Racchetta canta – 13

5 marzo 2010

Art 372 c.p. PRIMO COMMA
“Vorrei dire che ho sempre ritenuto la Coppa Davis la cosa più importante, come gli Slam ed entrare nei primi dieci al mondo”. (Andreas Seppi, La Gazzetta dello sport, 3 marzo. Per il reato di falsa testimonianza è prevista la reclusione da due a sei anni: per fortuna la Gazzetta non è organo dell’Autorità giudiziaria).

OGNI DETTAGLIO I
“Sulla carta l’Italia è favorita, ma in Coppa Davis è meglio non fidarsi di nessuno. Lo sa bene anche il capitano non giocatore degli azzurri, Corrado Barazzutti, che sta preparando come al solito in ogni dettaglio questo primo turno”. (Articolo senza firma, Tuttosport, 5 marzo)

OGNI DETTAGLIO II
(Sul sito della Fit viene pubblicata, il 4 marzo, un’intervista filmata al capitano della squadra italiana, Corrado Barazzutti. Gli si chiede conto degli avversari in Davis, i bielorussi).
Domanda: “Scenderà in campo un po’ a sorpresa Bury contro Fognini, visto che il capitano Voltchkov aveva sempre preferito Vasilevski…”
Risposta: “Ah!… Bene, questo… Naturalmente è una cosa… nuova per me perché chiaramente… non lo sapevo. Beh non lo so… Evidentemente… evidentemente non so… avrà avuto le sue buone ragioni Volkov (sic). Io credo insomma che noi domani ci si debba concentrare su questa partita… con molta attenzione naturalmente come ho già detto ai ragazzi e che… niente, bisognerà fare tutto il possibile per portare a casa questi due punti. D’altronde noi vogliamo vincere questo match”.

VIAGGI DI ESPIAZIONE
“Ora che si sono chiariti (Seppi e Barazzutti, ndr), dopo un viaggio Dubai-Castellaneta Marina, la federazione ha deciso. Come se Lippi obbligasse Nesta a volare in Sudafrica, per rimandarlo a Milanello dopo aver fatto due chiacchiere con lui a Città del Capo”. (Angelo Carotenuto, La Repubblica, 3 marzo)

PELO NELL’UOVO
Vincenzo Martucci (La Gazzetta dello sport, conferenza stampa Italia-Bielorussia, 3 marzo): “Come si fa a perdere una finale di doppio 6-0 6-0?”
Fabio Fognini: “Sempre a guardare il pelo nell’uovo”.

SCAMPATO PERICOLO?
“Avrei voluto prendere Bolelli da ragazzo, per incidere nella costruzione. L’ho preso in corsa l’anno scorso, stiamo lavorando”. (Riccardo Piatti, La Gazzetta dello sport, 18 febbraio. Simone Bolelli: da zero a 200 Atp con Luca Ronzoni. Da 200 a 36 con Claudio Pistolesi. Classifica attuale: 127. Partite consecutive perse: 14. Sconfitte al primo turno consecutive: 13)

senzafilo

27 febbraio 2010

Sono stato (anche fisicamente, per fortuna) lontano dal tennis qualche giorno e mi sono sfuggite le beghe della Davis italiana. Però qualche cosa mi è arrivato anche perché Andreas Seppi è un giocatore della società di management di Andrea Gaudenzi e di Lorenzo Cazzaniga, cui peraltro non frega assolutamente niente se dico che Seppi gioca a tennis peggio di Puffo Burlone o se Andrea Scanzi lo prende per i fondelli da mane a sera (anzi: si diverte da matti).

Andreas Seppi (by artista sconosciuto)

