Fenomenologia di Pietrangeli

28 luglio 2010

Sempre che non siate più italianumeggianti degli italiani (in questo caso, e prima che sia troppo tardi, cliccate sulla ‘x’ in alto a destra per uscire dalla pagina e riprendetevi cercando un commento a caso su www.federtennis.it, accessibile anche da qui), dicevo, se non vi ritrovate nella condizione d’essere obnubilati dal fuoco dogmatico dell’orgoglio patrio (?) più malsano avete certamente coscienza del fatto che casa nostra è la patria dell’ipocrisia. E, come in tutte le culle dei dis-valori, vigono i totem. Nel cortiletto del tennis italiano, per esempio, qual è il totem per antonomasia? Ovvio: Nicola Pietrangeli. Ah, Pietrangeli: per carità, non toccate Pietrangeli. Zitti tutti, parla Pietrangeli. In piedi, è arrivato Pietrangeli. Clap clap, il maestro Pietrangeli, l’ambasciatore Pietrangeli, l’icona, il mentore, la Musa ispiratrice, il modello di vita Pietrangeli. La prima cosa che penso quando vedo Pietrangeli, da sempre, è che passi gran parte della sua vita in spiaggia: è regolarmente più abbronzato di  Gianfranco Lampados Fini. Ma questo non c’entra, almeno non ora. La seconda è che, tolta la palla corta, non gli rimanga granché da offrire in lascito all’umanità. Magari è una mia percezione fallace. La terza è che incarni tutto quanto, a mio modestissimo avviso e talento tennistico a parte, non vorrei mai insegnare a mio figlio.

I primi dubbi sul conto di Pietrangeli? Ebbene, non me li ha mica solleticati lui, nonostante il suo sguardo a tratti schifato, a tratti altezzoso e quell’eterno, implicito sottopancia che scorre ogniqualvolta appare: ”Vorrei ricordarvi che io sono fico e famoso, voi invece no”. È stata, invece, colpa della sua Emilia Fedina, alias Lea Pericoli: a forza di cantarne le gesta epiche (otto volte su dieci riguardavano un abbordaggio o una serata nauseabonda tra vip), di magnificarne le doti di viveur e di playboy, di lodarne la saggezza e la vita misurata e poco appariscente (“Un giorno o l’altro spiego a Federer come si fa a battere Nadal”, la caccia ai migliori green di Djerba, cose del genere) nonché la virtù – per lei è tale – di averla sempre sfangata senza aver lavorato un solo giorno della sua vita, e ancor più di bearsene, il campione Nicola ha iniziato a essermi simpatico come una colonna di formiche rosse imbizzarrite sul pavimento di casa. Non perché ciascuno non sia libero di vivere come meglio crede, ci mancherebbe. Ma da qui a farne un esempio mi pare passi un fiume largo così.

Nicola Pietrangeli, come Panatta – che secondo me è stato, considerati i tempi, più forte di lui - ha avuto una carriera e successi da campione. Noi, che di campioni ne vediamo tanti quante sono le miniere a cielo aperto di smeraldi in Brianza, pare si debba, per obbligo morale di italianitudine strisciante, coltivare e tributare eterna gratitudine al fuoriclasse italiano. Direte voi: giusto. Infatti è giusto: entro i limiti della ragionevolezza, possibilmente. Non è che se servi ai duecentoventi all’ora, salti in lungo nove metri o metti le punizioni nel ‘sette’ ti si deve fare per forza sindaco del paesiello di nascita o ministro dello sport. Ma no: noi italianidi non ci accontentiamo della gratitudine. Confondiamo talento sportivo con talento umano, e sbrodoliamo. Ecco spiegato perché, per esempio, troviamo normale (io no, voi spero neanche, la maggioranza sì) che sia Ministro della Repubblica (e alle pari opportunità, poi) Mara Carfagna. Anni addietro mi capitò di parlare di argomenti affini col sommo Gianni Clerici, che però non mi seguiva. Anzi: parlava del “mio dieletto Nicola”, mi ricordò il proverbio “beati monoculi in terra caecorum”, insomma capii presto che era saggio sospendere l’argomento. Lo riprendo qui, per conto mio perché l’Everest di questo malvezzo, che mi facilita enormemente il compito in questa breve fenomenologia, è un’intervista andata in onda recentemente sull’Istituto Luce del tennis (la definizione è rubata ad Andrea Scanzi, ve lo dico sennò poi si arrabbia, mentre per la segnalazione del video devo ringraziare Daniele di Ravenna, che me l’ha gentilmente mandata). Complice il deferente, quasi adorante faccia a faccia col conduttore della trasmissione, Caputi, qui il Pietrangelismo (attivo e passivo: essere Pietrangeli e avere a che fare con Pietrangeli) raggiunge vette parossistiche.

Si comincia.

“Io devo tutto al tennis. Purtroppo – ogni tanto lo dico solo perché la gente sappia – non ho giocato in questi tempi, per una questione volgarmente di denaro”. La gente lo sa eccome: questa notazione non manca mai, proprio mai nel Pietrangeli-pensiero. Gli ‘girano’ a mille perché ai suoi tempi si guadagnava poco. E vabbè, ci dispiace. Elegantissimo, poi, battere virtualmente cassa nel 2010 per i tornei vinti nel 1960, no? Senza contare che, col suo autodenunciato stile “mi alleno poco tanto mi basta il talento”, oggi avrebbe perso anche contro il cugino scarso di Jordi Arrese.

Il bello di Nicola è che si è campioni ma è difficile rimanere così come sei tu nell’affetto e nella credibilità da parte della gente”. Innanzitutto chapeau per la domanda (ma è una domanda?). Mi ricorda il terribile, cattivissimo, asperrimo Bruno Vespa quando incalza Berlusconi: “Presidente, la gente la ama. Nevvero?” Comunque: credibilità, dice il conduttore. Credibilità in cosa, di grazia? Quale incarico ha ricoperto Pietrangeli negli ultimi trent’anni, dopo aver capitanato l’Italia di Davis? Ha aperto una scuola che sforna talenti? Cresciuto un giovane italiano? Tirato su un impero edile? Bonificato le paludi pontine? Tradotto i discorsi di Osho Rajneesh? Curato la costruzione di ospedali in Costa d’Avorio? S’è dedicato a studi innovativi sulla letteratura degli esuli russi? Sfogliando la sua agiografia ufficiale, “C’era una volta il tennis”, da Lea Emilia Pericoli si apprende che, al più, l’aspirazione di Pietrangeli non giocatore era quella di “vivere a Los Angeles perché stavo sempre in mezzo agli attori” e, avesse mai dovuto ripiegare sull’Europa, trovare un posto a tavola a colazione col principe Ranieri di Monaco. Altro non risulta.

Risponde, però, Pietrangeli: “Questo secondo me è il, non voglio dire il successo, è la grandissima soddisfazione, perché io dico sempre, ma senza cattiveria per carità, io, tanto è inutile nasconderlo, tra poco ne faccio settantasette, e so’ tanti, e io auguro a tutti quelli che hanno giocato perlomeno ai tempi miei o anche dopo o quelli che stanno giocando adesso che quando arriveranno a settantasette ancora la gente li riconoscerà”. Certo, infatti Rod Laver chi diavolo è, forse quel tipo bizzarro con la zazzera rossa che chiede l’elemosina alla stazione Termini? E Ken Rosewall? Chissà, magari è quel signore ricurvo che usa la social card per far la spesa al Conad (o forse, semplicemente, non si nutrono di autografi, di feste o di cenoni al Rotary: coltivano quello strano vezzo noto come senso della misura). Chi saranno mai Ashe e Kramer, o Borg e Stan Smith al cospetto suo? Perché lui “lo dice sempre, ma senza cattiveria” per carità, che lui è famoso ancora adesso. Sì, in effetti ha ragione: chissà, vien da pensare, come se la passeranno quei peoni di Lendl, McEnroe, Sampras, Agassi ed Edberg tra qualche tempo. Tutti destinati a un triste oblio entro pochi anni. Boris Becker? Nel 2040 girerà per strada a Roma e verrà preso per er canaro de Trastevere. A New York lo arresteranno per spaccio di tinta per capelli. Ma attenzione, perché il maestro di understatement Pietrangeli aggiunge: “È come quando dico: dare un premio oggi a Federer piuttosto che a Nadal piuttosto che a Totti son bravi tutti. Vediamo se glielo daranno tra cinquant’anni”. Qui anche Caputi si spera abbia avvertito un brivido lungo la schiena. Speranza vana. Gli esce un “certo” (certo cosa? Certo cosa?) ma il gelo ha il sopravvento e, in pochi istanti, si cambia domanda. Si passa agli anni della formazione.

