Sempre che non siate più italianumeggianti degli italiani (in questo caso, e prima che sia troppo tardi, cliccate sulla ‘x’ in alto a destra per uscire dalla pagina e riprendetevi cercando un commento a caso su www.federtennis.it, accessibile anche da qui), dicevo, se non vi ritrovate nella condizione d’essere obnubilati dal fuoco dogmatico dell’orgoglio patrio (?) più malsano avete certamente coscienza del fatto che casa nostra è la patria dell’ipocrisia. E, come in tutte le culle dei dis-valori, vigono i totem. Nel cortiletto del tennis italiano, per esempio, qual è il totem per antonomasia? Ovvio: Nicola Pietrangeli. Ah, Pietrangeli: per carità, non toccate Pietrangeli. Zitti tutti, parla Pietrangeli. In piedi, è arrivato Pietrangeli. Clap clap, il maestro Pietrangeli, l’ambasciatore Pietrangeli, l’icona, il mentore, la Musa ispiratrice, il modello di vita Pietrangeli. La prima cosa che penso quando vedo Pietrangeli, da sempre, è che passi gran parte della sua vita in spiaggia: è regolarmente più abbronzato di Gianfranco Lampados Fini. Ma questo non c’entra, almeno non ora. La seconda è che, tolta la palla corta, non gli rimanga granché da offrire in lascito all’umanità. Magari è una mia percezione fallace. La terza è che incarni tutto quanto, a mio modestissimo avviso e talento tennistico a parte, non vorrei mai insegnare a mio figlio.
I primi dubbi sul conto di Pietrangeli? Ebbene, non me li ha mica solleticati lui, nonostante il suo sguardo a tratti schifato, a tratti altezzoso e quell’eterno, implicito sottopancia che scorre ogniqualvolta appare: ”Vorrei ricordarvi che io sono fico e famoso, voi invece no”. È stata, invece, colpa della sua Emilia Fedina, alias Lea Pericoli: a forza di cantarne le gesta epiche (otto volte su dieci riguardavano un abbordaggio o una serata nauseabonda tra vip), di magnificarne le doti di viveur e di playboy, di lodarne la saggezza e la vita misurata e poco appariscente (“Un giorno o l’altro spiego a Federer come si fa a battere Nadal”, la caccia ai migliori green di Djerba, cose del genere) nonché la virtù – per lei è tale – di averla sempre sfangata senza aver lavorato un solo giorno della sua vita, e ancor più di bearsene, il campione Nicola ha iniziato a essermi simpatico come una colonna di formiche rosse imbizzarrite sul pavimento di casa. Non perché ciascuno non sia libero di vivere come meglio crede, ci mancherebbe. Ma da qui a farne un esempio mi pare passi un fiume largo così.
Nicola Pietrangeli, come Panatta – che secondo me è stato, considerati i tempi, più forte di lui - ha avuto una carriera e successi da campione. Noi, che di campioni ne vediamo tanti quante sono le miniere a cielo aperto di smeraldi in Brianza, pare si debba, per obbligo morale di italianitudine strisciante, coltivare e tributare eterna gratitudine al fuoriclasse italiano. Direte voi: giusto. Infatti è giusto: entro i limiti della ragionevolezza, possibilmente. Non è che se servi ai duecentoventi all’ora, salti in lungo nove metri o metti le punizioni nel ‘sette’ ti si deve fare per forza sindaco del paesiello di nascita o ministro dello sport. Ma no: noi italianidi non ci accontentiamo della gratitudine. Confondiamo talento sportivo con talento umano, e sbrodoliamo. Ecco spiegato perché, per esempio, troviamo normale (io no, voi spero neanche, la maggioranza sì) che sia Ministro della Repubblica (e alle pari opportunità, poi) Mara Carfagna. Anni addietro mi capitò di parlare di argomenti affini col sommo Gianni Clerici, che però non mi seguiva. Anzi: parlava del “mio dieletto Nicola”, mi ricordò il proverbio “beati monoculi in terra caecorum”, insomma capii presto che era saggio sospendere l’argomento. Lo riprendo qui, per conto mio perché l’Everest di questo malvezzo, che mi facilita enormemente il compito in questa breve fenomenologia, è un’intervista andata in onda recentemente sull’Istituto Luce del tennis (la definizione è rubata ad Andrea Scanzi, ve lo dico sennò poi si arrabbia, mentre per la segnalazione del video devo ringraziare Daniele di Ravenna, che me l’ha gentilmente mandata). Complice il deferente, quasi adorante faccia a faccia col conduttore della trasmissione, Caputi, qui il Pietrangelismo (attivo e passivo: essere Pietrangeli e avere a che fare con Pietrangeli) raggiunge vette parossistiche.