Seppi, per me, ha fatto più che bene a dire come la pensa. Anzi, doveva tenere duro fin dall’inizio a Cagliari e fregarsene. Se la Davis gli pesa, in un anno dai risultati flaccidi, ha facoltà di evitarla, come tutti, come succede dappertutto. La prima risposta della federazione, e cioè che i tennisti italiani avrebbero un debito da saldare perché da ragazzini vengono finanziati dalla Fit, è figlia di un ragionamento gretto. Stabiliscano, allora, una regola contrattuale per cui la Fit dà a te dei soldi per emergere e tu dai in cambio alla Fit la disponibilità per tot anni in Davis, se diventi forte. Per fortuna è impossibile da far passare, una legge sportiva tanto assurda. Le presenze in Davis non si possono comprare, neanche indirettamente. La seconda obiezione della Fit consiste nello sbandierare l’esistenza di un principio del Coni che imporrebbe la squalifica per gli atleti renitenti alle convocazioni in Nazionale. Beh, allora da Roma qualcuno dovrebbe spiegarci perché mai valga solo per il tennis e, già che ci sono, perché all’estero una simile amenità non sia mai stata presa in considerazione, neppure da nazionali che hanno in ballo semifinali o finali mondiali, non partitelle con la Bielorussia nella zona Euroafricana. Per citarne una su mille, nel 1998 in semifinale l’Italia giocò contro gli Stati Uniti che schierarono Martin, Gambill e Gimelstob. Eppure non arrivarono notizie di un’altra guerra civile da Milwaukee. Quest’anno, poi, è una gara a chi salta più incontri di Davis: il solito Federer, che arriva solo per salvare la Svizzera dalla B, Nadal, Roddick, Blake, una marea di nossignore. E nessuna squalifica.

La verità è che la Davis interessava a Gaudenzi, Furlan, Nargiso, Camporese, all’amico Paolino Canè eccetera, così come ai loro predecessori, anche (in certi casi soprattutto) perché in serie A si guadagnavano tanti soldi. Mica i mille euro della serie B. Non erano tutti figli del motto Dio, Patria e famiglia. Il loro senso patriottico non era più spiccato rispetto alla media nazionale. Erano solo più svegli (e più forti, ovvio). Alcuni giocatori ne intascavano più con la Coppa che nei tornei Atp o negli Slam. Faceva comodo a tutti, la Davis: ai federali, che si prendevano il merito delle vittorie ricordando per esempio che Andrea era un “loro prodotto” (infatti finché è rimasto  ad allenarsi in Italia vinceva una partita al mese), o dicendo che stavamo benissimo anche quando non passavamo un turno manco a morire nei tornei. Ai tennisti, che la giocavano alla morte anche perché facevano cassa (quando, in alternativa, per ottenere montepremi di quell’entità avrebbero dovuto far miracoli in tornei quasi sempre fuori dalla loro portata). E pure ai giornalisti, che avevano spazio per raccontare di Canè che batteva Wilander, di Camporese che le suonava a Sanchez e Moya anche se poi Roma e Parigi non li vinceva Omar ma Emilio e Carlos, di Diego che si inventava numeri da circo in doppio contro Becker, Kafelnikov, Ferreira e compagnia cantante.

In tutto ciò, posto che in Italia il ricambio dei vertici della Fit è simile, anche nella frequenza, a quello della segreteria della Democrazia Cristiana, noto che non si considera mai un aspetto mica del tutto secondario. Il capitano. Ricordo che a Vienna, nel 1990, il discusso ma amato e carismatico Adriano Panatta aveva rischiato la graticola per aver schierato (sbagliando clamorosamente) Nargiso in singolare contro la buonanima di Horst Skoff. Prese 6-0 6-0 6-2, il povero Diego. In Italia aspettavano Adriano alla frontiera coi forconi in mano. A Maceiò ‘92 giocò Pescosolido, che finì k.o. per i crampi. Anche lì, giù mazzate.

Corrado Barazzutti

Panatta si alza dalla panchina nel 1997, dopo l’ultima sfuriata col presidente Andreotti-Galgani. Ma se ne va a due mesi da un quarto di finale di World Group vinto a Pesaro contro la Spagna, mica dopo una sconfitta in serie C contro Cip e Ciop. Gli succede Paolo Bertolucci, che si dimostra un ottimo capitano. Tra l’altro, con lui in panchina l’Italia gioca una semifinale e l’ultima finale della sua storia. Essere bravi, a volte, è un handicap. E allora tanti saluti a Paolone, che non aveva colpe se Gaudenzi, Sanguinetti e Nargiso si erano fatti battere dal Belgio ed erano finiti in serie B nel 2000. Nel febbraio 2001, così, ecco la nomina da parte del neopresidente Binaghi per Corrado Barazzutti, che si presentò al grido garibaldino di “Rifarò l’Italia”. Lasciamo perdere gli ammutinamenti di Gianluca Pozzi e soci, la trasferta in Finlandia con Navarra e il povero Luzzi. I fatti sono che, da quel giorno, in serie A non ci siamo più tornati. Sono passati i Gaudenzi, i Sanguinetti e i Nargiso, i Bracciali, i Galimberti e i Bertolini, Volandri, Starace, Seppi, Bolelli, Fognini, Cipolla. Eppure niente. E non è sempre solo questione di sfiga, visto che abbiamo sì trovato due volte la Spagna e una la Svizzera nei playoff per tornare in A, d’accordo, ma c’è pure capitato di perdere contro lo Zimbabwe di Wayne Black e Kevin Ullyett, o di avere un match point da salvare per non tornare in serie C contro il polacco Mairusz Fyrstenberg. Abbiamo perso contro Israele di Sela e Okun.