“Io non ho terminato il liceo perché mi avevano bocciato però andavo a Chateaubriand quindi se avessi voluto terminare il liceo sarei dovuto andare a Grenoble, e non lo avrei fatto. Il fatto di avere preso o non preso la licenza liceale non è che abbia cambiato molto la mia vita”. In effetti per fidanzarsi con le modelle dicono non sia necessario conoscere il paradigma di laudare. Scuola pubblica? Diploma? Puah. Tempo perso. Torniamo al tennis. Pietrangeli ha il tempo di dichiarare che il suo record di 164 incontri giocati in Davis “vabbè, è imbattibile” (attenzione: non lo diceva, per pudore, eppure forse lo pensava anche Sampras con gli Slam, e gli portò un filino sfiga) nonché di arrogarsi un merito – questo è vero – riguardante l’Insalatiera vinta dall’Italia nel 1976: “Io dico sempre che il merito sportivo è dei giocatori; il merito mio, e non lo divido con nessuno, è di averli portati in Cile”. E fin qui tutto bene.

Il generale Pinochet. Se doveva assassinare qualcuno, prima si accertava che nei dintorni non ci fosse Nicola Pietrangeli

Non fosse che, poi, bontà sua, Pietrangeli decide di lanciarsi a capofitto in una esegesi dietrologic-socio-sport-politica. Per la quale è necessario allacciare le cinture di sicurezza. “Che poi siccome la verità sta sempre a metà strada, non credo che Pinochet mangiasse i bambini piccoli la mattina… Questo stadio dove dicevano che ammazzavano tutti i giorni non so quanta gente…” Ecco, fate un bel respiro perché non è finita. Caputi, lo dico en passant, fin qui non fa una piega (dopo, in compenso, neanche). E il Pietrangeli, che pronunciando queste parole assume sempre più le sembianze e la parlata di un Luttwak brillo, rincara: “Ricordo un’intervista con gli Intillimani, dicevano: “Sappiamo che sei tifoso, ti piace il calcio, bene, sai che a Santiago la gente non va più al pallone. Oddio, e perché? Perché lo stadio è pieno di morti, esagero un po’, e perché non hanno i soldi per andare allo stadio. Eh, mi dispiace. Arriviamo lì e come sempre la prima cosa che si fa è andare a vedere dove si gioca. È come qui al Foro Italico, il tennis sta a trecento metri dallo stadio. Stavamo lì e a un certo momento la gente comincia a passare. E domando: dove vanno? Vanno allo Stadio. Come vanno allo stadio? Sì, perché c’è lo spareggio per fa’ la coppa d’America”.

Ecco. Qui ti àuguri che Caputi, cui frattanto qualcuno avrà almeno portato una stampata del riassunto di Wikipedia sui crimini di Pinochet (in effetti i trucidati furono solo 2.000, gli scomparsi che fecero la stessa fine un migliaio: poteva anche impegnarsi di più, quel dilettante di militare golpista) si alzi e dica al regista: dai, aspetta, ricominciamo e tagliamo ’sto pezzo, su. Non dico incazzarsi. Non dico tirargli un sussidiario delle elementari sulle scarpe. In effetti, però, qualcosa lo fa Caputi, interrompe d’autorità l’ospite con questa secca smentita: “La coppa America, come no”. Certo, la coppa America, come no. Non ”Pietrangeli, ma che stai a ddì?”. No: la coppa America, come no. “Insomma siamo andati a vedere la partita e c’erano sessantamila persone, allora tutti questi che non ci andavano insomma…” Insomma, sì. Evidentemente gli Intillimani sono sempre ubriachi. E Pinochet, ai suoi oppositori, toglieva solo il burro dalla dieta e la partita la domenica. Pensate che abbiamo toccato il fondo?

Nossignori. “Sì, si ingigantiva un po’ tutto” è la chiosa di Caputi. In effetti diamo a Pinochet quello che è di Pinochet: i nemici del regime non venivano solo fucilati allo stadio, e non sempre in presenza di tennisti italiani. Caputi sembra essere un ottimo candidato a sostituire Gianni Bisiach e Giovanni Minoli per le ricerche storiche in Rai. Che so: “Deportazioni: non che siano state tutta questa brutta cosa”. “Marzabotto, fosse Ardeatine e altre storie di piccoli screzi”. Con l’egida di Sandro Bondi ministro della cultura, magari, si può fare.

Prima di svenire sulla sedia, però, arrivano i sali: spunta, miracolo, in mano a Caputi l’agiografia di San Pietrangeli, meno nota come “C’era una volta il tennis” della Pericoli (edizioni Rizzoli). E, lasciato quel benefattore del generale Augusto alla memoria che gli è propria, si passa ad argomenti più leggeri. Come la dolce vita: “La dolce vita che intendono oggi a me fa perlomeno sorridere, credimi, quando parlano di playboy oggi allora mi viene proprio da ridere. Perché i playboy dell’epoca, che erano sei, otto, intanto il più scemo era miliardario in dollari. Tre o quattro correvano in Formula Uno, a spese loro. Due o tre erano scheglc (sic) di golf (*). L’altro giocava a polo. Quelli erano i playboy. Viaggiavano tutti con la Ferrari, io col tram.  I playboy di oggi sono quelli che fanno il Grande Fratello?” Qui il giudizio di Pietrangeli è tranchant. Non ci sono più i vitelloni di una volta. Sant’Iddio: che diavolo di mondo è questo, dove anche chi non è figlio di papà o senza né arte né parte può diventare un dongiovanni e soggiornare al Grand Hotel? Ai bei tempi lusso e lussuria erano riservati agli eletti. Oggi, maledizione, può arrivarti chiunque, pure il pizzaiolo di Arce a soffiarti la modella o il posto al ristorante. E che cavolo.

 (*) non sono riuscito a tradurlo. Mi date una mano voi?

Caputi, indefesso, insiste sulle qualità professionali del Pietrangeli giocatore e pensionato: “Tu sei riuscito, mentre giocavi ma anche dopo, a mantenere un rapporto con la gente che conta, il jet set”. Già: a quanto pare dev’essere stato un lavoro durissimo, altro che i turni in fonderia. Quanti sacrifici per arrivare a cenare con mezza Hollywood. “Tutto questo mi è costato… Allora, mi dicono sempre: tu ti fossi allenato di più avresti vinto di più. Ma io rispondo sempre: sì, ma mi sarei divertito molto meno. È anche vero che facendo questo tipo di vita, che poi non era chissà che, eh, io ho conosciuto un sacco di gente che poi mi ha dato una mano, piuttosto che…”

Attenzione: qui il discorso si fa meno fumoso. Gente che dà una mano, amici influenti. Non starà mica per dire che… Sì,  sta proprio per dirlo. “Fa sempre comodo – è vero che adesso è passato il tempo delle raccomandazioni, non ci sono più, giustamente magari – però oh, oggi ti assicuro che all’età mia io potrei ancora scegliere dieci posti nel mondo dove andare ospite”.
Et voilà: liberté, fraternité, e soprattutto humilté (il copyright è di Maurizio Crozza). Quel “giustamente magari” vale il prezzo del biglietto. Non solo: qui c’è pure la summa del Piet-pensiero. Lavorare? Manco per sogno: come dice Cesare Pavese (Nicola non lo sa, ma pazienza) lavorare stanca. La terra è bassa. Meno male che è sempre esistita la raccomandazione: per Pietrangeli, campione di tennis, pregasi offrire trattamento speciale, altrimenti sai che sbattimento doversi cercare un lavoro. E sudare. O doversi pagare, per dire, le vacanze: ma che, scherziamo? Per fortuna che, con una telefonata, bene o male si riesce ancora a scroccare qualcosetta (pardon: a farsi ospitare), nonostante questa società moderna cominci a perdere di vista i valori fondamentali (i calci nel didietro, le corsie preferenziali, i favori, l’antimeritocrazia). Lavorare è un’occupazione da poveracci perché (leggiamo dal Vangelo secondo Pericoli) “Corteggiare la belle donne, praticare sport, viaggiare, divertirsi con gli amici è un mestiere impegnativo se fatto seriamente, per lavorare non ho mai avuto tempo”. Soprattutto la corte dev’essere un problema, all’appropinquarsi degli ottanta. Difatti Nicola commenta, con signorilità, garbo ed egual sconsolatezza: “Vòi sapè qual è il mio dramma? È quanno (le donne) me dicono de sì”. Ma no, dai, Pietrangeli, non dire così. Continua pure nell’ars baccagliandi. Oggi la medicina fa miracoli: chiedi al presidente del Consiglio. E poi daje giù, come nell’età beata.

