Ricontiamoli

[stralcio di conversazione con un collega di un quotidiano nazionale a Roma, 31 gennaio 2012]

Lui: Ehi, hai letto come ha titolato oggi il Giornale?
Io: No, come?
Lui: Così: “Ha vinto Djokovic, non ha perso Nadal“.
Io: Veramente?
Lui: Veramente. Allora gli ho scritto una mail: “Staranno mica ricontando le schede?”

La finale-monstre

La finale-monstre

[pubblicato sull'Unità del 30 gennaio 2012]

Assorto, lo sguardo dolorante al Rolex di quarzo che segnava 5 ore e 53 minuti – la finale dello Slam più lunga di tutti i tempi – mister Rod Laver, 73 anni segnati da un ictus, deve aver pensato a uno dei suoi tre Australian Open. Forse all’ultimo, quello del 1969, prima delle quattro tappe di un Grand Slam mai più ripetuto nel tennis maschile. Tre set per superare Andres Gimeno, raro spagnolo anallergico all’erba. Ma il nostro pianeta, quello abitato da Djokovic e Nadal, è un altro corpo celeste e Rod l’alieno non sembra riuscire a farsene una ragione, eccezion fatta per il suo erede Federer. Il tennis della finale 2012 di Melbourne Park andrà raccolto e conservato come un distillato senza precedenti di preparazione fisica, doti atletiche, coraggio, volontà e determinazione da parte dei due migliori atleti che mai abbiano calcato un campo. Le gobbe di fibra rossa alla Superman di Nadal, forgiate nell’adolescenza da un trainer innovativo di Maiorca, Joan Forcades, contro i nervi stirati all’inverosimile nei mesi di lavoro invernale di Nole. Fatti cozzare l’uno contro l’altro, come meteoriti in una prova di forza per la sopravvivenza, han fatto fuochi e fiamme dall’ora dell’aperitivo a quella dei sogni, morendo e risorgendo a momenti alterni. Rafa, che di partite contro il numero uno del mondo ne ha perse sette consecutive, tre di fila in uno Slam con questa, ha lasciato tutto sul centrale aussie, anche quello che non aveva. Sotto due set a uno, 4-3 e 0-40 ha giocato i cinque punti migliori del match. Passato indenne attraverso un tie-break che lo vedeva sotto 3-5, ha rifiutato la resa. E ce l’aveva fatta, ormai. Un break di vantaggio nel quinto, 4 giochi a 2, 30-15 e un comodo rovescio da appoggiare di là, a Djokovic sulle ginocchia. Sbagliata quella palla, la memoria emotiva ha fatto clic. «Contro questo qui non vinco mai, questo qui non muore mai», ha pensato Rafa. E Novak ha intercettato, in una mezza smorfia dello spagnolo, quel segnale fioco ma chiarissimo di umana incertezza che attanaglia Nadalito proprio mai, se non contro l’unico essere al mondo in grado affrontarlo buttandola sul fisico. A tutto aveva pensato, il clan Nadal, non che potesse arrivare un Nadal capace di quello zero virgola in più: più veloce, più forte, più resistente. Più tenace.
Non è stata una bella partita di tennis. Piuttosto, epica sportiva: come si potrebbe chiedere ad Alex Schwazer di marciare composto dopo 50 chilometri olimpici? Se metti due fenomeni, dalle qualità fisiche tanto straripanti da meritare un circuito a parte, nelle condizioni di giocare su un campo lento, con palle lente, in serata – invariabile omaggio ai network televisivi mondiali per compensare il fuso orario – la reazione è certa. Sarà lotta con spargimento di sangue. Una corsa a esaurimento entusiasmante, estenuante tanto da scommettere su una lunghissima pausa dei due prima della ripresa dell’attività annuale, nella quale tutto è reso estremo. A parte il tennis, inteso come qualità e varietà nel toccare la palla: qualcosa va ineluttabilmente sacrificato, in questo tennis-triathlon destinato ai supereroi, e la vittima è la qualità tecnica.
Gli Australian Open ci restituiscono un re del ranking che mette le mani sul quinto Slam, il quarto degli ultimi cinque, e che sposta più in là il limite di resistenza umana sul campo da tennis: in due giorni ha sfiancato, colpito e affondato due killer come Murray e Nadal per dieci ore e 43 minuti di ritmi forsennati. Una cosa simile, davvero, non s’era mai vista. Il povero Rafa, che proverà in queste ore un’impotenza simile a quella cui ha costretto Federer in nove anni di sfide quasi sempre sbilanciate, somiglia sempre più a un guerriero Shaolin che tenta di abbattere la propria ombra. Più ci prova, più perde il senno. «Ogni anno diventa più dura», ha sussurrato. Detto a gennaio suona come un colpo da knock-out: lo stesso che, nel corso del quinto set, aveva rifilato al nemico al termine di uno scambio assurdo, indicibile, esaurito col serbo crocifisso al cemento. Solo che Novak, maledizione, si è rialzato.
Mister Rod Laver è  rimasto su fino alle due del mattino per consegnare la terza Norman Brookes Challenge Cup nelle mani piagate di Novak Djokovic. Rompendo un cerimoniale centenario, gli addetti hanno dovuto far accomodare i due gladiatori su una seggiola: non si reggevano in piedi, rischiavano di ruzzolare giù dal palco mentre il presidente di Tennis Australia gongolava al microfono per la finale dei record. Anche nel pubblico: 686.000 spettatori nelle due settimane, primato assoluto che merita l’investimento di 160 milioni di canguro-dollari per rendere l’impianto, già sfavillante, ancor più tecnologico e accogliente. Nel mentre, l’anziano Red Rocket si domandava una volta di più, tra il suo e quello dei giorni nostri, quale fosse mai il tennis vero.