Risultati scarsi, insomma. E l’ambiente in squadra? Io non sono lì con i convocati, ma vediamo che i nostri migliori giocatori, ormai, quando han da giocare la Davis si comportano come quelli che cercano di fare i furbi alla visita militare. Una volta sgomitavano per un posto in panchina, oggi scappano. Eppure da dieci anni a questa parte è colpa di tutti, della jella, di Seppi, di Bolelli, di Ricci Bitti che ci fa il malocchio nei sorteggi. Ogni tanto danno pure la colpa a noi, che ne parliamo e scriviamo. Mai una riga, però, per il capitano. Cos’è, ha l’immunità? In certi sport i tecnici ’saltano’ anche senza particolari colpe, a volte solo perché non riescono a tenere insieme una squadra. E da tempo è lecito supporre che la squadra stia insieme giusto se si puntano i fucili per convincere i migliori a non scappare dagli spogliatoi e tornare a farsi gli affari loro. Bolelli si è pentito perché di far la guerra a Binaghi non gliene importava niente, quella battaglia interessava solo al suo vecchi coach Pistolesi. Seppi ci ha, come dire, ripensato perché la sua decisione di non giocare lo avrebbe estromesso dalla serie A a squadre (che non conta niente ma è un’entrata piuttosto importante) e per non mettere nei guai il suo coach e danneggiare i suoi collaboratori. Mica per altro: lui, lì, non ci vuole stare.

Ma poi anche tecnicamente si potrebbe, per esempio, considerare che con Corrado capitano l’Italia ha giocato tredici volte in casa. Sapete quante sulla terra? Undici. A parte i match sul veloce contro il Portogallo (e vabbè) e uno sul cemento contro Lussemburgo (doppio vabbè, si vinceva anche giocando in ginocchio sulle noci), insomma, mai una volta si è fatta una scelta differente. Eppure sfido chiunque a sostenere che Andreas e Simone diano il meglio sul rosso. Nessuno ha obiettato alcunché. Forse c’è da pensare che sia colpa di Seppi se non è forte come Barazzutti sulla terra, chi lo sa. Ma chi gioca meglio sulla terra, il capitano o Seppi? A gennaio, poi, proprio mentre Seppi e Bolelli stanno sfiorando i quarti di finale Slam in Australia già ottenuti nel 2009, il capitano fa sapere che quel doppio non gli piace. Ci manca una coppia decente da anni. Ora che ne abbiamo trovato uno dai risultati discreti, talora buoni, ce lo neghiamo a priori perché non sono virtuosi della volée? Mah. Anche qui, però, tutti zitti.

Ora: mica ci si spinge a dire che col miglior capitano del mondo l’Italia potrebbe tornare e restare per anni dove non le compete, cioè in serie A. Però Panatta e Bertolucci evidentemente erano capaci di mettere i giocatori nelle condizioni di dare il meglio: li motivavano, offrivano loro autorità e appoggio. Non mi sentirei di scommettere che l’aria sia la stessa per Andreas, Simone o anche per Potito e Fabio. Il problema è che, sull’argomento, dicono la loro solo in privato. E qui è colpa loro. Se l’argomento dell’inattaccabilità del posto di capitano poggiasse mai sui successi – bellissimi ma evidentemente incomparabili non solo ai tornei importanti, ma anche alla stessa Davis - in Fed Cup basterebbe ricordare che non esiste una regola che imponga al capitano di Fed Cup di fare anche il capitano di Davis.

Balle spaziali

23 febbraio 2010

Mi sono segnato e vi riporto qui alcuni aneddoti gustosi, curiosità e piccoli miti legati al mondo del tennis. Frasi, gesti, episodi che si ricordano e raccontano spessissimo. Unico particolare: sono falsi! E allora roviniamo con la verità qualche bella storia. Pronti?

RODDICK CAVALIERE

Leggenda metropolitana Andy Roddick, in un impeto di lealtà sportiva commovente, non sfrutta un match point contro Fernando Verdasco al Foro Italico nel 2005 sul 76 53 0-40, concedendo allo spagnolo di ripetere il servizio dopo che una sua seconda palla, chiamata fuori, viene invece giudicata da A-Rod come buona. Verdasco finisce per vincere il match 67 76 64.