L'irriguardoso principe di Monaco. Non risponde al telefono a Pietrangeli

Tuttavia, tornando ai posti nel mondo in cui farsi invitare, ultimamente pare che da dieci le opzioni siano scese a nove. Il conduttore, difatti, prova a suggerire: “Uno di questi posti è Monte Carlo…”. Caputi non lo sa ma ha appena toccato un nervo scoperto, anzi, il nervo scoperto. Pietrangeli s’imbizzarrisce. “Adesso faccio un appello, e qui mi arrabbio (batte le mani) perché il principe Alberto… Non posso esagerare, eh… Ma sono due mesi che non mi risponde al telefono. Ah, io faccio un appello televisivo. Che poi magari mi chiama alle sette del mattino scusandosi. Ma io gli dico: non devi scusarti, devi avere il tempo di farmi una telefonata”. E che cavolo: se Pietrangeli ti subissa di chiamate, si vede che ha qualcosa di importante da chiederti, no? La vicenda, però, merita un breve inquadramento. Grazie ad anni e anni di abnegazione, racconta la Pericoli, Pietrangeli era infatti riuscito a guadagnarsi un seggiolino alla corte del principe di Monaco, Ranieri. E questo nonostante il ciambellano di corte, il colonnello Lamblen, lo prendesse regolarmente per i fondelli durante i ricevimenti proprio perché, ai suoi occhi, era il maestro degli ‘imbucati’ (non lo dico io: è scritto sul Vangelo secondo Pericoli, pagine 197-198). Passato a miglior vita Ranieri, il figlio Alberto non ha, evidentemente, voluto ereditare alcun obbligo di ospitalità e/o favoritismo vario. A corte e al torneo invita chi gli pare. E questo, per il Pietrangeli-pensiero, è un affronto inaccettabile. Che dite, lo aiutiamo? Mandiamo una e-mail di protesta alla famiglia Grimaldi? Mica ci si comporta così, eh. Sempre che Alberto non sia spettatore dell’Istituto Luce: del resto la gente famosa spesso cova vizi strani, vai a sapere.

 L’intervista volge al termine. Ma a Pietrangeli dobbiamo due colpi di coda (sic): il primo è l’outing ufficiale sulla sua agiografa. Un bell’autogol. Di fronte a un Caputi vistosamente imbarazzato, infatti, Pietrangeli trova il modo di rivelare che, a microfoni spenti, la sua amica Lea adotta un gergo simile a quello dei camionisti che sfogliano un calendario di Max: “Lea… poi quello che è divertente di Lea è che la puoi portare in mezzo ai carrettieri, in mezzo agli scaricatori di porto.. Si vergognano loro, eh, a parlare, perché Lea parla come noi. Anche peggio”. “Ah ah ah”, risponde Caputi, paonazzo. Ah ah ah. Divertentissimo davvero, sentire una donna imprecare come un camallo genovese.

Poi arriva l’altra coda, quella vera. “Siamo in chiusura ma l’ultima domanda voglio fartela su una cosa che forse molti non sanno, non lo so. Il tuo rapporto con Pupino”. Signori, questo è il gran finale.  Perché Pupino merita una trattazione a parte. Nella redazione di Tennis Italiano (parlo di dieci anni fa, più o meno, ero agli esordi) un giorno arrivò “il pezzo della Lea”, la consueta rubrica nella quale la Pericoli parlava di Wimbledon citando Pietrangeli, o delle sorelle Williams citando Pietrangeli, o dell’ultima polemica italiana citando Pietrangeli, oppure di Pietrangeli. Si trattava di leggerla, tagliarla se del caso, metterci un titolo, didascalie e foto (*). Ebbene, da quel giorno la nostra vita non fu più la stessa. Chi è Pupino, direte voi? Pupino è un gatto. “Pupino… non so che dire, c’ha 19 anni, è orbo, pesa dieci chili, Pupino è Pupino, l’unica cosa è che mi sveglia alle cinque, o alle cinque e mezza, o alle sette, mi guarda e je faccio: Pupì… Dove andiamo a quest’ora?”

(*) alla fine fu scelto un titolo sdrammatizzante: ”Nic, occhio a Pupino”.

In realtà c’è moltissimo da dire, altroché: per esempio che, con Eleonora di Arborea e i moti del partito d’azione sardo, la caccia a Pupino del 2001 rappresenta uno dei passaggi cruciali della storia isolana. Dovete sapere, infatti, che Pietrangeli aveva introdotto Pupino negli ambienti più esclusivi della costa Smeralda (cito ancora Emilia Pericoli): “Quest’anno Nicola è andato in vacanza in Sardegna, ospite di amici (ma dai?, ndA). Un primo giorno passato a nascondersi sotto il letto, poi Pupino è diventato popolarissimo a Porto Rotondo. È diventato ‘il gatto con un occhio solo’, molto alla moda”. Giuro che sto trascrivendo parola per parola. “Quando ha capito che era ora di ripartire, è scappato. Quindi allarme generale (sic) e ricerca disperata. Non c’è stato niente da fare, il gatto non si trovava. Nicola si è rassegnato a perdere l’aereo. Ha telefonato al suo amico Gianenrico Maggi. Ed ecco come si è svolto il dialogo: ‘Questa sera vengo a mangiare da te’. ‘Come, non parti più?’ ‘No, è scomparso Pupino, non posso rientrare. ‘ E se non torna?’ ‘Sverno in Sardegna, il resto si vedrà!’”. In redazione si immaginava con costernazione il dramma vissuto non solo dalla popolazione sarda tutta ma anche dagli appassionati di tennis. E pure i rigori invernali di Golfo Aranci, roba che neanche nella campagna di Russia. Come se non bastasse, ci si era messo di mezzo pure un esoterismo portajella: “Una veggente sarda ad alcuni intimi aveva predetto la fine di Pupino: morto sotto le ruote di una macchina. Nessuno, ovviamente, ha osato riportare la macabra profezia a Nicola”. Maledizione, pure la veggente sarda che non si fa gli affari suoi. Ma come va a finire, il Pupinogate? “Per fortuna, ventiquattro ore dopo, spinto dalla fame, Pupino è tornato. Il giorno seguente Pupino e Nicola sono partiti per Roma, a vivere felici e contenti nel superattico di Monte Mario”. La solita vitaccia, via. Pronti per una telefonata al Principe: “Aò, che ce famo colazione e du’ buche a gorf?” 