Si comincia.
“Io devo tutto al tennis. Purtroppo – ogni tanto lo dico solo perché la gente sappia – non ho giocato in questi tempi, per una questione volgarmente di denaro”. La gente lo sa eccome: questa notazione non manca mai, proprio mai nel Pietrangeli-pensiero. Gli ‘girano’ a mille perché ai suoi tempi si guadagnava poco. E vabbè, ci dispiace. Elegantissimo, poi, battere virtualmente cassa nel 2010 per i tornei vinti nel 1960, no? Senza contare che, col suo autodenunciato stile “mi alleno poco tanto mi basta il talento”, oggi avrebbe perso anche contro il cugino scarso di Jordi Arrese.
“Il bello di Nicola è che si è campioni ma è difficile rimanere così come sei tu nell’affetto e nella credibilità da parte della gente”. Innanzitutto chapeau per la domanda (ma è una domanda?). Mi ricorda il terribile, cattivissimo, asperrimo Bruno Vespa quando incalza Berlusconi: “Presidente, la gente la ama. Nevvero?” Comunque: credibilità, dice il conduttore. Credibilità in cosa, di grazia? Quale incarico ha ricoperto Pietrangeli negli ultimi trent’anni, dopo aver capitanato l’Italia di Davis? Ha aperto una scuola che sforna talenti? Cresciuto un giovane italiano? Tirato su un impero edile? Bonificato le paludi pontine? Tradotto i discorsi di Osho Rajneesh? Curato la costruzione di ospedali in Costa d’Avorio? S’è dedicato a studi innovativi sulla letteratura degli esuli russi? Sfogliando la sua agiografia ufficiale, “C’era una volta il tennis”, da Lea Emilia Pericoli si apprende che, al più, l’aspirazione di Pietrangeli non giocatore era quella di “vivere a Los Angeles perché stavo sempre in mezzo agli attori” e, avesse mai dovuto ripiegare sull’Europa, trovare un posto a tavola a colazione col principe Ranieri di Monaco. Altro non risulta.
Risponde, però, Pietrangeli: “Questo secondo me è il, non voglio dire il successo, è la grandissima soddisfazione, perché io dico sempre, ma senza cattiveria per carità, io, tanto è inutile nasconderlo, tra poco ne faccio settantasette, e so’ tanti, e io auguro a tutti quelli che hanno giocato perlomeno ai tempi miei o anche dopo o quelli che stanno giocando adesso che quando arriveranno a settantasette ancora la gente li riconoscerà”. Certo, infatti Rod Laver chi diavolo è, forse quel tipo bizzarro con la zazzera rossa che chiede l’elemosina alla stazione Termini? E Ken Rosewall? Chissà, magari è quel signore ricurvo che usa la social card per far la spesa al Conad (o forse, semplicemente, non si nutrono di autografi, di feste o di cenoni al Rotary: coltivano quello strano vezzo noto come senso della misura). Chi saranno mai Ashe e Kramer, o Borg e Stan Smith al cospetto suo? Perché lui “lo dice sempre, ma senza cattiveria” per carità, che lui è famoso ancora adesso. Sì, in effetti ha ragione: chissà, vien da pensare, come se la passeranno quei peoni di Lendl, McEnroe, Sampras, Agassi ed Edberg tra qualche tempo. Tutti destinati a un triste oblio entro pochi anni. Boris Becker? Nel 2040 girerà per strada a Roma e verrà preso per er canaro de Trastevere. A New York lo arresteranno per spaccio di tinta per capelli. Ma attenzione, perché il maestro di understatement Pietrangeli aggiunge: “È come quando dico: dare un premio oggi a Federer piuttosto che a Nadal piuttosto che a Totti son bravi tutti. Vediamo se glielo daranno tra cinquant’anni”. Qui anche Caputi si spera abbia avvertito un brivido lungo la schiena. Speranza vana. Gli esce un “certo” (certo cosa? Certo cosa?) ma il gelo ha il sopravvento e, in pochi istanti, si cambia domanda. Si passa agli anni della formazione.