Verità Quel servizio di Verdasco aveva toccato la riga. Roddick se ne accorse ed evitò al giudice di scendere a controllare, cancellando il segno. Lo ammise lo stesso Andy: “Non ho fatto niente di straordinario. Ho solo risparmiato un viaggio all’arbitro”.

CHIAGNE E FOTTE

Leggenda metropolitana Quarti di finale Australian Open 1995: Pete Sampras sfida Jim Courier in una maratona di cinque set. A un certo punto dal pubblico arriva un grido: “Fallo per Tim”, riferito alla malattia che sta uccidendo Gullikson, il suo coach. Pete scoppia in lacrime ma si carica e vince al quinto.

Verità Ce la racconta Sampras, nel suo peraltro deludentissimo A Champion’s mind (pagina 127): “Su questo episodio si è costruito un mito. Non è vero. Non l’ho nemmeno sentito, quel ragazzo che disse quella frase”.  Pete, molto più semplicemente, era stato a cena la sera prima con Tim Gullikson. Che era già seriamente debilitato dal cancro al cervello. Sampras iniziò per conto suo a pensare a Tim, sotto di due set, e per conto suo si mise a piangere.

TUTTO BRACCIO, NIENTE GAMBE

Leggenda metropolitana Roger Federer è emerso e vince grazie alle sue innate qualità tecniche e al talento tennistico. Non ha mai avuto voglia né bisogno di allenarsi.

Verità Federer, come racconta con ampia trattazione René Stauffer nel suo Quest for perfection, fin dall’età di 13 anni si è sottoposto ad allenamenti fisici massacranti nel centro nazionale di Ecublens, che ha iniziato a frequentare nel gennaio del 1995. Pierre Paganini, un severissimo preparatore atletico della federazione elvetica tuttora suo consulente, lo sottopose per anni a sedute strazianti per far emergere le sue qualità atletiche. Roger Federer è uno dei migliori atleti del tennis di sempre e uno dei professionisti più scrupolosi nella preparazione atletica. La tecnica non c’entra niente.

IPSE DIXIT (MA QUANDO MAI?)

Leggenda metropolitana Andre Agassi, ragazzo ribelle, superficiale e irriverente, si rese famoso per un detto scioccante: “L’immagine è tutto”. Un motto che l’ha segnato per la vita.

Verità Agassi non c’entra con quel motto. La frase gli fu messa in bocca dai pubblicitari della Canon, che nel 1990 gli fecero girare uno spot. L’ultima scena, per l’appunto, prevedeva che recitasse quello slogan, giocato sul doppio senso dell’immagine come look e l’immagine fotografica. Nella sua biografia Open (pag. 131) Agassi riporta un dialogo con la ex fidanzata Wendy al termine dell’ultimo giorno di riprese. Wendy: “Ma cos’era quella frase che ti facevano dire alla fine?” Andre: “L’immagine è tutto”. Wendy: “E che vorrebbe dire?” Andre: “Chissenefrega. Era per una fabbrica di macchine fotografiche”.

Leggenda metropolitana Lo scambio più lungo al mondo è durato mezz’ora / un’ora / un quarto d’ora / due ore / mezza giornata. Fu di due tenniste che si misero d’accordo per battere il record.

Verità Mezz’ora e nessun accordo. Lo scambio più lungo (in un match ufficiale) fu giocato il 24 settembre 1984 da Vicki Nelson-Dunbar e Jean Hepner nel torneo di Richmond, Virginia. Durò 29 minuti e la palla fu colpita 643 volte. Capitò tutto per caso. La Nelson vinse quel punto, al termine del quale la Hepner crollò a terra vittima dei crampi. Ancora oggi Jean ha gli incubi pensando a quella partita: altro che combine. Quello che vedete qui sopra, uno scambio in puro stile pallettaro tra Vilas e Wilander, rappresenta un decimo di quanto combinarono (presumibilmente a un quinto della velocità) Nelson e Hepner.

 

Questo è quanto mi è venuto in mente. Ricordate altri episodi dubbi o palesemente falsi? E non parlatemi della maglietta rossa di Panatta in Cile: quella storia era vera, secondo l’unico testimone presente ai fatti.