Racchetta canta 14 (reprise)

13 luglio 2010

Di sana e robusta Costituzione

Ci crediate o no, questa è la Schiavone (da Vanity Fair)

Antefatto, noto: Francesca Schiavone è stata invitata da Silvio Berlusconi per festeggiare il titolo vinto al Roland Garros. Bene. Giorni fa, in un’intervista a Vanity Fair nella quale spiccano i “minchia” e i “cazzi” non eufemizzati prima della pubblicazione (ma va benissimo così, ci mancherebbe, mica è il bollettino parrocchiale), la Leonessa ha dato conto di quel rendez-vous. E così si è espressa sul presidente (se siete in piedi, per favore sedetevi): «Premesso che ho conosciuto un uomo invidiabile, una persona straordinaria dal punto di vista umano (non parlo di politica, al momento non è un  argomento che non voglio trattare) e ne sono molto felice, ho avuto davvero l’impressione che, seppure per un attimo, fossimo due persone davvero in comunicazione l’una con l’altra, non due personaggi ciascuno nel suo ruolo. Mi ha parlato della Costituzione con così tanto amore e felicità che io gli ho detto di slancio: “Caspita Presidente, lei ama quello che fa”, e credo che lui sia stato toccato dal mio entusiasmo». Della Costituzione, ha detto. Amore della Costituzione da parte di Berlusconi. Per carità: in democrazia si può dire tutto, anche che il colpo scarso di Wawrinka è il rovescio e che Marcello  Dell’Utri è onesto. In effetti, però, al profondo concetto politico schiavonesco mancava qualcosa: magari un bel ”minchia”, che la giornalista avrebbe anche potuto aggiungere in nome dello spettacolo. A nome nostro, però. 

Qui mi taccio: lascio la parola ad Andrea Scanzi, che prima di me (e di tutti gli altri, tra quelli che ancora dicono ciò che pensano e non ciò per cui sono o vorrebbero essere pagati) s’è accorto di questo diamante Excelsior che rischiava di andar perduto. E lo ha commentato a dovere. Con mestizia e convinzione, sottoscrivo ogni sua parola.

Racchetta canta – 14 (special summer edition)

8 luglio 2010

La protesta contro il kompagno Clerici sul Giornale di (L)ittorio Feltri

Fasci e racchette
Sul Giornale di Littorio Feltri (all’anagrafe Vittorio, ma non si offenderà) compare una straordinaria lettera, a firma del signor Evoldi di Mantova. È indirizzata a Paolo Granzotto, corros(iv)o columnist del foglio di proprietà della famiglia Berlusconi, al cospetto della cui simpatia le vuvuzelas sudafricane paiono lievi pizzicate d’arpa. Il lettore, platealmente irritato, lamenta al cospetto di Granzotto e del suo cane (giuro) le gesta villane e traditrici di Gianni Clerici. Colpevole, il marrano, di ricordare durante le telecronache d’essere stato staffetta partigiana. Non solo: il rivoluzionario bolscevico Clerici osa addirittura “fare marchette al giornale per cui scrive”, una testata così penosa da non meritare la citazione (tanto, dice Evoldi, “sicuramente Lei ha già indovinato il nome”); e si permette pure, lo scriba maoista comasco, in massimo spregio al Ventennio di gloria e celodurismo nazionale, di ironizzare orridamente su Starace, “dicendo che a lui, staffetta partigiana, il giocatore piacerebbe anche, se non fosse per quel cognome che ricorda il noto gerarca fascista”. Evoldi, indignato, incalza: kompagno Clerici è quello che il sommo Granzotto definirebbe, sarcasticamente, un Sincero Democratico. E chiude informando di aver utilizzato inutilmente la e-mail di Sky, ora abrogata, per “esprimere le sue rimostranze”. Altra indignazione caduta nel silenzio. Qui no: il Giornale pubblica. Il risentimento, peraltro, è tale solo nei confronti del komunista Clerici, precisa il signor Evoldi, giacché per contro il suo compagno Rino Tommasi “è sempre misurato e attento al gioco e al commento” (e, aggiungo io, considera Pinochet e Franco due moderati, quindi medaglia al valore e implicito chapeau da parte di un nostalgico degli anni in cui i treni arrivavano sempre in orario).  Granzotto, senator e gran maestro nell’arte dei pipponi piglia-paracul-turali con frequente saccheggio del Devoto-Oli e dei vocabolari dialettali per ingrassare la pasta e far sentire il lettore moderatamente ignorante, risponde a modo suo. Non risponde, cioè, perché dichiara di seguire le telecronache del duo Tommasi-Clerici ma, siccome “il troppo stroppia”, quest’ultimo poteva risparmiarci il suo passato da aiutante dei partigiani. Dimostrando, quindi, o di aver mentito (non li ascolta mai, probabile) o di non averci mai capito una ceppa (altrettanto probabile: Clerici era più interessato alle sorti del Tennis Club Bordighera  di quanto non s’occupasse delle truppe resistenti a Dongo). “Ci basta (e avanza) - chiosa l’acido Granzotto – sapere che è un ‘sincero democratico’. Il resto è sottinteso”. No, beh, non sottintendiamo, esplicitiamo pure: appena pensionato il Clerici, sarebbe opportuno un trentennio di compensazione con una voce stentorea in rappresentanza del bel tempo che fu, dei giorni da leoni del Duce e delle imprese del sommo atleta Gianni Cucelli, campione nato nella valorosa Fiume, avamposto fortemente voluto dal regime fascista e indegnamente perso dopo l’armistizio. Ci vorrebbe un altro editto bulgaro, stavolta dedicato al tennis, noto covo di brigatisti silenti. Ecco, magari un Gianni Alemanno prima voce, Er Pecora spalla tecnica. Con reintroduzione del linguaggio autarchico: il “set” è “partita”, lo “smash” “schiacciata”. E poi “Vimbledonio, Rolando, Rogerio”. In attesa del nuovo Benito Panatta, complice una nuova politica di infoltimento della famiglia.

A proposito di Panatta / spiegazioni alternative
“Panatta, è giusto che la Federazione abbia pagato un premio di 400.000 euro alla Schiavone dopo il milione vinto a Parigi?” “Non avrebbero mai pensato di pagarlo quando hanno fatto l’accordo. Servirà da insegnamento”. (Adriano Panatta intervistato da Caterina Perniconi, Il Fatto Quotidiano, giovedì 8 luglio 2010. La tesi più gettonata è che la Fit, finanziata pubblicamente e quindi coi soldi dei contribuenti abbia ‘cacciato il grano’ – nostro – per mettere il cappello sulla vittoria della Schiavone. Panatta, cacciato dieci anni fa dal presidente Binaghi, propone un’altra spiegazione: che abbiano voluto ‘fare i fighi’ e siano rimasti fregati dalla loro stessa boutade. Adriano, giustamente da parte sua, detesta i federali che gli han fatto la pelle. E andrebbe anche appoggiato, per certi versi, in questa sua presa di posizione. Peccato, però, che sia stato proprio lui ad allevare la serpe in seno. Fu Panatta a sponsorizzare l’attuale capo della Fit, con queste credenziali: “Binaghi è giovane, è bravo ed è amico mio”. Bell’amico).

Dietro compenso?
“(…) trasformata in fenomeno mediatico, condivisa da un Napolitano e da un Berlusconi, trascinata nel salotto di Vespa dietro compenso, la povera Francesca (…) non poteva resistere al personaggio che su di lei era stato costruito”. (Gianni Clerici, la Repubblica, martedì 22 giugno 2010, pag. 70. E quanto avrebbe pagato, se davvero ha pagato, la Rai per garantirsi la Schiavone nel salotto dell’irraggiungibile Bruno Vespa, il giornalista tutto d’un pezzo? Non bastava la imbarazzante elargizione di soldi pubblici da parte della Fit, ci volevano anche quelli di mamma Rai?)

Leggerissimamente in ritardo
“Grazie al secondo titolo conquistato a Wimbledon, Rafael Nadal torna numero uno del ranking mondiale”. (Il Tempo, articolo non firmato, martedì 6 luglio 2010, pag. 29. Nadal è tornato numero 1 dopo il Roland Garros, a inizio giugno).

(Articoli) capitati lì per caso
“Domenica Nadal ha messo il sigillo sul suo ritorno, strapazzando senza neanche troppo impegno un Berdych capitato lì per caso”. (Massimo Rossi, Libero, martedì 6 luglio 2010. Qualcuno gli dica che questo Berdych, casualmente messo lì al numero 8 al mondo, quest’anno è capitato per caso anche nella finale di Miami e in semifinale al Roland Garros).

