistione di collaboratori: addirittura il direttore dell’una scrive pezzi sulla seconda, seppure sotto pseudonimo.

    se, a tuo modo di vedere, ricordare che la rivista un tempo capace di condurre inchieste – fatte bene o meno bene, qui non rileva – anche contro la Fit ora è in affari con la stessa Fit significa “passare per Beppe Grillo” allora passo per Beppe Grillo volentieri, perché è la pura verità. la purezza dell’editore non c’entra proprio niente: a quanto mi risulta Edisport editoriale è rimasta dei proprietà familiare, non ha ceduto quote a terzi. qui si tratta di scelte editoriali di una rivista compiute dal direttore, non dall’editore.

    faccio accuse gravi, dici. ma fammi capire, conta che siano gravi o non gravi, o forse conta che siano vere o false? per conto mio il grave è che una rivista che pretende(va) di essere politicamente indipendente, grazie anche alla sua proprietà, si metta in affari con un ente federale in maniera più o meno palese (e lo pseudonimo non è il modo migliore per dimostrare di non avere la coda di paglia). dalla denuncia delle vicende più o meno losche in seno alla Fit, nel giro di pochi anni si è passati agli accordi commerciali, allo scambio di promozione pubblicitaria, al silenzio su ogni tipo di argomento potenzialmente ‘critico’ e alle interviste alla Bruno Vespa style (quando parla con Silvio) sulla fulgida carriera tennistica del professionista Binaghi. tu credi che la Fit farebbe pubblicità a Tennis Italiano se il giornale scrivesse qualcosa di negativo sul suo conto? e cosa credi che debba pensare, un lettore, di una situazione simile?

    sui motivi che mi spinsero a interrompere la collaborazione con Tennis Italiano. credo, in effetti, di avere una qualche voce in capitolo, visto che fu una decisione unicamente mia. eccoli: non mi piaceva più come veniva fatta la rivista, trovavo che la qualità stesse scadendo così come il parco collaboratori, scelti in maniera che mi trovava quasi sempre in disaccordo (ma è il direttore che sceglie: se al collaboratore non aggrada è lui che al limite se ne va, e infatti è andata esattamente così). non gradivo il cambiamento di rotta sull’indipendenza dai federales (con dirette conseguenze sul mio lavoro: vuoi degli episodi specifici? te li scrivo privatamente, se credi: alcuni sono esilaranti). non ero più soddisfatto economicamente. non avevo più stimoli a proporre idee. direi che è sufficiente per salutare e allontanarsi, non credi?

    infine: non ho capito se mi includi nella categoria degli antifederali demagogici e aprioristici. se sì, come credo, respingo l’etichetta e ti spiego il motivo: il mio essere contro certe persone non è a priori, è a posteriori. con certi figuri, nel tennis così come in cose ben più importanti del tennis, non c’è spirito costruttivo che tenga: si deve solo sperare che se ne tornino a casa. non me la prendo con loro perché lavorano alla Fit. semplicemente non mi piacciono, li ritengo delle sciagure (professionalmente parlando, e comunque non tutti, se ne parlo faccio sempre nomi e cognomi) e dico quello che penso. faccio il giornalista, non il portavoce. non accetto che mi si dica cosa posso, non posso, devo o non devo esprimere in virtù di un supposto ‘interesse superiore’, che poi si rivela essere un accordo economico con un ente istituzionale da ‘lisciare’. se fossi un giornalista, visto che precisi di non esserlo, sono sicuro che avresti questa mia stessa sensibilità.

    ti saluto anche io
    ff

  39. Roberto TOgni scrive:

    Caro Ferrero, anche se non sono stato “invitato” mi permetto di dire la mia: ha fatto benissimo ad andarsene. Con stima
    RT

  40. Pierpaolo scrive:

    Ciao Federico,

    accolgo con piacere le tue argomentazioni ma le trovo assai poco convincenti. Ci sarebbe da fare un discorso lungo, mi limito a replicare su tre punti:

    1. Il presunto “mettersi a servizio”. Un piccolo editore fa un accordo commerciale – ammesso e non concesso che le cose stiano come dici tu – in un periodo in cui l’editoria cartacea è in come profondo e diventa servo
    della Federazione? Sai meglio di me quanti quotidiani vengono salvati dai contributi statali. Per questo sono schiavi del Governo? La cosa che francamente trovo molto più inquietante è il conflitto di interessi di tanti giornalisti, che in Italia sono a volte giornalisti-manager-consulentiaziendali e hanno il conto cifrato nella filiale svizzera di Hsbc. Vogliamo parlare di questo? L’accordo commerciale è almeno trasparente, questi conflitti lo sono un po’ meno. Converrai credo. Se poi misuri la qualità del prodotto giornalistico attraverso gli accordi commerciali con enti istituzionali, io direi che siamo un po’ fuori strada. I collaboratori di TI sono di bassa qualità? In base a quale criterio di valutazione?
    2. Mi sembra di capire che per te il presunto “Potere” risieda non nella funzione, ma in chi la incarna. Io la penso esattamente all’opposto. E’ la funzione a determinare il potere non la soggettività dei singoli. Nel caso di una Federazione sportiva, direi che forse vale la pena giudicarla dai risultati che produce in relazione alla sua missione istituzionale. In Italia aumenta il numero di praticanti? Il tennis riesce a penetrare nelle scuole? E via dicendo. Una critica più costruttiva sarebbe forse quella di ripensare al Potere stesso, per fare in modo che chi amministra ne abbia meno e chi pratica ne abbia di più. Questa io la chiamo sussidiarietà, ma la tua critica si appunta sulle persone, e torniamo al punto di partenza.
    3. Attenzione a non confondere libertà e autonomia con il rischio di una deriva qualunquistica. La libertà che rivendichi è una libertà negativa (o libertà da): il giornalista è libero quando non ha vincoli o mandati editoriali, ma la libertà – come ben sai – è anche libertà positiva o “libertà di” partecipare a migliorare la nostra società. Ti faccio un esempio: Marco Travaglio, personaggio stra-popolare, è molto bravo sulla prima parte, mentre è un po’ carente sulla seconda. Tornando al nostro discorso, dai giornalisti che tu citi io non ho mai letto uno straccio di proposta per migliorare il nostro sistema-paese tennistico. Solo satira sui federali. La gente legge l’articolo, qualcuno si fa quattro risate ma poi tutto torna ad essere come prima. Con un atteggiamento improntato all’indifferenza – se non al disfattismo – nei confronti degli interessi generali. Tu da che parte stai? Ti interessa farti leggere, diventare popolare, o impegnarti in modo costruttivo per risolvere i problemi e migliorare la condizione di chi pratica lo sport?

    Ti saluto con una citazione che dovresti conoscere bene se non ricordo male:

    Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “Che cavolo è l’acqua?”.

    Con rispetto,

    Pierpaolo

  41. Federico Ferrero scrive:

    ciao Paolo,
    premetto che ti ho scritto in privato e, probabilmente, sarebbe meglio continuare lì anche perché se tu palesassi – perdonami – di esserti documentato più in profondità su quello che mi contesti e, soprattutto, mostrassi di essere a conoscenza di certi episodi credo non conserveresti l’ardire di difendere quello che, a mio modo di vedere, è indifendibile. comunque replico anche io, con piacere.