The best ever

16 febbraio 2010

Credetemi: non voglio riattizzare le discussioni da bar su chi sia il più forte eccetera. Però la mia idea è che una partita così non si sia mai più vista. Sarà che oggi la rete non la frequenta più nessuno, non lo so. Ma ricordo ancora adesso l’amico Antonio Costanzo quando uscì dalla cabina di commento: aveva mezzo metro di pelle d’oca. E non solo lui. Meglio di così non si può. O no?

Racchetta canta (12)

13 febbraio 2010

Detto
La Rai, ora dà battaglia contro Sky. Il nuovo direttore di Rai Sport, Eugenio De Paoli, ha chiesto di essere sentito dalla Commissione vigilanza e appena andrà, presto, spiegherà come alcuni avvenimenti devono essere più protetti. Quello che succede, ad esempio, in Inghilterra. La Rai non vuole competere su certe cifre ma non si arrende. Ha ripreso il volley maschile (quello femminile è ancora su Sky), ha buoni ascolti con le sue trasmissioni calcistiche. Ora De Paoli punta a riavere anche il tennis (Internazionali di Roma, Wimbledon, Roland Garros) e magari pure la prossima Coppa America che si farà a Valencia. (Fulvio Bianchi, Repubblica.itrubrica Spy Calcio, 21 novembre 2009)

Fatto
Per i prossimi tre anni non sarà più la Rai a trasmettere in esclusiva gli incontri di Coppa Davis, ma SuperTennis, il canale tv della Fit. Lo annuncia la stessa Federtennis. I primi appuntamenti saranno la sfida tra Italia e Bielorussia (5-7 marzo a Castellaneta Marina) e l’ottavo di finale del World Group tra Francia e Germania. SuperTennis si è inoltre assicurata per due anni i diritti del World Group di Coppa Davis e quelli del World Group di Fed Cup, match dell’Italia esclusi. (Ansa, 9 febbraio 2010: La Rai perde il tennis)

Cronache marziane
Di certo Rafa non ha colpe se solo un anno dopo lo svizzero tutto casa, lavoro e talento si è ripreso il mondo scherzando gli avversari, compreso il giovane scozzese che in finale ha sbagliato tutto rinunciando a quanto di buono aveva fatto vedere nel torneo, e cioè un tennis finalmente d’attacco, tornando a uno sparagnino gioco di rimessa. E allora ancora una volta viva Nadal, perché il tennis dell’ultimo lustro si divide in due periodi precisi, prima di Rafa e dopo Rafa. Prima di lui Federer imperversava, adesso che lo spagnolo è fuori gioco lo svizzero imperversa di nuovo. Ma è il periodo di mezzo quello che conta, quando Nadal c’era e inventava un modo nuovo di giocare, arrivando addirittura sopra a Federer. (Massimo Rossi, Libero, 4 febbraio)

Moderazione
Non finiscono mai, le ragazze azzurre. [...] In realtà è la frase più efficace per sintetizzare l’ennesima impresa, perché di questo si tratta, di cui si sono rese protagoniste in Ucraina. (Piero Valesio, Tuttosport, 8 febbraio. Per il giorno in cui si vincerà uno Slam è prevista una rinfrescata dell’Odissea)

Contabilità creativa I
La Pennetta vista ieri è da settima, ottava posizione al mondo e pure qualcosa di più [...] (Piero Valesio, Tuttosport, 8 febbraio. Classifica creativa: Serena conta, Venus no. Kuznetsova, Dementieva, Clijsters, Henin, no. Azarenka, Wozniacki, Sharapova sì. Safina e Jankovic no, Wickmayer sì).

Contabilità creativa II
Uno show di tennis prettamente schiavonesco fatto di attacchi, di colpi in controbalzo, di volèe deliziose. Un campionario di bellezze assortite che fa assurgere Francesca al rango di un tennis che, se la assistesse ogni giorno, potrebbe portarla ad entrare pure lei (sic) fra le prime dieci giocatrici del pianeta. (Piero Valesio, Tuttosport, 8 febbraio. Ah: Na Li, Stosur, Radwanska, Bartoli e Petrova non contano per definizione).

Contabilità creativa III
[...] ecco che gli Stati Uniti sempre a-wiliamsate (sic), cioè prive delle sorellone, sono avanti 2-0 contro la Francia che invece almeno una top 20 la schierano nella persona di Alizè Cornet. (Piero Valesio, Tuttosport, 7 febbraio. Classifica Wta 1 febbraio 2010: al numero 65 è rappresentata la Francia, nella persona di Alizé Cornet ).