Il primo grunt

Il primo grunt

L'urlo di Vika può raggiungere i 100 decibel

[pubblicato sull'Unità di domenica 29 gennaio 2012] Come una motosega, l’ultimo grugnito di Victoria Azarenka squarcia il cielo di Melbourne ancora rossiccio dei fuochi della notte dell’Australia Day, celebra una nuova numero uno del mondo e offre argomenti per qualche pensiero. Victoria e Sharapova mettono insieme un potenziale da Grand Slam ma, parimenti, un coro di urlatrici imbarazzanti: tanto da aver costretto la Wta, il sindacato del tennis rosa, a un comunicato nel quale si promette di prender carico della problematica e di trovare la via per zittire le stelle strillanti. Rammentato che nella finale di Wimbledon 1992 la questione fu risolta agilmente – il comitato inglese intimò a Monica Seles di colpire le sue pallate in silenzio, e così fu – il tennis ha una nuova, benché ancora incerta padrona. Azarenka, figlia della custode di un club a Minsk, il tennis lo ha imparato contro il muro mentre mamma lavorava. È l’ultima versione del corri-e-tira: gran fisico, impatti violenti, rovescio bimane mortifero, servizio ormai robusto, grinta spianata e pazienza per la mano quadrata, se c’è da giocare di fino. Del resto non c’è da giocare di fino. Era sufficiente, in questa sua prima finale in un grande torneo, caricare i colpi con più pesantezza dell’altra gran badilatrice, Maria Sharapova. Vika, col suo completino fluo, l’iPod caricato a musica R&B nelle orecchie è tra le poche a poterselo permettere. Tempo di assorbire l’impatto con la fifa (0-2, 0-30 contro una ragazza che di finali Slam ne aveva già disputate cinque) e 12 dei successivi 13 giochi sono finiti in mano sua. Una tradizione che si cementa, quella delle vincitrici Slam scelte tra un ventaglio di pretendenti quasi alla pari: l’anno scorso furono Clijsters, Li, Kvitova, Stosur. Mesi prima toccò anche alla Schiavone, a Parigi. Oggi si comincia con la pulzella Azarenka, classe 1989 (l’anno di Chang e Arantxa Sanchez a Parigi!) il cui merito si estende all’aver scrollato via dal seggiolone di prima giocatrice del pianeta. Quella Caroline Wozinacki efficacemente nota nell’ambiente come wall-zniacki, perché dedita alla più pura e stolida delle difese. Un catenaccio del tennis che premia nei punti-classifica ma tradisce negli Slam: non è questione di sfortuna se la bambolona danese queste finali non le gioca mai, è che «non puoi essere la numero uno e giocare solo a buttarla di là» (verbo santo di Martina Hingis).
Con la spalla ricucita e la tenacia di chi ha conosciuto la fame, Sharapova aveva progettato il suo gran rientro in Australia, a quattro anni esatti dalla sua ultima vittoria in un major. Le condizioni erano favorevoli, la concorrenza sbiadita – Serena zoppa, Venus dispersa, Clijsters incerta, Henin pensionata, Kvitova ancora immatura e domata in semifinale). Azarenka ha detto no, con i suoi due anni di vita in meno che paiono dieci a ripassare la cartella clinica di Masha e a misurare il carburante consumato per accelerare a tutta, dall’infanzia in avanti. Il futuro è loro, di Petra e di quelle poche stelle che ancora frequentano il Tour, spolpato da un’epidemia di fuoriclasse utile certo a rendere più irresoluti i tornei, altrettanto a farne crollare le quotazioni in qualità.