“Io non ho terminato il liceo perché mi avevano bocciato però andavo a Chateaubriand quindi se avessi voluto terminare il liceo sarei dovuto andare a Grenoble, e non lo avrei fatto. Il fatto di avere preso o non preso la licenza liceale non è che abbia cambiato molto la mia vita”. In effetti per fidanzarsi con le modelle dicono non sia necessario conoscere il paradigma di laudare. Scuola pubblica? Diploma? Puah. Tempo perso. Torniamo al tennis. Pietrangeli ha il tempo di dichiarare che il suo record di 164 incontri giocati in Davis “vabbè, è imbattibile” (attenzione: non lo diceva, per pudore, eppure forse lo pensava anche Sampras con gli Slam, e gli portò un filino sfiga) nonché di arrogarsi un merito – questo è vero – riguardante l’Insalatiera vinta dall’Italia nel 1976: “Io dico sempre che il merito sportivo è dei giocatori; il merito mio, e non lo divido con nessuno, è di averli portati in Cile”. E fin qui tutto bene.

Il generale Pinochet. Se doveva assassinare qualcuno, prima si accertava che nei dintorni non ci fosse Nicola Pietrangeli
Non fosse che, poi, bontà sua, Pietrangeli decide di lanciarsi a capofitto in una esegesi dietrologic-socio-sport-politica. Per la quale è necessario allacciare le cinture di sicurezza. “Che poi siccome la verità sta sempre a metà strada, non credo che Pinochet mangiasse i bambini piccoli la mattina… Questo stadio dove dicevano che ammazzavano tutti i giorni non so quanta gente…” Ecco, fate un bel respiro perché non è finita. Caputi, lo dico en passant, fin qui non fa una piega (dopo, in compenso, neanche). E il Pietrangeli, che pronunciando queste parole assume sempre più le sembianze e la parlata di un Luttwak brillo, rincara: “Ricordo un’intervista con gli Intillimani, dicevano: “Sappiamo che sei tifoso, ti piace il calcio, bene, sai che a Santiago la gente non va più al pallone. Oddio, e perché? Perché lo stadio è pieno di morti, esagero un po’, e perché non hanno i soldi per andare allo stadio. Eh, mi dispiace. Arriviamo lì e come sempre la prima cosa che si fa è andare a vedere dove si gioca. È come qui al Foro Italico, il tennis sta a trecento metri dallo stadio. Stavamo lì e a un certo momento la gente comincia a passare. E domando: dove vanno? Vanno allo Stadio. Come vanno allo stadio? Sì, perché c’è lo spareggio per fa’ la coppa d’America”.
Ecco. Qui ti àuguri che Caputi, cui frattanto qualcuno avrà almeno portato una stampata del riassunto di Wikipedia sui crimini di Pinochet (in effetti i trucidati furono solo 2.000, gli scomparsi che fecero la stessa fine un migliaio: poteva anche impegnarsi di più, quel dilettante di militare golpista) si alzi e dica al regista: dai, aspetta, ricominciamo e tagliamo ’sto pezzo, su. Non dico incazzarsi. Non dico tirargli un sussidiario delle elementari sulle scarpe. In effetti, però, qualcosa lo fa Caputi, interrompe d’autorità l’ospite con questa secca smentita: “La coppa America, come no”. Certo, la coppa America, come no. Non ”Pietrangeli, ma che stai a ddì?”. No: la coppa America, come no. “Insomma siamo andati a vedere la partita e c’erano sessantamila persone, allora tutti questi che non ci andavano insomma…” Insomma, sì. Evidentemente gli Intillimani sono sempre ubriachi. E Pinochet, ai suoi oppositori, toglieva solo il burro dalla dieta e la partita la domenica. Pensate che abbiamo toccato il fondo?