Latitanza
Messe in viva voce da Sergio Palmieri, dallo spogliatoio gli hanno detto di tutto e il presidente della Fit ha dovuto incassare. (Mario Viggiani, Corriere dello sport – Stadio, 8 febbraio. Se non c’è il diretto Cagliari-Kharkiv, comunque, la colpa è dei comunisti, di Panatta, Tommasi, Clerici, Sky, Eurosport, Gazzetta, Semeraro, Cazzaniga, Scanzi e tutti i nemici dell’Italia).

Far West

11 febbraio 2010

Sul mensile Montebianco è uscito un mio articolo sulle nuove frontiere del doping.

Stricnina, solfato. Un milligrammo in vena durante la corsa, un sorso di brandy e via. È il 1904, maratona dei Giochi di St. Louis. Thomas J. Hicks insegue la testa della gara, Frederick Lorz, ma non ce la fa a prenderlo. Poco dopo si scopre che Fred aveva barato: si era fatto accompagnare in automobile fino a cinque miglia dal traguardo. Squalificato. Qualcuno, però, giura di aver visto l’allenatore di Hicks fargli un’iniezione e allungargli una bicchierata provvidenziale di distillato, col suo assistito barcollante, ma di sfinimento. Hicks ammette. E non viene depennato: ai tempi il concetto di doping, evoluzione del ‘dop’, l’intruglio alcolico con effetti stimolanti diffuso nelle cerimonie tribali dell’Africa nera, semplicemente non esisteva. Cent’anni di sport hanno concepito e imposto in tutto il globo il professionismo. Con lui, a braccetto, il compagno nero, la via più breve ed efficace per ottenere ciò che la natura non dà. Un po’ come il bisturi del chirurgo che fa, in tre ore sotto i ferri, ciò che anni di sudore, ginnastica e diete mai potranno.

È un legame antico quello tra il retrobottega della farmacia e lo sport. Le discipline invernali paiono meno contaminate dal virus rispetto agli sport simbolo della truffa sportiva ma non ne sono immuni, ed è banale ricercarne i motivi: sforzi fisici intensi, estremizzazione dell’agonismo, desiderio di sfondare a ogni costo, i richiami irresistibili dello show business. Tutto ciò vale anche per le discipline bianche. Alberto Tomba, a fronte del numero zero accanto alle doping-truffe nello sci alpino, era solito dire che certe cose non si facessero semplicemente perché non servivano: bastavano le tagliatelle e i tortelli alla bolognese della mamma. Nel tennis Adriano Panatta sosteneva la stessa tesi: non puoi imparare il rovescio con una pasticca e uno sciroppo. Certo che no. Ma puoi contare su un fisico incomparabilmente più prestante, più potente, più veloce, più reattivo, più resistente di quello di un atleta ‘naturale’. Puoi eliminare la paura e la tensione, puoi drogarti per servirti di una lucidità inumana. Nel fondo, per esempio, se ne sono accorti da tempo. La darbopoetina del medagliato di Lahti Johann Mühlegg (dimostrata ma sempre negata), gli steroidi della Egorova, gli ultimi casi dell’Epo ricombinata che hanno messo nel sacco la graziosissima olimpionica Techepalova e più di un biathleta (Iourieva, Akhatova e Iarochenko). Il doping c’è, anche sulla neve, e la sua nuova frontiera non può che seguire la strada tracciata, va da sé per altri scopi, dalla scienza medica. Sono le terapie geniche. La Wada, l’Agenzia mondiale antidoping costituita nel 1999 allo scopo di tentare una lotta sistemica non troppo impari con l’ingegno di chi bara, ha già incluso il doping genetico nella sua ‘lista nera’ nel 2003, definendolo come “l’uso non terapeutico di cellule, geni, elementi genetici o di modulazione dell’espressione genetica allo scopo di migliorare le prestazioni atletiche”. Molto meno agevole di quanto possa sembrare, purtroppo, è distinguerlo da ciò che doping non è. Motivo per cui si chiede, per condannare, la prova che la cura aumenti le prestazioni sportive, che l’assunzione comporti rischi per la salute e che l’utilizzo della terapia sia stato scelto in violazione dello spirito sportivo, non per curare una patologia. I 35 laboratori della Wada sparsi per il mondo (uno è in Italia, ospite della federazione medico-sportiva all’Acquacetosa) sono concentrati sulla messa a punto di un test infallibile per accertare l’uso dell’hGH (human Growth Hormone), l’ormone della crescita. L’esame, agli esordi traballante, esiste dal 2004 ed è in continua evoluzione: la sua capacità di scavare nel recente passato degli atleti è ancora troppo limitata e, durante la preparazione estiva, è ancora relativamente agevole nasconderne l’uso. Si è studiato un protocollo che utilizza delle nanosfere, le stesse impiegate nella lotta mirata alle neoplasie, per rendere l’esame più efficace nell’accertamento.

