Sono stato (anche fisicamente, per fortuna) lontano dal tennis qualche giorno e mi sono sfuggite le beghe della Davis italiana. Però qualche cosa mi è arrivato anche perché Andreas Seppi è un giocatore della società di management di Andrea Gaudenzi e di Lorenzo Cazzaniga, cui peraltro non frega assolutamente niente se dico che Seppi gioca a tennis peggio di Puffo Burlone o se Andrea Scanzi lo prende per i fondelli da mane a sera (anzi: si diverte da matti).

Andreas Seppi (by artista sconosciuto)
Seppi, per me, ha fatto più che bene a dire come la pensa. Anzi, doveva tenere duro fin dall’inizio a Cagliari e fregarsene. Se la Davis gli pesa, in un anno dai risultati flaccidi, ha facoltà di evitarla, come tutti, come succede dappertutto. La prima risposta della federazione, e cioè che i tennisti italiani avrebbero un debito da saldare perché da ragazzini vengono finanziati dalla Fit, è figlia di un ragionamento gretto. Stabiliscano, allora, una regola contrattuale per cui la Fit dà a te dei soldi per emergere e tu dai in cambio alla Fit la disponibilità per tot anni in Davis, se diventi forte. Per fortuna è impossibile da far passare, una legge sportiva tanto assurda. Le presenze in Davis non si possono comprare, neanche indirettamente. La seconda obiezione della Fit consiste nello sbandierare l’esistenza di un principio del Coni che imporrebbe la squalifica per gli atleti renitenti alle convocazioni in Nazionale. Beh, allora da Roma qualcuno dovrebbe spiegarci perché mai valga solo per il tennis e, già che ci sono, perché all’estero una simile amenità non sia mai stata presa in considerazione, neppure da nazionali che hanno in ballo semifinali o finali mondiali, non partitelle con la Bielorussia nella zona Euroafricana. Per citarne una su mille, nel 1998 in semifinale l’Italia giocò contro gli Stati Uniti che schierarono Martin, Gambill e Gimelstob. Eppure non arrivarono notizie di un’altra guerra civile da Milwaukee. Quest’anno, poi, è una gara a chi salta più incontri di Davis: il solito Federer, che arriva solo per salvare la Svizzera dalla B, Nadal, Roddick, Blake, una marea di nossignore. E nessuna squalifica.
La verità è che la Davis interessava a Gaudenzi, Furlan, Nargiso, Camporese, all’amico Paolino Canè eccetera, così come ai loro predecessori, anche (in certi casi soprattutto) perché in serie A si guadagnavano tanti soldi. Mica i mille euro della serie B. Non erano tutti figli del motto Dio, Patria e famiglia. Il loro senso patriottico non era più spiccato rispetto alla media nazionale. Erano solo più svegli (e più forti, ovvio). Alcuni giocatori ne intascavano più con la Coppa che nei tornei Atp o negli Slam. Faceva comodo a tutti, la Davis: ai federali, che si prendevano il merito delle vittorie ricordando per esempio che Andrea era un “loro prodotto” (infatti finché è rimasto ad allenarsi in Italia vinceva una partita al mese), o dicendo che stavamo benissimo anche quando non passavamo un turno manco a morire nei tornei. Ai tennisti, che la giocavano alla morte anche perché facevano cassa (quando, in alternativa, per ottenere montepremi di quell’entità avrebbero dovuto far miracoli in tornei quasi sempre fuori dalla loro portata). E pure ai giornalisti, che avevano spazio per raccontare di Canè che batteva Wilander, di Camporese che le suonava a Sanchez e Moya anche se poi Roma e Parigi non li vinceva Omar ma Emilio e Carlos, di Diego che si inventava numeri da circo in doppio contro Becker, Kafelnikov, Ferreira e compagnia cantante.
In tutto ciò, posto che in Italia il ricambio dei vertici della Fit è simile, anche nella frequenza, a quello della segreteria della Democrazia Cristiana, noto che non si considera mai un aspetto mica del tutto secondario. Il capitano. Ricordo che a Vienna, nel 1990, il discusso ma amato e carismatico Adriano Panatta aveva rischiato la graticola per aver schierato (sbagliando clamorosamente) Nargiso in singolare contro la buonanima di Horst Skoff. Prese 6-0 6-0 6-2, il povero Diego. In Italia aspettavano Adriano alla frontiera coi forconi in mano. A Maceiò ‘92 giocò Pescosolido, che finì k.o. per i crampi. Anche lì, giù mazzate.