Nossignori. “Sì, si ingigantiva un po’ tutto” è la chiosa di Caputi. In effetti diamo a Pinochet quello che è di Pinochet: i nemici del regime non venivano solo fucilati allo stadio, e non sempre in presenza di tennisti italiani. Caputi sembra essere un ottimo candidato a sostituire Gianni Bisiach e Giovanni Minoli per le ricerche storiche in Rai. Che so: “Deportazioni: non che siano state tutta questa brutta cosa”. “Marzabotto, fosse Ardeatine e altre storie di piccoli screzi”. Con l’egida di Sandro Bondi ministro della cultura, magari, si può fare.
Prima di svenire sulla sedia, però, arrivano i sali: spunta, miracolo, in mano a Caputi l’agiografia di San Pietrangeli, meno nota come “C’era una volta il tennis” della Pericoli (edizioni Rizzoli). E, lasciato quel benefattore del generale Augusto alla memoria che gli è propria, si passa ad argomenti più leggeri. Come la dolce vita: “La dolce vita che intendono oggi a me fa perlomeno sorridere, credimi, quando parlano di playboy oggi allora mi viene proprio da ridere. Perché i playboy dell’epoca, che erano sei, otto, intanto il più scemo era miliardario in dollari. Tre o quattro correvano in Formula Uno, a spese loro. Due o tre erano scheglc (sic) di golf (*). L’altro giocava a polo. Quelli erano i playboy. Viaggiavano tutti con la Ferrari, io col tram. I playboy di oggi sono quelli che fanno il Grande Fratello?” Qui il giudizio di Pietrangeli è tranchant. Non ci sono più i vitelloni di una volta. Sant’Iddio: che diavolo di mondo è questo, dove anche chi non è figlio di papà o senza né arte né parte può diventare un dongiovanni e soggiornare al Grand Hotel? Ai bei tempi lusso e lussuria erano riservati agli eletti. Oggi, maledizione, può arrivarti chiunque, pure il pizzaiolo di Arce a soffiarti la modella o il posto al ristorante. E che cavolo.
(*) non sono riuscito a tradurlo. Mi date una mano voi?
Caputi, indefesso, insiste sulle qualità professionali del Pietrangeli giocatore e pensionato: “Tu sei riuscito, mentre giocavi ma anche dopo, a mantenere un rapporto con la gente che conta, il jet set”. Già: a quanto pare dev’essere stato un lavoro durissimo, altro che i turni in fonderia. Quanti sacrifici per arrivare a cenare con mezza Hollywood. “Tutto questo mi è costato… Allora, mi dicono sempre: tu ti fossi allenato di più avresti vinto di più. Ma io rispondo sempre: sì, ma mi sarei divertito molto meno. È anche vero che facendo questo tipo di vita, che poi non era chissà che, eh, io ho conosciuto un sacco di gente che poi mi ha dato una mano, piuttosto che…”
Attenzione: qui il discorso si fa meno fumoso. Gente che dà una mano, amici influenti. Non starà mica per dire che… Sì, sta proprio per dirlo. “Fa sempre comodo – è vero che adesso è passato il tempo delle raccomandazioni, non ci sono più, giustamente magari – però oh, oggi ti assicuro che all’età mia io potrei ancora scegliere dieci posti nel mondo dove andare ospite”.