In sostanza, però, risulta difficile dare torto a chi sostiene che la mancanza di test positivi dimostri l’inesistenza della piaga negli sport invernali: ecco perché, prima o poi, salterà fuori qualche altro nome. Che probabilmente si difenderà sulla scorta del caso di Eero Mäntyranta di Pello, paesino felicemente aggrappato agli ultimi scampoli di terra ai margini del Circolo Polare Artico. Eero fece suoi tre ori e altre quattro medaglie olimpiche tra il 1960 e il 1968. Accusato di imbroglio – un test del 1972 lo trovò positivo alle amfetamine – riuscì nell’impresa di dimostrare d’essere portatore di una mutazione ereditaria del gene preposto alla recezione dell’eritropoietina. Morale: produzione anomala di globuli rossi, capacità aumentata del 50% di trasportare ossigeno e spostamento in là la soglia della fatica. Un esempio rarissimo di autoproduzione dopante di Epo. Ma non una vittima della natura: Mäntyranta, arzillo 72enne, ha ammesso candidamente di aver fatto uso di ormoni, che ai suoi tempi non erano vietati. A quei tempi c’era il far west, oggi tocca alla criminalità organizzata.

Refusi

4 febbraio 2010

Il principe Piangina?

1 febbraio 2010

Andy Kleenex Murray

L’anno scorso se la presero in tanti, con Roger Federer, perché s’era messo a piangere. Si disse che non sapeva perdere. Che non aveva dignità. Non ero molto d’accordo: nella vita si può anche piangere e può anche succedere in pubblico se si è delusi, se capita qualcosa di brutto. La storia della virilità alla uomo-Denim m’ha sempre lasciato perplesso (ok, mettiamola così: piango come una fontana e devo difendere la categoria, contenti?) Adesso, però, diventa dura: perché a piangere non è stato Federer per la vittoria, né Federer per la sconfitta. A piangere è stato il cattivo, il rude, il ragazzaccio smaliziato, lo squalodentato (come mamma Judy) Andy Murray. E perché ha pianto? Perché pensava, a un anno e mezzo di distanza dalla sua prima finale Slam, di essersi avvicinato a Roger, di potersela ormai giocare alla pari nei tornei che regalano l’immortalità. Invece no. “So piangere come te, Roger, purtroppo non riesco a giocare come te”. Ha pianto perché ha perso e perché non è mai stato vicino a vincere.

Vogliamo, allora, prendercela con lui? Vogliamo dargli della commessa da profumeria? Del pirlotto che non sa accettare la disfatta, anche solo per senso di equanimità dopo aver legittimamente sostenuto l’insostenibilità delle lacrime svizzere del 2009? Ma no, dai. Lasciamolo piangere in pace. Sta lavorando come un pazzo per entrare nel Club, ha le qualità per ottenere la tessera e prima o poi gli capiterà per le mani uno Slam (come a tutti gli altri pretendenti, succederà più agevolmente quando Roger si metterà in pensione). Per ora, ciccia. E Murray non giocherà due finali su quattro, d’ora in poi.

Sul match non c’è molto da cavillare. Vero che Murray avrebbe potuto portarlo al quarto set, altrettanto vero che Federer ha controllato troppo a lungo il gioco per pensare che la partita potesse ‘girare’ come era capitato ad Andy in semifinale contro Cilic. Mi aspettavo un Murray più incisivo da dietro e ancora più risolutivo con la prima di servizio. Invece era molto teso e, quando gli capita, il dritto comincia a traballare. Tra l’altro, e forse per la prima volta, ha sentito veramente il peso di una nazione incollata alla tv che era pronta a incoronare l’erede di Fred Perry (non sono 150.000 anni, come dice Roger, che un britannico non vince uno Slam, ma comunque tanti: 74) e che soffiava dietro ogni sua palla. A Wimbledon, certo, la pressione è più tangibile (sembra di assistere ai match dell’Arsenal, quando ai Championships gioca Murray) ma oggi in Australia si era convinti che Andy e Ruggiero partissero 50 e 50. Credo fosse lo stesso pensiero del clan Murray e la realtà ha aperto i rubinetti oculari allo scottish fighter a partita conclusa.