Elefanti in cristalleria
Notiziola passata sottotraccia: la Fit ha chiesto a una serie di agenzie di comunicazione una mano per risistemare l’immagine per i prossimi Internazionali d’Italia. Iniziativa meritoria e necessaria: se c’è una cosa in cui la Fit è imbarazzante è proprio l’immagine. Purtroppo si è mossa – strano a dirsi – con scarsa grazia, contravvenendo alle regole, ispirate a correttezza e buon senso, di Assocomunicazione. Che dice: non mandate richieste di consulenza a cinque, sei, sette agenzie. Non è corretto: gare così “sono inconfutabilmente un danno per il mercato in quanto comportano un enorme dispendio di risorse e di energie da parte di molte persone a fronte di una scarsissima probabilità di ottenere una adeguata remunerazione. Queste risorse ed energie, oltretutto, vengono distolte ai clienti consolidati che conseguentemente rischiano di subirne un danno”. Tanto per non sbagliare, la Fit ha chiesto preventivi a 12 agenzie. Risultato: tutte quelle chiamate in causa, tranne una, si sono ritirate. Assocomunicazione ha stigmatizzato la condotta della Fit. Che si difende su Daily Media: “Sicuramente non siamo molto esperti di gare (…) tanto meno (sic) delle regole di Assocomunicazione, di cui nemmeno sapevamo l’esistenza (…)  Noi per altro (sic) scopriamo dai giornali che tutte le altre si sono ritirate”. Ecco, cara agenzia che non ti sei ritirata: fa’ in fretta. Come vedi, il lavoro da fare è tanto. E magari consiglia anche qualche pensionamento: operazione a costo zero ed efficacia cento.

Dolgopollino?

25 giugno 2010

L'orzata sedimentata che non aiutò Seppi.

Non l’avevo ancora sentito chiamare Dolgopollino ma all’ex Tour manager Atp Giorgio Di Palermo, visibilmente scosso dal mio insano interesse per le sorti di un ucraino nel corso della calciotragedia, lo perdòno. Il mio, ma che dico, il nostro guru Dolgopolov aveva assimilato sufficienti segreti sull’erba per impacchettare e rispedire a casa Jo Tsonga. Peccato che, verso la fine, abbia nutrito sentimenti di pietà per i francesi e gli abbia risparmiato la vita. Purtroppo, nella sala stampa tutta, nessun altro viveva il mio dramma per il guru: Di Palermo era stranito dal mio trasporto emotivo mentre l’Italia del calcio colava a picco (e scriba Clerici chiosava, raggiante quanto esultante: “A casa, maledetti!”). Sicché, uno schermo sui folli Isner-Mahut, un altro sulla partita-di-pallone, ho assistito con raccapriccio alla consegna dei premi ai due disgraziati per mano di una very very kitsch Ann Haydon Jones, campionessa qui nel ’69 contro una collerica Billie Jean King, invisa a cedere il titolo a un’ex campionessa di ping pong.

Passo, quasi per caso, dalle parti di Fognini. Mi fermo un po’, anche perché il marine Russell serve per il match e si fa riprendere. Sono rapito, però, dalla Barley Water. L’avevo adocchiata alle spalle di Andreas Seppi, intento a farsi battere dal suo dritto e da quello di Tobias Kamke (eh?). Ebbene, da almeno cinquant’anni la Robinsons sponsorizza i Championships e piazza delle improbabili bottigliette di orzata (sic) sotto il giudice di sedia. Nella speranza, ormai vana, che qualcuno le beva. Impossibile. Color acqua infangata, sedimentata lì dal 1961, l’orzata Robinsons risulterebbe letale anche fosse l’ultima risorsa liquida rimasta a due sciamannati come Mahut e Grandpa Isner. Gli altri succhi? Estratti variopinti di bacche, combinati con essenze adatte solo alle papille gustative degli inglesi, quelle ormai lise da anni di pollo spicy e mustard leggera (tanto leggera da appiccare il fuoco alla faringe, ma con discrezione ed effetto ritardato).

Per me suona l’ora fatale. Quella del rientro in patria, a raccogliere i cocci di una nazione che ha perso l’identità insieme al suo titolo di campione del pallone. Ma lo so cosa attendete e pure oggi, ancorché per l’ultima volta, siamo qui per l’angolo della esegesi. Molti di voi, impigriti, mi stanno mandando le loro elucubrazioni sulla Sibilla Barazzutta su Facebook. Le raccoglierò e conserverò con cura. Sibilla, stavolta, ha dedicato i pensieri alla cavalcata fogninea. Così il capitano: “Praticamente ha ripetuto l’impresa di Parigi, ovviamente con un avversario diverso, e questo è significativo”. Di seguito, dopo un sorso di Barley Water, i miei tentativi di parafrasi.

a) È significativo che Fognini abbia giocato con un avversario diverso rispetto a quello di Parigi.

b) È significativo che Fognini abbia giocato. In Davis non sono ancora riuscito a convincerlo.

c) Mi avevano detto di dire che i suoi manager sono dei cialtroni ma mi sono dimenticato. Maledizione.

d) Ho trovato un ristorante aperto fino alle undici e mezza, potete anche continuare a intervistarmi.

e) Ocleppo non è interessato al lavoro che gli ha offerto il presidente: fiuuuuu.

Notting Isner

23 giugno 2010

Portobello Road, 19:56

Oggi niente Wimbledon. A Portobello Road, quartiere noto al mass-turismo italiano soltanto dai tempi in cui girarono il film Notting Hill, in uno dei pochi pub disinfettati dalle partite del Mondiale di calcio ho seguito l’ultima (?) parte di Nicolas Mahut contro John Isner. Fino al 59 pari. Una pinta di Amsteel, un commento strampalato di John McEnroe e tanta solidarietà per Greg Rusedski. Ben motivata: quella di oggi era la sua ‘prima’ da commentatore per la Bbc. Gli hanno detto: dai, ti facciamo esordire con un match facile sul campo 18, pochi scambi, due bomber. Va via facile, un’ora e mezza e puoi tornare dalla tua dolce metà - insomma, ha i geni di mamma Murray - ovvero la ex modella Lucy. Povero Greg.  Il cameriere di Portobello, Praneeth, era un ragazzo indiano che non sapeva assolutamente – non che gliene abbia fatto una colpa - chi fossero Paes e Bhupathi (però mi ha confidato un segreto: andrebbe pronunciato bùpati, con accento ritratto). Abbiamo parlato, invece, di Bhopal, che non è un doppista da Futures di Calcutta ma la sua città natale. Là, nel dicembre 1984, successe una tragedia immane per colpa della Union Carbide, un’azienda statunitense (oggi si chiama Dow Chemicals): una nube tossica uccise migliaia di persone, parte delle quali all’istante, le altre negli anni, dopo atroci sofferenze. Vi consiglio, se vi interessa documentarvi, di leggere il lavoro di Dominique Lapierre, Mezzanotte e cinque a Bhopal: ne vale la pena. Soprattutto per sapere che fine ha fatto il presidente della Union Carbide, mister Warren Anderson.

Torniamo alle faccende più che superflue. La BBC ha concesso, nel notiziario serale delle 22, un servizio di due minuti alla partita dei record. Fatemi indovinare: in Italia non se l’è filata nessuno. Posso solo immaginare che il TG1 non abbia ritenuto di passare il servizio perché Mahut, uscendo dal campo, non ha dichiarato la sua ammirazione per la politica fiscale di Tremonti. Figuratevi che, qui a Londra, le previsioni del tempo (nazionali!) aprono ricapitolando la giornata che era iniziata “con una depressione su Londra nella tarda mattinata, proprio mentre si scaldavano Isner e Mahut”. Chissà quando capiterà un nostro bollettino della viabilità così: “Code a tratti sulla Genova-Ventimiglia, comunque tranquilli perché da casa Fognini in poi si scorre che è un piacere almeno fino al confine”. Record a parte, davvero impressionante come i due riuscissero a continuare a giocare un tennis più che accettabile sul 20, sul 30, sul 40 pari. Verso la fine Isner caracollava come gli zombie di Michael Jackson in Thriller e si reggeva col servizio ma i match point li ha avuti solo lui… Dopo la sospensione, alè: tutti a far gara a chi la sparava più grossa. Introdurre il tie-break al quinto set anche a Wimbledon. Abolire il quinto set. Abolire Isner. Abolire il tennis. Io, per conto mio, abolirei le camicie fantasia-acida stile Pink Floyd 1970 e i pareri di McGenius. Perché mai si dovrebbe cambiare una regola solo perché, nella prima volta nella storia del tennis, due pazzi giocano 118 game in un set? Avete fretta? Perdete il treno? Vi si scuoce la pasta?