Et voilà: liberté, fraternité, e soprattutto humilté (il copyright è di Maurizio Crozza). Quel “giustamente magari” vale il prezzo del biglietto. Non solo: qui c’è pure la summa del Piet-pensiero. Lavorare? Manco per sogno: come dice Cesare Pavese (Nicola non lo sa, ma pazienza) lavorare stanca. La terra è bassa. Meno male che è sempre esistita la raccomandazione: per Pietrangeli, campione di tennis, pregasi offrire trattamento speciale, altrimenti sai che sbattimento doversi cercare un lavoro. E sudare. O doversi pagare, per dire, le vacanze: ma che, scherziamo? Per fortuna che, con una telefonata, bene o male si riesce ancora a scroccare qualcosetta (pardon: a farsi ospitare), nonostante questa società moderna cominci a perdere di vista i valori fondamentali (i calci nel didietro, le corsie preferenziali, i favori, l’antimeritocrazia). Lavorare è un’occupazione da poveracci perché (leggiamo dal Vangelo secondo Pericoli) “Corteggiare la belle donne, praticare sport, viaggiare, divertirsi con gli amici è un mestiere impegnativo se fatto seriamente, per lavorare non ho mai avuto tempo”. Soprattutto la corte dev’essere un problema, all’appropinquarsi degli ottanta. Difatti Nicola commenta, con signorilità, garbo ed egual sconsolatezza: “Vòi sapè qual è il mio dramma? È quanno (le donne) me dicono de sì”. Ma no, dai, Pietrangeli, non dire così. Continua pure nell’ars baccagliandi. Oggi la medicina fa miracoli: chiedi al presidente del Consiglio. E poi daje giù, come nell’età beata.
Tuttavia, tornando ai posti nel mondo in cui farsi invitare, ultimamente pare che da dieci le opzioni siano scese a nove. Il conduttore, difatti, prova a suggerire: “Uno di questi posti è Monte Carlo…”. Caputi non lo sa ma ha appena toccato un nervo scoperto, anzi, il nervo scoperto. Pietrangeli s’imbizzarrisce. “Adesso faccio un appello, e qui mi arrabbio (batte le mani) perché il principe Alberto… Non posso esagerare, eh… Ma sono due mesi che non mi risponde al telefono. Ah, io faccio un appello televisivo. Che poi magari mi chiama alle sette del mattino scusandosi. Ma io gli dico: non devi scusarti, devi avere il tempo di farmi una telefonata”. E che cavolo: se Pietrangeli ti subissa di chiamate, si vede che ha qualcosa di importante da chiederti, no? La vicenda, però, merita un breve inquadramento. Grazie ad anni e anni di abnegazione, racconta la Pericoli, Pietrangeli era infatti riuscito a guadagnarsi un seggiolino alla corte del principe di Monaco, Ranieri. E questo nonostante il ciambellano di corte, il colonnello Lamblen, lo prendesse regolarmente per i fondelli durante i ricevimenti proprio perché, ai suoi occhi, era il maestro degli ‘imbucati’ (non lo dico io: è scritto sul Vangelo secondo Pericoli, pagine 197-198). Passato a miglior vita Ranieri, il figlio Alberto non ha, evidentemente, voluto ereditare alcun obbligo di ospitalità e/o favoritismo vario. A corte e al torneo invita chi gli pare. E questo, per il Pietrangeli-pensiero, è un affronto inaccettabile. Che dite, lo aiutiamo? Mandiamo una e-mail di protesta alla famiglia Grimaldi? Mica ci si comporta così, eh. Sempre che Alberto non sia spettatore dell’Istituto Luce: del resto la gente famosa spesso cova vizi strani, vai a sapere.
L’intervista volge al termine. Ma a Pietrangeli dobbiamo due colpi di coda (sic): il primo è l’outing ufficiale sulla sua agiografa. Un bell’autogol. Di fronte a un Caputi vistosamente imbarazzato, infatti, Pietrangeli trova il modo di rivelare che, a microfoni spenti, la sua amica Lea adotta un gergo simile a quello dei camionisti che sfogliano un calendario di Max: “Lea… poi quello che è divertente di Lea è che la puoi portare in mezzo ai carrettieri, in mezzo agli scaricatori di porto.. Si vergognano loro, eh, a parlare, perché Lea parla come noi. Anche peggio”. “Ah ah ah”, risponde Caputi, paonazzo. Ah ah ah. Divertentissimo davvero, sentire una donna imprecare come un camallo genovese.