La mattinata australiana porta con sé un nuovo rigo della rivalità Djokovic-Nadal. Un’altra finale Slam, come fu a Wimbledon, poi a New York 2011. Il recente passato ha portato pessime notizie per Rafa, incapace in sei sfide di spuntarla una sola volta contro il serbo cyborg. Freud avrebbe apprezzato il commento di Nadal dopo la semifinale quasi vinta da Murray su Nole: «Andy ha perso una bella occasione». La parte inespressa del pensiero è: ha perso un’occasione per togliermi di mezzo l’unico ostacolo che non so superare. Forte di un giorno di riposo aggiuntivo, Rafael ha rischiato di tornare a casa a torneo ancora chiuso per un dolore lancinante e improvviso al ginocchio. Acciaccato nelle ultime due edizioni dell’Open australiano, questa volta la salute è dalla sua. Tutto il resto, no: il numero uno del mondo è eternamente assetato di successo, ha superato crisi respiratorie e fatiche sovrumane, ha imparato a memoria il codice per disinnescare Nadal ed è pronto a ripeterlo in finale. A proposito di decibel: mai pensato di misurare le esalazioni del Fenomeno di Manacor? Anche nel grunting Azarenka, al confronto, è una debuttante.

La piccola Laura, la povera Court

La piccola Laura, la povera Court

[pubblicato sull'Unità del 18 gennaio 2012] Ai tempi della Margaret Court di bianco vestita, campionessa educanda dal nerbo mascolino capace di undici trionfi nello Slam australiano, lo chiamavano il vizietto. Poche, in quello sport di élite, erano le situazioni promiscue; tanti, tantissimi i rapporti, le storie, i fidanzamenti tra donne di cui il circuito femminile aveva piena contezza. Solo che nessuno, fino alla pioniera Billie Jean King negli anni Settanta, aveva osato avanzare una sacrosanta petizione di pari diritti per le ragazze: stessi soldi dei maschi, stessa dignità, stessa libertà. Anche sessuale. Una giovane partner (di doppio, chiacchiere a parte) della signora King, donna regolarmente maritata ma dalle ampie vedute, si chiamava Martina Navratilova e il suo outing contribuì definitivamente a sdoganare una realtà segreta come Pulcinella: l’incidenza di donne omosessuali tra le tenniste.