Mi giunge voce che il maestro Rino Tommasi, notoriamente affine a posizioni (non solo sportive) non esattamente moderate, sul trenta pari abbia esclamato, scherzando (inciso aggiunto più per dovere che per convinzione): “Questi due andrebbero abbattuti”. Per fortuna nessuno pensò di giustiziare Charlie Pasarell e Pancho Gonzales, quando giocarono a Wimbledon nel 1969 per 5 ore e 12 minuti, e il solo primo set finì 24 a 22 (nel filmato, poco dopo il primo minuto, c’è il match point). Ma lasciateli giocare, no? Tra cent’anni qualcuno si ricorderà ancora di loro, proprio per questo match.

Alla terza pinta m’è sovvenuta l’ultima dichiarazione della Sibilla Barazzutta, che ormai quando esterna mi obbliga a mollare qualunque mia occupazione del momento e a prender nota sul taccuino. Manco Cossiga era così prolifico. In questi termini si espresse d’oggidì: “Su quest’erba, che consente anche di palleggiare, conta moltissimo entrare in campo tranquilli, senza pensare troppo al match, ma concentrati sul proprio gioco”. Urge altra sessione di ermeneutica. Qui di seguito le mie tracce di possibile esegesi, annotate nell’immediatezza della pronunzia (potete aggiungerne altre a vostra discrezione):

a) sulla terra e sul cemento puoi entrare in campo agitato come una marmotta e dedicandoti pure, pensa un po’, al match che stai per giocare. Qui, invece, no. Devi avere un pensiero monolitico e tetragono per il tuo tennis, se poi giochi contro Soderling o Dent o la reincarnazione dell’unorthodox Karsten Braasch chissenefrega. 

b) siccome negli ultimi anni l’erba è diventata lenta allora devi stare tranquillo. Prima, invece, potevi anche far le capriole tra un gioco e l’altro e ballare la break dance con Monfils.

c) diamine, ero convinto che questa non l’avreste registrata.

d) già ieri mi avete fatto arrivare tardi a cena: quante altre risposte a caso devo darvi prima che capiate l’antifona?

Avete tempo fino alla fine di Isner-Mahut per darmi una risposta. Se non mi aiutate giuro che vi spedisco ai campi estivi della Fit.

Pot, pot, pot!

21 giugno 2010

Terminator Kaderka

Si chiama Ivo Kaderka e ha due pale per la neve infilate ai polsi. Al posto delle mani, dico. Le sbatacchia una contro l’altra dopo ogni punto di Tomas urlando ossessivamente: “Pot, pot, pot!”. Il tutto a un a un centimetro dalle mie orecchie. Provo a girarmi per incrociare lo sguardo del rozzo energumeno e realizzo all’istante che non è il caso di avanzare rimostranze a un armadio a quattro ante. Catenazza d’oro a cingere il collo venoso e taurino, sguardo iniettato di sangue, scopro presto – la sordità acuisce la vista – che è il pari grado ceco del presidentissimo (termine di antoniosaccana memoria) federale de noantri. Fa un tifo indiavolato per Berdych, che lo premia salvando un set point ad Andrei Golubev nel primo parziale (e vincendo tre set a zero) sul campo 12. A portata di orecchio per le palate kaderkiane sorge la tribuna est del campo 2, il cimitero di Francesca Schiavone. Prevedibile che il suo match contro Vera Dushevina fosse duro (già ad Eastbourne, peraltro, pareva ancora nel post-sbornia da vincita al Superenalotto); la considerazione più interessante mi pare le sia uscita a caldo dopo il match: “Fosse stato per me avrei spostato Wimbledon di due o tre settimane”. Eggià. E sapete perché non è successo? Tutto un complotto dell’All England Club (del resto sono disonesti: guadagnano con lo Slam, e per questo “il tennis è uno sport truccato”, vi giuro che l’ho sentito dire, e non da Francesca) contro il tennis italiano, vittima di una campagna di odio e di aggressione dettata dall’invidia e dai cattivi sentimenti (*).

Una vista da tergo del Bud Collins praghese

Tra poco tornerò sulla fauna del court 12, poiché è lì che faceva sfoggio di sé il vero personaggio della giornata. Che non è mica stato Alejandro Tremarella Falla contro uno steccosissimo e mediocrissimo Federer: avanti 5-4 nel quarto set, quando il colombiano ha servito, baldo e fiero, per il match con la stessa protervia dei soldati italiani con gli stivali di cartone nella campagna di Grecia, mago Ferrero ha vaticinato ai presenti Azzolini e Semeraro (anche loro nemici del tennis italiota, anche loro scornati per il mancato invito alla cena da scroccare a matrignafit per festeggiare la Schiavone nella Ville Lumière e perciò incattiviti): “Ha sbagliato volée alta di dritto. Era da chiudere. Qui gira il match”. Così è stato. Temporaneamente investito del potere divinatorio di Dolgopolov junior, ho parlato infallibilmente con l’ausilio della scienza del Sommo. 

La rivelazione, l’epifania del day one di Wimbledon, dicevo, è indubitabilmente l’innominato e innominabile decano del giornalismo della Repubblica ceca, il Brera di Praga, del quale - appunto – non sono riuscito a carpire il nome dal pass sepolto nelle pieghe della panza. Solo un’immagine rubata (rigorosamente con la mia comunistissima Lomo 35 mm). Spiccano: lo spezzato di lana grezza (avete capito: LANA, oggi c’erano 25 gradi) con prevalenza dei toni del marrone e deliziosa manifattura da comitato leninista del quartiere popolari di Torino Mirafiori, collezione 1977. Camicia nera, rigorosamente lisa e perciò brillante, con inserti turchese, celeste e viola. Mocassino pitonato tinta vinaccia. Calvizie all’ultimo stadio. Alito da post pastum boemo -presumibilmente al pimento – il Bud Collins mitteleuropeo scandiva senza sosta slogan marcomanni con ampi cenni di assenso del testone scarsocrinuto nei confronti di Berdych (che non lo calcolava), del presidentissimo (idem), del coach di Berdych (del tutto indifferente alle scalmane del senatore reporter), del preparatore atletico di Berdych, della fidanzata di Berdych (come sopra), dell’amico della fidanzata di Berdych. Invisibile a tutti. Ma non a me. Dopo ogni ace lasciava partire un assolo di “Pojd! Pekny!” con scosse della capoccia - manco fosse stato lui a insegnargli il servizio - e quegli inutili, pietosi sguardi di complicità con l’algida panchina dell’inespressivo e imbalsamato baby face, che manco lo degnava della conferma della sua esistenza in vita.

Da ultimo. Ho ceduto, ancora una volta, alle fragole. Ragazzi, ve lo ripeto: fanno schifo. Le fragole di Wimbledon fanno schifo. Le servissero in una qualunque osteria italiana, finirebbero in tempo reale al gatto. Come il dritto di Timbledon Henman o una volée di Aravane Rezai: hanno un che di intrisecamente malvagio. Prima di tutto non sono fragole. Sono pezzi di melone geneticamente modificati, ghiacciati, rossicci, sostanzialmente insapori, con prezzi da denuncia. E la panna molto semplicemente non è panna: è una crema pasticciera. O almeno, vorrebbe esserlo: liquida, mal riuscita, dolcissima. Si coagula in fondo alla tazza, un triste bicchierino di plastica in PVC (il polivinilcloruro, quello tossico) mentre i frutti rossi, idrorepellenti e stolidi, non ne vogliono sapere di sposarsi con quella mestolata di robaccia giallastra. 