Certo che un anno fa c’erano tutte le premesse per credere che la Fed-parabola fosse in declino (io ne ero convinto, onestamente). Poi Rafa si è fatto male, Roger ha vinto a Parigi e la storia è cambiata. Pure Roddick è semirisorto, altra cosa su cui non avrei scommesso un euro, con la finale a Wimbledon. Che vi devo dire? Se Andy vincerà uno Slam già quest’anno? Non so, però fossi costretto voterei per il no. Se Rafa riprende in tempo per arrivare al top a Parigi rimane il numero uno. A Wimbledon prendo Federer vita natural durante. Agli Us Open la concorrenza si allarga: del Potro, Djokovic, Cilic (è d’obbligo considerarlo da corsa), Davydenko se avrà trovato un bravo strizzacervelli.  

FantaScanzi

29 gennaio 2010

Leggete la fantarassegna stampa di quel bischero (so che gli piace essere chiamato così, da quando Jovanotti inaugurò la moda) di Andrea Scanzi di quest’oggi. Come spesso accade, quando si soffre si dà il meglio. E i sette raminghi giochi racimolati dal povero Cassisus Jo contro l’odiato Federer lo hanno immediatamente convinto a smettere di darsi per troppo impegnato nel forgiare la sua prossima fatica letteraria e a tirare giù, in quattro e quattr’otto, una paginata esilarante.

L’urlo di Munchray

28 gennaio 2010
"Non credevo di avere la bocca così grande", dice Andy al brillante intervistatore Jim Courier

"Non credevo di avere la bocca così grande", disse Murray all'ottimo intervistatore Jim Courier

“Dai, dai, dai!” si incitava così, Marin Cilic. Un ragazzo che ho imparato ad apprezzare profondamente ma che non potrò mai amare (troppo sfarfallone col dritto, troppo fondocampo, nessun movimento esteticamente seducente, e pure monoespressivo). Per un set e mezzo ha fatto tremare Andy Murray, cui manco i canini aguzzi di mamma Judy riuscivano a ispirare una pur minima reazione. Fatto il break con quello scambio straordinario, chiuso dal passante ‘a giro di frittata’ e annesso Urlo di Munch, il match è girato. E Andy ha fatto in tempo a giocare il colpo dell’anno (almeno finora): un passante tirato tra il paletto e il seggiolone del giudice, l’abulico Pascal Maria. Tutto quel che rimane di Italia mascolina sul Centrale è il broken italian di Cilic, imparato a Sanremo dove vive e si allena con coach Brett.

Non ho ancora ben chiaro l’harakiri di Davydenko. La spiegazione della fifa nel giocare contro Federer secondo me non regge. O almeno, non basta. Perché altrimenti non lo batti due volte di fila (sì, due set su tre, sì, non in uno Slam ma a Londra si giocava il Master, mica il torneo aziendale) e soprattutto non parti 62 31 con tre palle del 41. Alla prima inezia, una stecca di rovescio di Roger che salva una palla break, Kolya è sparito. Tredici giochi a zero. Ma come si fa? L’unica cosa che mi viene da pensare è che Davydenko (del tutto inutile leggere la sua conferenza stampa: non dice niente a riguardo) si stesse rendendo conto di essere veramente vicino, per la prima volta, a una finale Slam, e soprattutto altrettanto vicino al successo. E lì, Federer o non Federer, è andato in tilt. Poi certo: se ti spegni per due set con Nadal e sei Davydenko puoi ancora vincerla sul cemento, perché Rafa non ti passa sopra col bilico. Murray neanche, Djokovic nemmeno. Invece Federer ha il tennis per spazzarti via dal campo, se cali. E infatti, guarda caso, Ruggiero non ha più steccato mezza palla. E ha macinato vincenti, una volta capito che l’altro aveva contratto il virus Choker A.

Certo che se uno come Davydenko chiuderà la carriera senza un major la colpa sarà solo ed esclusivamente sua. Perché a forza di darsi dello sfigatello ci crede veramente e, anche oggi che sta giocano meglio di tutti (a parte Nadal a Parigi 2008 e sprazzi di Nalbandian, ricordate altri capaci di prendere per il naso Federer in maniera così imbarazzante?) se ne torna a casa con le pive nel sacco. Se non credi in te stesso, chi ci crederà?