Di tutto questo pare francamente essersi persa qualche passaggio, la signora Court, con i suoi 24 titoli Slam e quattro figli che significarono altrettante pause-maternità in una carriera che ha trasceso tre decadi, tra la fine dei Fifties in bianco e nero e l’avvicinarsi degli anni Ottanta in technicolor. Da un sano orgoglio cattolico l’australiana più vincente di sempre si accodò al credo più stringente dei pentecostali, e mentre il mondo accelerava centrifugando le scorie di un puritanesimo reso ridicolo dai costumi lei prese ad arringare i fedeli come fervente pastora di Perth. Con parole più pesanti del suo temutissimo servizio piatto. «I gay – questa la sua illuminata posizione – indulgono in pratiche abominevoli. E pretendono diritti matrimoniali che non hanno, perché le unioni omosessuali sono insane e innaturali». Altro che doppio fallo. La modernità ha portato anche il tennis a rimuovere la patina e scoprire in sé le metastasi del mondo, come il proliferare dei germi della violenza su baby tenniste da parte di bruti travestiti da coach. La Court è riuscita in un salto mortale del canguro all’indietro, ai tempi in cui il solo pronunciare la parola gay dava scandalo. Di reazioni stizzite, come quella di miss Navratilova («Visione miope e davvero spaventosa») le agenzie ne hanno battute a ripetizione. Ma la migliore è stata silente, discreta ed elegante come Laura Robson, gracile promessa britannica classe 1994 e nata, guarda un po’ il destino, a Melbourne. La sorte ha voluto altro: che la giovane mancina sfidasse Jelena Jankovic nel primo turno di questi Australian Open proprio sulla Margaret Court Arena, terzo stadio per prestigio nel complesso di Melbourne Park. Robson ha giocato con un elastico multicolore a reggerle la treccia. Quel microsimbolo universale delle lotte di gay e lesbiche ha concentrato il senso di una reazione di pura classe da parte di una teenager sì promettente ma lontanissima dai trionfi di nonna Margaret. Un gesto così semplice da rendere ancor più grottesca la presa di posizione della signora Court, che con altra grazia accompagnava le sue magnifiche volée. È bello pensare che George Bernard Shaw avrebbe esteso al tennis il suo aforisma sul golf, quando sosteneva che per eccellere nella disciplina non fosse necessario essere stupidi ma che aiutasse. Ancora acerba ma provvista di diplomazia, Robson non ha attizzato il fuoco delle proteste contro le becere esternazioni della vecchia regina. «Non intendevo protestare contro nessuno, anche perché non ho parlato con lei di questi argomenti. Semplicemente credo nell’uguaglianza dei diritti». Come dire: non serve litigare, ci sono cose che non si possono insegnare ai giovani, altre che nemmeno da vecchi si riescono a capire, o ad accettare. Robson ha perso 62 60 e non sarà mai la Court. Ma si può consolare: il suo tennis si può migliorare, mentre da certe bieche dottrine ci sono persone che non si affrancheranno mai.

Alla fine della fiera…

Alla fine della fiera…

So che siete abituati a leggermi per il tennis, però sono davvero felice di comunicarvi l’uscita del mio primo libro: Alla fine della fiera. Non si parla di sport ma di politica, di Tangentopoli e di una storia rivoluzionaria capitata solo vent’anni fa. Sono onorato di essere stato incluso in una famiglia che abbraccia il presidente Oscar Luigi Scalfaro, Giancarlo Caselli, Stéphane Hessel, Paolo Flores d’Arcais e tanti altri. Per me è un sogno, per voi spero sia – se vi interessa – una lettura interessante.

Presentazione c/o Circolo dei lettori, Torino
Giovedì 23 febbraio h.21, modera Massimo Gramellini

Alla fiera del Forum

Alla fiera del Forum

Questo vuole essere un resoconto scherzoso di una giornata in cui l’unica cosa importante è stata il successo di pubblico. E uno spunto per gli spettatori ‘normali’ che pensano con odio ai privilegi di casta, dai pass per i concerti in su, concessi a una ristretta cerchia di eletti: tranquilli ragazzi, a volte la vita sa vendicarsi!