 (*) Stante il fatto che a vincere al Roland Garros pare sia stata la Fit (a sentire loro, almeno) ci vorrebbe o no una conferenza stampa di qualche dipendente o collaboratore dei federales per giustificare questa ‘stesa’ al primo turno? Diteci come mai mi venite qui al Tempio del tennis e mi perdete al primo turno, come uno Starace qualsiasi! Mal che vada - regalo questo spunto - si può distruibuire la colpa non addossata alla perfida vicinanza dei Championships col Roland Garros a tutti quelli che vogliono male a mammafit, che quindi vogliono male al tennis, che quindi vogliono male a Francesca, che quindi si sono appostati in cima al campo due con le bamboline vudù. Insomma: è anche colpa mia. E meno male che è stato previsto solo un bonus per la vittoria  a Parigi, e non invece un malus per una sconfitta al primo turno a Wimbledon! Lo ammetto, comunque: sono un agente della Российский теннисный тур. Il mio spirito-guida è Anatoly Lepeshin, il pingue coach del pingue Kafelnikov (mi dicono che A.L. sia passato a miglior vita, spero non sia vero). E con questo mi gioco le residue possibilità di concorrere al seggio di addetto stampa, posto vacante in un futuro piuttosto prossimo. Pensare che stavo ascoltando tutte le telecronache Rai delle partite della nazionale. Mi registravo anche tutti i tiggì di Emilio Fede e gli editoriali di Minzolini. Insomma: ci volevo provare davvero, a diventare il portavoce del presidentissimo.

 Ah, dimenticavo: avrei bisogno del vostro aiuto. Ho necessità di decifrare la sententia sibillina del Maestro Barazzutti. Ieri, interrogato sugli accadimenti terreni di Church Road, ne ha mirabilmente riassunto il senso (con l’ausilio delle tecniche della meditazione trascendentale, si vocifera) così:  “Una giornata di tennis. Non positiva, ma è comunque una giornata di tennis”. Ebbene, vi chiedo di guidarmi con la vostra esegesi, giacché le mie limitatissime vedute non permettono di assaporarne appieno il significato profondo. Ho pensato a qualche possibile interpretazione, liberi di aggiungerne:

a) piantala di farmi domande, sono in ritardo per cena.

b) cosa dovrei fare, mettermi a piangere battendo i pugni per terra? Che si vinca o no, il mio emolumento mensile non ne avrà detrimento.

c) forse che stanotte la Terra imploderà in una quasar perché gli italiani sono tornati a perdere partite di tennis come succede dall’età della pietra? Ecco. Allora lasciatemi in pace.

d) non mi risulta che a Termini Imerese se la passino meglio che sul campo 2, no?

e) l’importante, alla fine, è vincere in Davis (questa la scarterei in partenza)

f) Meno male che il presidente c’è!  

g) l’importante è vincere in Fed Cup

h) ma è vero che adesso prendono Gianni Ocleppo al mio posto?

Cut the grass!

21 giugno 2010
Scattata ieri sera. L’aere di Wimbledon invecchia all’istante…

Chiacchieravo con Andrei Golubev al Cacciari’s (niente filosofo veneziano o sarde in saor, solo atmosfera e cucina paraitaliane), a quanto pare una delle mete degli italians racchettari a Londra (gli spagnoli no, preferiscono i tapas bar dietro Gloucester Road). Ebbene, mi raccontava di una stazione della metropolitana evacuata. E mi sorgeva un dubbio, anzi, una certezza: Golubev è il tennista che parla meglio l’italiano, italiani compresi. Gli ho chiesto, speranzoso, notizie sull’erba di Wimbledon: niente da fare, continua a essere erba battuta. Rimbalzo altissimo, il servizio kick diventa un’arma vincente. Campi palesemente, tristemente più lenti rispetto al Queen’s e Eastbourne. L’unica cosa che ricorda un vecchio court da gesti bianchi è l’efficacia dello slice, che “prende bene”. Con lui Denis Istomin e la mamma Klaudia, che lo allena da anni e l’ha aiutato a tornare al tennis dopo uno spaventoso frontale in superstrada a Tashkent nell’aprile di nove anni fa (punti di sutura dappertutto, due anni senza fare un passo di corsa). Al Queen’s, che abbiamo seguìto insieme su Eurosport, con i suoi piattoni di rovescio ha messo nei guai Rafa Nadal; a Eastbourne, la scorsa settimana, sempre in tv lo abbiamo accompagnato fino alle semifinali. Timidissimo, parla sottovoce e preferisce usare Golubev come interprete russo-italiano che cimentarsi con l’inglese. 

Una delle quattro leggi di Krsna recita: non giocherai d'azzardo. Abortito il progetto di puntare 1.000 pound sul successo di Dolgopolov a Wimbledon

 

Indignato dall’indecente metamorfosi del Tempio, mi sono diretto deciso allo Speaker’s Corner di Hyde Park – nel caso non lo sapeste, è un’area dell’immenso parco londinese deputata ai discorsi pubblici improvvisati: chiunque può arringare le folle, lamentarsi, scimmiottare le Catilinarie nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti – per salire su uno sgabello e lamentare l’assassinio premeditato del serve&volley. Non avevo ancora esposto il cartello ‘Wanted’ con il faccione di Eddie Seaward, il giardiniere criminale, che sono stato sopraffatto da un predicatore cristiano (“E tu, che ti guardi intorno con quello sguardo tranquillo e divertito, credi di essere salvo?”) e da un rappresentante del Movimento Internazionale per il Federalismo (non un leghista avvinazzato, un bambinone con le orecchie a sventola che sosteneva di essersi svegliato una mattina, a otto anni, con l’idea di trasformare la Terra in una federazione di popoli). Dev’essere un habitué del posto, essendo stato immortalato su Wikipedia. Fuggito dal lato est verso Park Lane, mi imbatto in una manifestazione autorizzata del Movimento Internazionale per la coscienza di Krsna. Quattro carri e un migliaio di adepti che ballano scalzi al ritmo di Hare Krishna - Hare Krishna – Krishna Krishna – Hare Hare – Hare Rama – Hare Rama – Rama Rama – Hare Hare. Omaggiato di caramelle cubiche al cocco e allo zucchero, dai chiari effetti stranianti, mi sono ritrovato a corricchiare per Park Lane intonando il mantra del maestro A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada. Ho anche avuto il tempo di scattare una fotografia (sottoposta alla moda passeggera dell’invecchiamento vintage detto lomografia) al cerimoniere che sollazzava l’icona di Krsna con bastoncini di incenso e un ventaglio di piume. Già allo studio una versione pagana del mahamantra: Hare Dolgopolov

Date loro le brioches!

14 giugno 2010
Sacconi, ex lavoratore precario, costretto allo sfruttamento nel perfido mondo del tennis

Giorni fa, prima di partire per Parigi, mi ero tenuto da parte un ritaglio di giornale. Il ministro del welfare Maurizio Sacconi, l’ex socialista ora discepolo di Berlusconi, ha parlato della crisi del lavoro giovanile in Italia e ha sostenuto che, di questi tempi, bisogna “accettare qualunque lavoro, anche umile purché regolare”. E per far capire come anche lui abbia vissuto la crisi, il precariato e la necessità di abbassarsi alle mansioni più dequalificanti sentite cosa ha raccontato: “Pur di lavorare e di guadagnare facevo il palleggiatore. Era il grado inferiore a quello di maestro di tennis: ero un agonista, avevo una buona classifica, diventai istruttore e così finanziai la mia attività di studio universitario e quella politica”.

“Non mi divertivo molto, facevo una cosa che non mi interessava, avevo la testa altrove”. Poverino, eh. Costretto alla gogna del campo da tennis. Certo che i giovani cresciuti negli anni Sessanta e Settanta erano di tutt’altra fibra, mica dei bamboccioni come quelli di oggi,  una manica di fannulloni privilegiati con una laurea in tasca che lavorano a tempo pieno nei call center per vendere abbonamenti, riviste, scatoloni di olio e vino e contratti telefonici a 400 euro al mese. Pure l’articolista del Giornale, nonostante sia il foglio di proprietà della famiglia del presidente del Consiglio, non riesce a non dirlo: “Fare il maestro o il palleggiatore presuppone che si siano potuti spendere soldi per imparare a giocare e pure bene. E, a proposito di umiltà, nei circoli sportivi dove si gioca a tennis non è che si respiri la stessa aria dei mercati generali dove si scaricano cassette per pochi euro l’ora”.