Corrado Barazzutti
Panatta si alza dalla panchina nel 1997, dopo l’ultima sfuriata col presidente Andreotti-Galgani. Ma se ne va a due mesi da un quarto di finale di World Group vinto a Pesaro contro la Spagna, mica dopo una sconfitta in serie C contro Cip e Ciop. Gli succede Paolo Bertolucci, che si dimostra un ottimo capitano. Tra l’altro, con lui in panchina l’Italia gioca una semifinale e l’ultima finale della sua storia. Essere bravi, a volte, è un handicap. E allora tanti saluti a Paolone, che non aveva colpe se Gaudenzi, Sanguinetti e Nargiso si erano fatti battere dal Belgio ed erano finiti in serie B nel 2000. Nel febbraio 2001, così, ecco la nomina da parte del neopresidente Binaghi per Corrado Barazzutti, che si presentò al grido garibaldino di “Rifarò l’Italia”. Lasciamo perdere gli ammutinamenti di Gianluca Pozzi e soci, la trasferta in Finlandia con Navarra e il povero Luzzi. I fatti sono che, da quel giorno, in serie A non ci siamo più tornati. Sono passati i Gaudenzi, i Sanguinetti e i Nargiso, i Bracciali, i Galimberti e i Bertolini, Volandri, Starace, Seppi, Bolelli, Fognini, Cipolla. Eppure niente. E non è sempre solo questione di sfiga, visto che abbiamo sì trovato due volte la Spagna e una la Svizzera nei playoff per tornare in A, d’accordo, ma c’è pure capitato di perdere contro lo Zimbabwe di Wayne Black e Kevin Ullyett, o di avere un match point da salvare per non tornare in serie C contro il polacco Mairusz Fyrstenberg. Abbiamo perso contro Israele di Sela e Okun.
Risultati scarsi, insomma. E l’ambiente in squadra? Io non sono lì con i convocati, ma vediamo che i nostri migliori giocatori, ormai, quando han da giocare la Davis si comportano come quelli che cercano di fare i furbi alla visita militare. Una volta sgomitavano per un posto in panchina, oggi scappano. Eppure da dieci anni a questa parte è colpa di tutti, della jella, di Seppi, di Bolelli, di Ricci Bitti che ci fa il malocchio nei sorteggi. Ogni tanto danno pure la colpa a noi, che ne parliamo e scriviamo. Mai una riga, però, per il capitano. Cos’è, ha l’immunità? In certi sport i tecnici ’saltano’ anche senza particolari colpe, a volte solo perché non riescono a tenere insieme una squadra. E da tempo è lecito supporre che la squadra stia insieme giusto se si puntano i fucili per convincere i migliori a non scappare dagli spogliatoi e tornare a farsi gli affari loro. Bolelli si è pentito perché di far la guerra a Binaghi non gliene importava niente, quella battaglia interessava solo al suo vecchi coach Pistolesi. Seppi ci ha, come dire, ripensato perché la sua decisione di non giocare lo avrebbe estromesso dalla serie A a squadre (che non conta niente ma è un’entrata piuttosto importante) e per non mettere nei guai il suo coach e danneggiare i suoi collaboratori. Mica per altro: lui, lì, non ci vuole stare.
Ma poi anche tecnicamente si potrebbe, per esempio, considerare che con Corrado capitano l’Italia ha giocato tredici volte in casa. Sapete quante sulla terra? Undici. A parte i match sul veloce contro il Portogallo (e vabbè) e uno sul cemento contro Lussemburgo (doppio vabbè, si vinceva anche giocando in ginocchio sulle noci), insomma, mai una volta si è fatta una scelta differente. Eppure sfido chiunque a sostenere che Andreas e Simone diano il meglio sul rosso. Nessuno ha obiettato alcunché. Forse c’è da pensare che sia colpa di Seppi se non è forte come Barazzutti sulla terra, chi lo sa. Ma chi gioca meglio sulla terra, il capitano o Seppi? A gennaio, poi, proprio mentre Seppi e Bolelli stanno sfiorando i quarti di finale Slam in Australia già ottenuti nel 2009, il capitano fa sapere che quel doppio non gli piace. Ci manca una coppia decente da anni. Ora che ne abbiamo trovato uno dai risultati discreti, talora buoni, ce lo neghiamo a priori perché non sono virtuosi della volée? Mah. Anche qui, però, tutti zitti.
Ora: mica ci si spinge a dire che col miglior capitano del mondo l’Italia potrebbe tornare e restare per anni dove non le compete, cioè in serie A. Però Panatta e Bertolucci evidentemente erano capaci di mettere i giocatori nelle condizioni di dare il meglio: li motivavano, offrivano loro autorità e appoggio. Non mi sentirei di scommettere che l’aria sia la stessa per Andreas, Simone o anche per Potito e Fabio. Il problema è che, sull’argomento, dicono la loro solo in privato. E qui è colpa loro. Se l’argomento dell’inattaccabilità del posto di capitano poggiasse mai sui successi – bellissimi ma evidentemente incomparabili non solo ai tornei importanti, ma anche alla stessa Davis - in Fed Cup basterebbe ricordare che non esiste una regola che imponga al capitano di Fed Cup di fare anche il capitano di Davis.