ore 14. Assago city. Tiro giù il finestrino di fronte al parcheggio stampa. C-zzzzz. «’ngiorno, sono accreditato: posso passare per cortesia?» «Sì ehm cioè no, se ha l’accredito sì». «L’accredito ce l’ho, però devo passare a ritirarlo al botteghino». «Eh allora niente». «Scusi: se prima non mi fa arrivare all’ufficio accrediti a ritirare il pass come posso farglielo vedere? Guardi, glielo mostrerò all’uscita: se non ce l’avrò si ritenga autorizzato a sequestrarmi il mezzo». «No non si può, ho avuto disposizioni». Disposizioni pensate da John Nash? Comincia così, all’insegna degli sketch di Carlo Verdone, La grande Sfida. Le Williams, Pennetta, Schiavone e undicimila appassionati di tennis. Unica opzione praticabile per me è il parcheggio del Carrefour, dall’altra parte dell’autostrada Milano-Genova.

ore 15:20. «Senti, dimme ‘na cosa: ma da dove spunti, tu? Non t’ho mai visto in ‘sta fila e adesso me sbuchi pure davanti?». Il brindisino che mi sorride facendo sbellicare il suo gruppo di amici mi dà una pacca a cinque dita sulla clavicola. Dice che se fa per scherzare, che non ce l’ha con me ma dopo un’ora di coda tanto vale farsi du’ risate invece de piagne. Leggo dal tesserino dell’ordine, che allunga alla signorina di là dal vetro (scavalcandomi) che trattasi non di parente della Pennetta ma di Cosimo Taveri, detto Mino, una celebrità del calcio italiota. Con una scelta di lungimirante leninismo hanno deciso di mettere biglietteria e accrediti insieme: siete tutti uguali, giornalisti e popolo, al cospetto del partito. Non solo: i giornalisti sono in coda non negli otto tornelli frontali del gabbiotto ma nei due laterali (li vedete nella foto? Ecco, quelli) insieme ai detentori di ogni tipo di biglietto omaggio. Così ho tempo. Tanto tempo. Sufficiente, per esempio, per fraternizzare con un giornalista norvegese sosia del dottor Green di E.R. L’occasione è propizia per ripetere una scena che a ogni italiano con un minimo di vita sociale capita almeno una volta: trovarsi in soggezione mentre uno straniero sostiene sconsolato che this would never happen in my country, una cosa simile da noi non succederebbe mai. Fingo: guardi signor giornalista norvegese, è la prima volta anche per me e non mi capacito di tanta cialtroneria. Bum. Green, però, non è stufo di prendere botte, è proprio affranto: da quaranta minuti sventola il suo pass stampa a una signorina che non ne vuol sapere di prestare attenzione a quel braccio che pencola di fronte al vetro: è alle prese con un tizio riccio sommamente alterato «perché Lorenzo mi ha detto che adesso viene lì e vi fa un culo così: sto aspettando tre biglietti da due ore e lui mi ha confermato che voi li avete, che cazzo significa che non li trovate? E lei signora la smetta di spingere perché tanto di qui non mi muovo». Riattacco bottone col norvegese: gli spiego che lo so, che siamo italiani, volèmose bene, è pure caduto Berlusconi e tutto quella che capita di brutto a Milano è colpa di Pisapia, compresa la dottrina comunista nella distribuzione dei tagliandi. Sto prendendo gomitate, in fila, da uno svizzero baffuto che agita una busta e urla: «Signoriiiiina, qui ci devono stare due biglietti, non uno! Due! Legga la mia MELL (pronunciato così), le ho mandato una MELL stamattina! La MELL, trovi la MELL!» Siamo come profughi in attesa della zuppa davanti alla cambusa. In sessanta minuti di attesa catatonica ho imparato che la parola d’ordine è: Lorenzo. Qui sul lato destro del gabbiotto tutti sono amici di Lorenzo, invitati da Lorenzo, colleghi di Lorenzo, compagni di merende di Lorenzo, sodali di Lorenzo (che scopro essere Lorenzo Dallari, un giornalista del volley di Sky, perché un ragazzo coi camperos e gli occhialini senza montatura – il resto non l’ho visto, per respirare nella calca guardavo esclusivamente o per terra o in alto – incrocia il mio sguardo e dice «No perché noi siamo con Dallari, siamo accreditati»: evidentemente ho un volto da individuo in alcun modo accreditabile e, soprattutto, la faccia di quello cui interessa sapere se un ragazzo coi camperos ha un accredito a nome Dallari).