    1) l’accordo non è presunto, è nero su bianco. è stato pure pubblicizzato su Daily Media, basta leggere. cito: “La Federazione Italiana Tennis ha scelto Edisport Editoriale SpA come partner per realizzare la propria rivista ufficiale [...] Supertennis Magazine cambia grafica e distribuzione per raggiungere in modo capillare tutti i circoli. [...] Del gruppo Edisport anche la concessionaria esclusiva di pubblicità di Supertennis Magazine, Comedi SpA”. l’invito a leggere lo rivolgo anche a me stesso: riguardando il comunicato, infatti, noto due particolari che avevo dimenticato. Edisport non solo impagina la rivista federale. si occupa anche di stampa, distribuzione e gestione degli spazi pubblicitari.
    ora, tu mi dici che prendere soldi dalla Fit, per TI, è come per il Corriere prendere i finanziamenti statali. nossignore. la Fit non distribuisce finanziamenti ‘a pioggia’ sull’editoria tennistica italiana. anzi, la Fit fa la guerra a tutta la stampa non amica (nega accrediti, fa ostruzionismo, incarica l’addetto stampa di bastonare Tizio e Caio sul sito e sul giornaletto, una volta Semeraro, una volta Tommasi, una volta Martucci et cetera). la Fit non promuove MAI gli eventi tennistici che coinvolgono italiani, a meno che non siano trasmessi dall’Istituto Luce (a proposito: durante il Roland Garros sono successe cose spiacevoli proprio con Eurosport, trattata con ostilità dall’ente federale pur essendo l’unica a trasmettere Pennetta, Schiavone eccetera, sempre a proposito di fair play e di difesa dell’interesse generale del tennis italiano). la Fit è, ormai, un editore: è di parte, la sua. non è di tutti, pur essendo pagata da tutti. fa una tv, ha un sito, un giornale. si comporta e agisce da testata giornalistica, pur con i soldi del Coni.
    ma poi, Pierpaolo, a parte il contratto, a parte un elementare confronto dei colophon delle due riviste (vuoi che ti dica quanti collaboratori condividete? almeno dieci. e quanti ne condividevamo anche solo quattro anni fa? zero), dico, vuoi nasconderti dietro un dito? hai il coraggio di sostenere che la Fit scambierebbe lavoro e pubblicità con un giornale che conserva la libertà di fare inchieste sul suo conto, di stigmatizzare scelte sportive (Barazzutti, Tirrenia eccetera) e amministrative, o politiche, o di comunicazione? la rivista per cui tu scrivi non aveva rapporti con la Fit, quando era libera di parlarne male. veniva boicottata, i suoi giornalisti spernacchiati sul giornale federale e sul sito. anche a TI venivano negati gli accrediti per la Fed Cup, la Davis e concessi col contagocce per il Foro. ora TI ha di fatto dismesso ogni sorta di polemica e di possibile attrito con la Fit. anche perché, in caso contrario, conoscendo l’ambiente Fit, l’accordo verrebbe meno in un amen. Binaghi aveva querelato TI, qualche anno fa. la Fit aveva denunciato l’autore delle inchieste sui Centri Orsini (sai chi era? te lo devo dire? bravo, hai indovinato). tranquillo: oggi non troverai più una sola inchiesta. l’unico rimasto a fare inchieste nel tennis è il giovane Riccardo Bisti. io me ne occupo poco, perché la Fit e il tennis italiano mi appassionano tanto quanto la riproduzione dell’alpaca, ma se c’è lo spunto non mi tiro indietro. altri, sì.

    vuoi parlare della società di management della quale è socio Cazzaniga? volentieri. potrei contestarti il metodo (“io sono ladro? guarda tuo zio, che è Alì Babà” non mi pare un criterio costruttivo di confronto, visto che ami i dibattiti costruttivi). come vedi sono libero di dire che, al suo posto, io non lo farei. scelte personali. sta di fatto che, qui, scrivo quello che mi pare. sempre. che su Tennis Magazine scrive uno come Andrea Scanzi, che è il nemico pubblico numero uno di Seppi, lo prende per i fondelli giornalmente eppure viene invitato a scrivere quello che gli va, soprattutto su Seppi.

    la qualità della scrittura? mia opinione. sicuramente non la valuto “attraverso gli accordi commerciali con enti istituzionali”. la valuto leggendo, come faccio sempre quando apro un giornale o un libro. ma non ha molto senso che mi metta qui a pontificare :-) se vuoi lo facciamo in privato.