E poi sarà stato un tesserato, questo palleggiatore Sacconi? Emetteva ricevuta? Pagava i contributi? Fit, sveglia, fa’ un’indagine. Magari veniamo a scoprire che il ministro Sacconi lavorava da abusivo, e pure in nero!  Un’uscita, quella delll’ex delfino di Gianni De Michelis, che ricorda quella attribuita a Maria Antonietta, quando rispose al ministro che lamentava la fame patita dal popolo: “La gente non ha pane? Bene, allora distribuite delle brioches”. Insomma, un po’ di ottimismo, no? Mal che vada, se siete al verde potete sempre fare i maestri di tennis. E se non avete casa, come quelli dell’Aquila, provate a farvi pagare un camping di fine settimana.

Sacconi ai giovani: accettate qualunque lavoro

Arsenico e vecchi merletti (o pizzi, fate voi)

6 giugno 2010

Il servizio di Lea Pericoli

 Ieri mi ferma Conchita Martinez, ex campionessa di Wimbledon – e una delle ragazze più umili tra le star del tennis – per chiedermi se davvero Francesca Schiavone fosse la prima italiana capace di vincere uno Slam. Era stupita: neanche in passato, prima dell’Era Open? mi chiede. No, neanche in passato. La cosa incredibile è che tutti sono convinti che colei che viene definita insieme al nobilissimo, elegantissimo, inappuntabile, signorile, soprattutto umile e discreto  Nicola Pietrangeli come ambasciatrice del tennis italiano abbia vinto tornei major a mani basse. No: Lea Pericoli ha vinto, in anni nei quali la concorrenza era fioca e la competizione mondiale riservata a una sparutissima minoranza di atleti, zero Slam. Ma non solo: anche zero finali. Zero semifinali. Zero quarti di finale. Zero titoli del circuito, allora frequentato tanto quanto la Groenlandia. Solo una finale a Gstaad, persa contro tale Helga Schultze, una doppista tedesca. Il motivo per cui le sue fotografie appaiono nei tenniseum del mondo va ricercato nei pizzi che disegnava per lei lo stilista del tennis Ted Tinling (cui ho sempre preferito le mise della graziosissima Gussie Moran, ma questi son gusti). Dico questo solo perché mi piacerebbe venissero ricordate più spesso tutte le italiane che hanno vinto ben più di lei, in anni ben più difficili, e che sono tantissime: Silvia Farina (quarti a Wimbledon, ex numero 11) è stata molto, ma molto più forte. Pennetta e Schiavone (prima di ieri, adesso è troppo facile) sono immensamente più forti. Raffaella Reggi è stata incomparabilmente più forte. Qualcuno ricorda ancora Sandra Cecchini? Ve la ricordo io: quarti al Roland Garros 1985, un set tolto alla Seles negli ottavi nel 1991, e pure gli ottavi agli Us Open. Anche Laura Golarsa, col suo quarto a Wimbledon perso contro Chris Evert (invero lei lo ricorda fin troppo spesso, ma è l’unica a farlo), ha fatto meglio della Pericoli negli Slam, con una concorrenza anche per lei decisamente superiore. E Laura Garrone, che ha toccato un ottavo di finale a Parigi ed è stata numero 30 al mondo e ha perso una finale del Tour nel 1990 contro Chicca Bonsignori, risultati alla mano, doppio compreso, e tolti gli assoluti italiani che contano come il due di picche, è forse stata da meno, in anni in cui peraltro non si beveva più il té ai cambi di campo? Gli ottavi di finale in uno Slam, poi, li ha fatti anche Linda Ferrando, quando vinse la partita della vita contro Monica Seles agli Us Open 1990. 

Insomma, volevo evitarvi il trecentesimo sproloquio sulla cavalcata straordinaria di Francesca, un risultato che mancava da 34 anni al tennis italiano. E ricordare, celebrando la maggior impresa femminile di tutti i tempi nel tennis di casa nostra, persone che veramente hanno fatto qualcosa. A proposito: ce n’è un’altra, di persona dimenticata. Si chiama Renzo Furlan, e sottotraccia gira la voce che il vero mentore di Francesca in questi mesi (che le hanno fatto trovare il miglior tennis della vita) sia stato proprio lui. L’ho visto nei giorni scorsi, accompagnava il giovane Gaio che era iscritto al tabellone degli juniores. Ecco, magari si potrebbe eccepire che il suo ruolo non è quello di coach della Schiavone ma, in questi giorni, non stiamo a sottilizzare. Per ora si festeggia; per pensare che dietro Schiavone e Pennetta, Seppi e Starace non c’è nulla ci sarà tempo.

Padellate / Rai per un pomeriggio

5 giugno 2010

Avviso. Al prossimo che mi scriverà “oh che palle ‘sto Federer” riserverò il seguente trattamento: legato alla sedia come l’Alfieri, la semifinale del Roland Garros 2010 Berdych-Soderling in looping. Soderling è divertente (Berdych pure) ma SOLTANTO se di là non c’è un clone. Che sia Federer o Nadal non importa. Importa che non giochino l’uno contro l’altro a pa(de)llate, che è l’unica cosa di cui sono capaci. Tre ore e mezza di tiro al piattello, che razza di tennis è? Aridatece non dico un Rafter, che con campi e palle di oggi varrebbe un 2.1, ma un Guga, Kafelnikov (visto ieri: lambisce l’obesità), insomma qualcuno che giochi pure unicamente da fondo facendo almeno quattro cose diverse! Niente, questi due solo polvere e cannoni. Uscito dalla cabina ho visto Chris Bradnam, che stava commentando per Eurosport UK. Guarda me e Gianni e dice: “Ma voi cosa raccontavate dopo due ore? Io e John Lloyd non sapevamo più cosa dire”.

Oggi è il gran giorno della finale. L’altra volta ho ricordato il match point di Panatta al primo turno, qui, nel Settantasei, contro Pavel Hutka. La Schiavone era sotto di un break al primo turno contro l’italorussosvizzera Kulikova. Solo che Adriano, in finale, trovò Solly “Sorcio” Solomon. Francesca, invece, deve giocare contro Ivan Drago! L’unica chance è che Samantha abbia paura di vincere uno Slam. Se gioca come ha fatto contro Justine, Serena e Jelena non può perdere. Come filmato beneaugurante regalo alla Schiavo un amarcord della finale di trentaquattro anni fa…

Capitolo Rai. So che il presidente, Paolo Garimberti, è appassionato di tennis. Me l’ha confermato Stefano Semeraro, che ieri ho finalmente trascinato in cabina di commento: ci siamo divertiti, secondo me sarebbe una ottima spalla per commentare il tennis. Stefano è la miglior firma del tennis in Italia (Clerici è hors categorie) ed è un piacere chiacchierare con lui (ah: pure Semeraro trova inopportuna la regalìa in denaro alla Schiavone e nutre dubbi sul fatto che uomini e strutture federali deputati alla crescita di nuovi giocatori vengano messi a disposizione di un’atleta trentenne). La buona notizia è che Rai Due ha comprato da Eurosport i diritti di ritrasmissione per l’Italia, dopo che l’addetto stampa della Fit aveva scritto, in sostanza, che Eurosport li voleva tenere per sé negandoli a chi non è abbonato al pacchetto sport di Sky. Indovinate un po’? Balle. Infatti, tanto per cambiare, è arrivata la smentita insieme all’autocensura delle pittoresche esternazioni dell’attempato portavoce del presidente Binaghi. Insomma, sarà Rai per un pomeriggio! In circostanze come questa mi vien quasi da stringere la mano al ministro Brunetta, quando parla del pubblico e del privato. Della faccenda, comunque, se ne è occupato Riccardo Bisti, qui. Non so chi racconterà sulla Rai la finale. Bisognerebbe chiedere a Garimberti di assoldare, per una giornata, che ne so, Rino e Gianni. O almeno di rispolverare Giampiero Galeazzi: tutti noi gli abbiamo voluto bene!

Ah: non pensiate che sia l’inizio di qualcosa. Come Rai per una notte, domani si tornerà al dramma dell’infortunio di Pirlo. E il tennis, in chiaro, sparirà di nuovo. Fino alla prossima finale Slam, tra altri 34 anni.