ore 15:28. Schivo la capellata a tre piani di una signora che ride solo a occhi chiusi e parla da dama di corte (esattamente come Meryl Streep nel Diavolo veste Prada). Riesco a piazzare la faccia davanti al vetro: «buongiornoahia!ilgomitostiaattentoehmsalvescusiperfavore hounaccreditostampanomefedericoferreropertennismagazinegrazietante». Con la coda dell’occhio vedo un collaboratore di Tennis Italiano che mi ha preceduto di qualche metro e ora, sprezzante delle fettucce biancorosse di divieto, si sta scapicollando per salire le scalinate frontali del Forum mentre uno steward mastodontico, evidentemente poco d’accordo, gli corre dietro cercando di afferrralo per lo zaino. Mi sfugge il motivo di tanta fretta (lo scoprirò presto, e non ha a che fare con le mutande di Venus). La signorina, intanto, è scappata nel retrobottega: cerca il mio pass. Si confronta con le colleghe, parlotta: ahia. Torna dopo quattro-minuti-quattro durante i quali rischio di asfissiare per la pressione della calca. Mi allunga un coso di plastica col pendaglio, senza dire niente, con l’aria della studentessa timida che consegna al prof un compito vuoto sperando che lui se ne accorga il più tardi possibile. Guardo. C’è scritto: CREW. Il pass è anonimo, solo un numero: 270. Personale di lavoro, addetto 270. Lei capisce cosa sto per dire: «Elososignoreharagionemidispiace. Peròipassperlastampasonofiniti mirimanesoloquestoabbiapazienza». Non me ne frega niente, se il problema è avere un foglio plastificato che annuncia al mondo il mio mestiere di giornalista: ma che ci faccio col pass degli attrezzisti? Sposto le transenne?

ore 15:29. Mentre mi libero dalla morsa della fila, un signore ha tempo di prendermi a male parole perché è ancora in coda e non gli so dire se la sua è o non è la fila giusta per gli ospiti MCA Events (chi?). Gli dico di rivolgersi a Meryl Streep in prima fila, se ci riesce. Faccio lo slalom tra due bagarini (uno vuole comprare biglietti, l’altro venderli: ma si mettano d’accordo tra loro, no?). Entro davanti a due ragazzi che sostengono la superiorità mondiale e trascendente le epoche del tennis di Venus: tira troooooppo forte col dritto. Ed è troooooppo figa (cit.). Il tennis è miracoloso perché puoi guardarlo per anni e continuare a capirci mooooooolto poco.

15:40. Col mio pendaglio CREW n.270 guadagno il parterre, a un angolo del campo. C’è un Bmw nera in esposizione, ingentilita da due piante di ficus per il vero un po’ loffie. Passa Ubaldo (Ubitennis): gli chiedo se esiste una sala stampa, ché più tardi dovrei mandare qualcosa all’Unità sulla finale di Davis. Risposta: sorriso sarcastico. Manco i posti a sedere, ci sono. Ah. Mi rivolgo a un buttafuori (almeno, credo sia un buttafuori: ha la camicina marrone, le scarpe lucide, l’anello e l’auricolare, il pizzetto del buttafuori. Si guarda intorno attento e fiero, come se da lui dipendesse la cattura di un commando di tupamaros infiltrati tra la folla con cinture esplosive: è un buttafuori, senza dubbio). Riporto il dialogo, pari pari.

FF: «Buongiorno, mi scusi: sa dirmi dov’è la tribuna stampa?»
Buttafuori: «Se non ha un posto non so, qui non ci sono posti, è un problema suo. Si allontani che qui non si può stare».
FF: «Credo di non essermi spiegato. Buongiorno, sto cercando la tribuna stampa. Sono un giornalista ma purtroppo i pass stampa erano esauriti e mi —»
Buttafuori: «Non esiste la tribuna stampa o la tribuna cheneso. Né qui né altre tribune, esiste (sic). E ora cortesemente spostatevi via di qui (sic) perché qui non ci può stare nessuno, al massimo là dietro la transenna».
FF (lievissimamente spazientito, dandogli le spalle): «Sì vabbè, ho capito».
Buttafuori: «Ou, te (sic): ’sì vabbè ho capito’ cosa? Ou, ma che cazzo vuoi, te? Tribuna stampa? Fammela vedere ‘sta tribuna stampa! Ma che cazzo vuoi?».