Poi arriva l’altra coda, quella vera. “Siamo in chiusura ma l’ultima domanda voglio fartela su una cosa che forse molti non sanno, non lo so. Il tuo rapporto con Pupino”. Signori, questo è il gran finale. Perché Pupino merita una trattazione a parte. Nella redazione di Tennis Italiano (parlo di dieci anni fa, più o meno, ero agli esordi) un giorno arrivò “il pezzo della Lea”, la consueta rubrica nella quale la Pericoli parlava di Wimbledon citando Pietrangeli, o delle sorelle Williams citando Pietrangeli, o dell’ultima polemica italiana citando Pietrangeli, oppure di Pietrangeli. Si trattava di leggerla, tagliarla se del caso, metterci un titolo, didascalie e foto (*). Ebbene, da quel giorno la nostra vita non fu più la stessa. Chi è Pupino, direte voi? Pupino è un gatto. “Pupino… non so che dire, c’ha 19 anni, è orbo, pesa dieci chili, Pupino è Pupino, l’unica cosa è che mi sveglia alle cinque, o alle cinque e mezza, o alle sette, mi guarda e je faccio: Pupì… Dove andiamo a quest’ora?”
(*) alla fine fu scelto un titolo sdrammatizzante: ”Nic, occhio a Pupino”.
In realtà c’è moltissimo da dire, altroché: per esempio che, con Eleonora di Arborea e i moti del partito d’azione sardo, la caccia a Pupino del 2001 rappresenta uno dei passaggi cruciali della storia isolana. Dovete sapere, infatti, che Pietrangeli aveva introdotto Pupino negli ambienti più esclusivi della costa Smeralda (cito ancora Emilia Pericoli): “Quest’anno Nicola è andato in vacanza in Sardegna, ospite di amici (ma dai?, ndA). Un primo giorno passato a nascondersi sotto il letto, poi Pupino è diventato popolarissimo a Porto Rotondo. È diventato ‘il gatto con un occhio solo’, molto alla moda”. Giuro che sto trascrivendo parola per parola. “Quando ha capito che era ora di ripartire, è scappato. Quindi allarme generale (sic) e ricerca disperata. Non c’è stato niente da fare, il gatto non si trovava. Nicola si è rassegnato a perdere l’aereo. Ha telefonato al suo amico Gianenrico Maggi. Ed ecco come si è svolto il dialogo: ‘Questa sera vengo a mangiare da te’. ‘Come, non parti più?’ ‘No, è scomparso Pupino, non posso rientrare. ‘ E se non torna?’ ‘Sverno in Sardegna, il resto si vedrà!’”. In redazione si immaginava con costernazione il dramma vissuto non solo dalla popolazione sarda tutta ma anche dagli appassionati di tennis. E pure i rigori invernali di Golfo Aranci, roba che neanche nella campagna di Russia. Come se non bastasse, ci si era messo di mezzo pure un esoterismo portajella: “Una veggente sarda ad alcuni intimi aveva predetto la fine di Pupino: morto sotto le ruote di una macchina. Nessuno, ovviamente, ha osato riportare la macabra profezia a Nicola”. Maledizione, pure la veggente sarda che non si fa gli affari suoi. Ma come va a finire, il Pupinogate? “Per fortuna, ventiquattro ore dopo, spinto dalla fame, Pupino è tornato. Il giorno seguente Pupino e Nicola sono partiti per Roma, a vivere felici e contenti nel superattico di Monte Mario”. La solita vitaccia, via. Pronti per una telefonata al Principe: “Aò, che ce famo colazione e du’ buche a gorf?”











