Professione in cerca d’autore (IV)

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Luciano Botti

Luciano Botti, brillante imprenditore trentino, è il vicepresidente del Ptr, il Professional Tennis Registry: un’associazione internazionale che unisce quasi 15.000 di maestri di tennis in 125 Paesi. Non è un concorrente della Fit, il Ptr: è un ente di certificazione. Ha diffuso in tutto il mondo un metodo di verifica della qualità dell’insegnamento del tennis e ottenuto la nomea di ottimo fornitore di servizi e consulenze, tanto che viene riconosciuto da gran parte dei maestri come autorevole riferimento per le faccende legate al mestiere, dalla metodica di insegnamento alla consulenza fiscale. I maestri pagano volentieri per ricevere il know how del Ptr, che sul territorio nazionale mette insieme circa 1.100 associati. «Nel grande condominio della federazione si fa uso di un termine sbagliato, che è ‘abusivismo’. Sbagliato perché la categoria dei maestri non è riconosciuta giuridicamente e un regolamento interno non è una legge statale. Vale come il franchising: se aderisci sei dentro ma se sei fuori non possono definirti fuorilegge». Il monopolio sul mestiere del maestro, per Botti, non è un’opzione percorribile: «Non è possibile che una qualifica sia riconosciuta solo da un ente. L’esclusività, qui, non è applicabile. Se il circolo ha uno statuto che prevede più affiliazioni dovrebbe poter fare attività con entrambe, senza ostacoli. Le leggi sportive del Coni lo permettono, tanto che chi ha la doppia affiliazione è obbligato a dichiarare entrambe sul registro del comitato olimpico».

Ma è corretto che la federazione indichi se stessa come unica fonte dell’insegnamento del nostro sport? «La Fit fa molta pressione in questo senso: sostiene che se non c’è personale da lei qualificato non si può insegnare. Come strategia di marketing può anche funzionare ma questo atteggiamento creerà problemi, anche perché la federazione gode di una posizione dominante sul mercato e questa condotta, se radicalizzata, cozzerà con le norme anti-monopolio». In Francia, però, c’è stato il riconoscimento giuridico della professione del maestro, grazie a un accordo proprio tra la federazione e il ministero dello sport. «Sì, però anche lì si dovrà vagliare la compatibilità dell’accordo con le leggi europee, che di principio non permettono a un Paese di non far lavorare un cittadino di un’altra nazione dell’Unione che ha titolo per esercitare nella sua patria: l’Unione per ora non si è espressa sul tennis, ci sono solo delle linee guida sui livelli di attività sportiva». Botti conosce da vicino la realtà di chi insegna il tennis in Italia e sa quali problemi debba affrontare il maestro che non appartiene alla cerchia, ristrettissima, dei privilegiati. «I maestri di tennis sono dei lavoratori parasubordinati. Gran parte di loro si arrangia con la legge che consente di collaborare con i circoli, costituiti in associazioni sportive, facendo figurare le prestazioni come dilettantistiche». Un escamotage elastico e vantaggioso: lo permette il Tuir, acronimo di Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in vigore dal 1986. Purtroppo, in mancanza di una legislazione specifica, spesso si abusa di questo strumento legale che, senza volerlo, invoglia a occultare tutti gli introiti che superano il forfait stabilito dalla legge.
  • All’articolo 67, comma I, lettera m) del Testo Unico si legge che costituiscono redditi diversi «… i compensi erogati nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal Coni, dalle Federazioni sportive nazionali, dall’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine, dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto». Ciò significa che i circoli che costituiscono una società sportiva possono pagare gli insegnanti di tennis con questa formula. Sono redditi che godono di un regime speciale: il Tuir stabilisce infatti, all’articolo 69 comma II, che questo tipo di attività sia esente dalla tassazione fino al raggiungimento di 7.500 euro.

E tutto il resto dei guadagni del maestro? «Tutto quello che eccede solitamente è in nero», aggiunge senza indugi Botti. «Ma il problema non è solo l’illegalità, l’amoralità di non pagare le tasse: il mercato fa sì che un maestro non possa chiedere, mediamente, più di 20 euro a lezione. Se lavora bene tutto l’anno magari ne incassa 25 o 30.000. Se li dichiara tutti al fisco gliene restano in tasca la metà: ciò significa che il suo è un mestiere senza orizzonti perché non vengono versati contributi, si ottengono introiti che non consentono di risparmiare niente, per lui non c’è futuro». La legge, tra l’altro, non riconosce più il lavoro sportivo come dilettantistico se lo si fa a tempo pieno o per più di un committente.

E quindi? «Quindi c’è un altro pericolo per tutti quelli che si sono avvalsi di questo stratagemma del lavoro dilettantistico: gli enti preposti stanno verificando la situazione di molti di costoro, chiedendo conto dei contributi non versati». Lo Stato, però, offre qualche nuova possibilità, che il Ptr sta pubblicizzando ai soci, la disciplina dei cosiddetti contribuenti minimi: «Credo sia una buona opportunità. Se oggi apri una partita Iva come istruttore sportivo e il tuo giro di affari è inferiore ai 30.000 euro sei esente dall’imposta sul valore aggiunto e paghi l’imposta sostitutiva con un’aliquota del 20% sulla differenza tra i ricavi e i costi, che abbattono l’imponibile. Questo aiuta anche i circoli, perché li esenta dalla tenuta dei registri e li tiene indipendenti dai maestri, visto che capita spesso di vedere cause di lavoro tra maestri e circolo quando il rapporto si interrompe e il maestro chiede il riconoscimento, chiaramente a suo vantaggio, del lavoro dipendente». Non è una manna ma può essere un aiuto economico, se non di tutela, per i maestri che temono per il loro avvenire di precari. Sempre che si decidano a voler abbandonare le lusinghe e i vantaggi immediati del lavoro in nero.

(Fine parte IV)

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