Prima di essere preso per il collo da una tenaglia a guisa di mano umana vengo salvato da un ignaro steward che si sposta dalla mia vista, offrendo involontariamente agli occhi un cartello grosso così: STAMPA. Guardo Ivan Drago da Lissone rinfrancato e con aria di sfida: ecco dov’è la tribuna stampa, o gemello siamese di Will Hunting.

Solo che non ci sono posti. Ecco perché ci si scapicollava: chi prima arriva meglio alloggia. Come in un campeggio. Comunista, aggiungerei: niente posti riservati, tutti sono uguali davanti alla legge della Grande Sfida: se sei arrivato prima, meglio per te. Allungo lo sguardo verso i banchi. Due file. Vedo seduti un paio di ragazzini in età prelavorativa, se non prescolare: uno sembra stia giocando con un videogame portatile. Se sono giornalisti accreditati ne devo indurre che ci sono testate per le quali la bieca pratica dello sfruttamento dei minori è ancora un vizio. Riconosco anche delle signore, socie di un circolo di tennis esclusivo di Milano in zona San Siro. Pass stampa. Se le sciùre sono giornaliste allora mia nonna Caterina potrebbe definirsi legittimamente reporter, almeno finché compilerà la lista della spesa prima di andare alla Coop.

ore 15:50. Bello quando scopri che non ce l’hanno solo con te. La tua situazione rimane la stessa però ti senti sollevato: solo un cervello come quello umano poteva avere questa pensata geniale del mal comune eccetera.  In piedi, privi di mèta e di soluzioni: sono con l’intera redazione di Tennis Italiano, direttore (Enzo), caposervizio (Max), redattrice (Roberta), storico collaboratore (Christian). C’è anche Stefano Semeraro. Vorremmo accontentarci di un posto-in-piedi-con-vista ma l’Ivan Drago dalla e brianzola si spazientisce definitivamente e prende in mano la situazione: dovete andarvene. Qualcuno prova a nominare un’altra parola magica (non Lorenzo: la parola è De Filippis. E mi tornano in mente gli anni dell’Università, quando per entrare in quel locale di Torino tutti citavano il tavolino prenotato a nome di un certo Antonio Franco di Monforte, presumibilmente mai esistito). La parola magica è quella sbagliata. Fòra di ball, che Serena si sta togliendo la giacchetta. Stessa sorte per un collaboratore di Gazzetta (eppure il giornale è nel direttivo dell’evento), Luca M. Quindi non abbiamo che il tempo di dare un’occhiata fugace a Serena mentre tira una seconda di servizio, colpita col fondello, in testa a un raccattapalle. Ci rintaniamo nel bar del piano terra dove mancano lo zucchero di canna, il fruttosio e pure il dolcificante. Solo zucchero bianco raffinato, col caffè.

ore 16:15. Un collega di Ivan Drago deve aver capito che forse un tantinello di ragione ce l’abbiamo, noialtri. Si avvicina e propone: ci dovremmo lamentare con l’organizzazione, noi, e non prendercela con loro (uh? A noi basta una sedia, non vogliamo indietro i soldi del biglietto). Poi ci consiglia di salire al livello C (di che cosa, dell’illuminazione brahamina?) perché lì ci sono posti per voi. Lo dice con un sorriso sospetto, quello del negoziante che ti ha appena rifilato l’ultimo fondo di magazzino. Scopriremo che sono balle: anzi, lo capiamo subito visto che non si vede mezza seggiola libera in tutto il palazzetto, ma il tizio replica: signori i posti ci sono, prego. E il raggio del suo torace ci persuade a non avanzare lamentele. Bene. Prima di tutto il livello C è come quello di Prince of Persia nel leggendario videogioco: nascosto. Saliamo e scendiamo con l’ascensore (a un certo punto, dal quarto piano, paghiamo un attimo di incertezza davanti alla pulsantiera e veniamo ricatapultati nolenti al piano terra. Si spalancano le porte e appare, in trenchLorenzo il Salvifico, che però non è lì per salvare noi visto che ci chiede notizie su cosa ci sia al quarto piano. Risposta: lo stand della Longines). Si ode l’eco di una stecca: dev’essere Serena, che dicono essersi riscaldata mezz’ora il giorno prima (una stakanovista al cospetto di Venus, cui vengono accreditati 9 minuti netti di allenamento comprensivi di turpiloquio per le condizioni del campo).