    2) la mia critica si appunta sulle persone perché si sono impadronite dell’istituzione, piegandola ai loro interessi e alle loro mire (cioé restare dove sono). la Fit non si comporta da ente finanziato coi soldi dei contribuenti per promuovere la pratica sportiva, si comporta come un’azienda che difende la sua bandiera e i suoi rappresentanti: se non ti piace come fanno, diventi per ciò solo un “nemico”. in ogni caso: sei anche tu tra quelli che sostengono che la Fed Cup e il Roland Garros arrivino dalla Fit? Prego, c’è posto. il numero di praticanti aumenta, secondo te, grazie alla Fit? buono a sapersi: Binaghi sostiene candidamente che i quattro gatti che seguono l’Istituto Luce sono milioni di spettatori che, grazie a lui, sono tornati a giocare a tennis. come vedi si può dire quello che si vuole in democrazia, per carità. però prova ad ampliare l’orizzonte e guardare gli altri Paesi europei. forse avresti delle sorprese, considerando i dati di crescita del tennis, e riconsidereresti certi rapporti di causa-effetto (sei proprio sicuro che i tesserati in più siano merito della Fit?)

    3) grazie per la lezione, vedrò di ripassare Rousseau. la vicinanza con Travaglio non mi schifa come credi, benché non lo consideri il “faro” della mia carriera. forse dimentichi che, lo scorso anno, feci un’inchiesta (relegata nella parte italiana di Tennis Italiano, sul Magazine bisognava dar spazio al Binaghi tennista) sulla professione dei maestri. ne sto scrivendo un’altra, che uscirà sul prossimo numero di tennis magazine e non è un lavoro distruttivo, è costruttivo (almeno, spero). ti posso solo dire che su TM siamo liberi da e liberi di. non potevo dire la stessa cosa negli ultimi periodi a Tennis Italiano.

    ciao e grazie
    FF

  42. Rupert scrive:

    Ciao Federico, ti scrivo per un argomento che poco o nulla ha a che vedere col post.
    Ho visto dal sito di Bisti che è uscito il quarto numero di Tennis Magazine da un po’ (http://www.tennisbest.com/index.php?option=com_content&task=view&id=2920&Itemid=74) o almeno l’articolo è datato 23 giugno.
    Ebbene, nell’edicola in cui ho acquistato i primi 3 numeri non è più giunto fino a ora, e l’edicolante non ne sa nulla.

    Non è possibile acquistarlo attraverso altri canali per esempio sul web?
    Non vorrei essermi perso questo numero, siccome il prossimo uscirà a settembre.

    Ciao e grazie

  43. Federico Ferrero scrive:

    Ciao Rupert,
    in effetti non saprei come aiutarti se non indicandoti il sito della casa editrice: http://www.leditore.it/ però credo che per ora sia acquistabile solo in edicola. per abbonamenti e altri canali credo si dovrà aspettare il 2011. prova a scrivere una mail. in ogni caso, per quanto ne so, è ancora in edicola (l’ho trovato a Milano, a Torino proprio in questi giorni). dipende dal luogo in cui vivi…

    ciao
    f.

  44. Ros scrive:

    Pupino is the way.
    Grandioso.

  45. Luca Lopardo scrive:

    Mamma mia. Mamma mia (cit.).

    Cosa mi ero perso. Devastante, troppo cattivo anche per me.

    Ferrero Domina.

    P.S. Al di là di ciò, è probabile che il Pietrangeli sia genitore del duo neuronico (cit.) Kalippo e Bira. La loro dottezza (?) appare non dissimile da quella, esondante, propalata dal Sommo.

  46. Lleyton scrive:

    Bravo, grande pezzo.

  47. federer moments scrive:

    ciao federico, ciao amici. non solo l’articolo ma anche i commenti e le repliche di federico fanno 100 all’applausometro. articolo imbarazzante per tutti. pietrangeli & co. sono davvero indifendibili e confermo la citazione di pierpaolo: FERRERO DOMINA.
    caro pietrangeli, questa è eleganza e non ti basterebbe una vita per imparare da ferrero, mi spiace, sei K.O., metti la coda tra le gambe e gira a largo!!

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