ore 16:37. Eccoci, con la complicità di un cuoco che ci lascia una porta socchiusa (eravamo finiti nel sottotetto) al livello C. Posti? Zero, ovviamente. Stiamo in piedi con 28 gradi e giacconi in mano, faccia all’ingiù. Pennetta e Venus hanno già giocato, ora tocca a Camporese e Boban. Omar non dev’essere un frequentatore delle palestre quanto degli osti ma, da fermo, fa quello che vuole. Zorro aveva raccontato di sfide para-agonistiche con Ivanisevic: a vederlo tirarsi il dritto ripetutamente sui piedi vien da pensare che parlasse della playstation, o forse è solo l’emozione. Nel frattempo qualcuno in regia ha scoperto un gioco divertentissimo: gli hanno detto che può riempire i tempi morti alzando la manetta della musica. E ci ha preso gusto: appena il deejay sente un secondo di silenzio si reincarna in Mario Fargetta. Solo che si vira pericolosamente da Bon Jovi a Edoardo Bennato (Viva la mamma, sparano nelle pessime casse acustiche del Forum: forse è un regalo per lo sponsor Beretta, che ha pagato qualcuno per travestirsi da confezione di pancetta affumicata e saltare come un esagitato anche quando non succede assolutamente niente). Prima del rientro delle quattro, per un doppio, noto che la speaker dell’evento non entra mai in campo. Non la si vede: sembra il narratore delle fiabe di Rodari, invisibile e onnisciente (o quasi, in questo caso: pare che oltre ai nomi di battesimo di Pennetta e Schiavone non disponga di altre notizie). Mi diranno di problemi con l’impianto audio.

ore 17.00. Ancora bar. Perché Boban è migliorato, sì, ma è passato dalla categoria zero alla quarta NC e noi siamo dei mestieranti snob tendenti allo sbadiglio anche nei quarti di finale Slam, figuriamoci qui. Si parla del fatto che comunque undicimila persone per un’esibizione che tecnicamente vale una ceppa, con Serena che centra una palla ogni tanto, Venus che pensa solo a come le cade il vestitino EleVen (bene, ma se lo porta un’altra senza il suo fisico è da galera) sono il segno che la gente, a Milano, il tennis lo vorrebbe rivedere volentieri. Invece qui è morto tutto nel 2005 con l’ultima – mestissima – edizione del torneo Atp. Mi metto a raccontare a Christian di quella volta al torneo di Palermo del 2002. Veniamo per un attimo rapiti da Flavia e Francesca che accennano uno stacchetto da cheerleaders. Giulia dice che la Pennetta si muove bene.

ore 17.30. Nel parcheggio del Carrefour, ripenso alla migliore della giornata: prima di venire definitivamente allontanato dal parterre, Drago mi aveva ancora affrontato. Dimentico del fatto che io fossi un giornalista con pass degli attrezzisti, aveva riguardato per bene la scritta CREW (il mio abbigliamento non esattamente in linea con quello di un falegname non gli aveva suggerito alcunché) per poi chiosare: «Allora: voi qui non potete stare. O vi sedete o andate via. E lei, CREW: se vuole rimanere qui deve avere un lavoro da fare».  Non avevo avuto la prontezza di fingere di prendere a cuore le sorti del ficus loffio, mentre le Williams steccavano il decimo dritto su dieci.

 

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