[pubblicato sul numero 1 di TennisBest Magazine, 2012]
«Regola numero uno: mai conoscere il tuo idolo». Me lo diceva un amico, medico di una società di calcio in serie B. Non una società: la sua squadra del cuore. Aveva le figurine, di quel mediano, e pure il poster sull’anta dell’armadio in camera (credo staccato da un numero del Guerin Sportivo ma forse anche di peggio, potrebbe essere Supertifo). Oggi ci va in riunione perché è il suo direttore, quando gli telefona sbuffa, lo manderebbe al diavolo tre volte al giorno ma non può perché è il datore di lavoro. Non voglio andare a parare nel discorso del campione-che-quando-lo-incontri-ti-delude. Non che non sia vero nella gran maggioranza dei casi: noi tendiamo ad attribuire ai nostri idoli qualità che non hanno né possono né, tutto sommato, devono avere. E siamo condizionati nel giudizio da quello che in noi suscitano le loro azioni. Il tocco geniale di McEnroe, che è un signore spesso rozzo e sgarbato; la classe dei gesti di Sampras, uomo invero raffinato come un habitué di Burger King. Sai che scoperta, direte voi. In effetti Sophie Marceau non è più la ragazza del banco accanto al tuo ma una signora di mezza età e il tempo delle mele, per me nato nel 1976, è sfiorito: mi batteva forte il cuore ancora nel ‘94, giù di lì, quando mi imbattevo nella figura secca di Michael Stich sulla gradinata vista mare di Monte Carlo. Io con lo zainetto della scuola, lui col pacco di Fischer in mano e lo sguardo torvo che gli valse un truce appellativo di filonazionalsocialista. Gli avrei voluto trasmettere tutta la mia sofferenza per il suo tragico post Wimbledon 1991. Avrei voluto fargli intendere quanto profondamente avessi perso la ragione per la sua risposta di rovescio a sventaglio da destra alla fine del terzo set contro Sampras, nella finale del Master 1993. Ogni tanto, quando ero triste, me la riguardavo in VHS. Quella era passione.
Oggi è un altro mondo. Ho percepito chiaramente l’intiepidirsi degli entusiasmi dell’adolescenza, e tutto sommato credo che il passaggio mi abbia dato più di quanto non mi sia stato tolto[1], però l’amore per il tennis – se è vero amore, e per me lo è – dura una vita. Si evolve, magari. Lo trovi trasfigurato da Herr Stich e i suoi prati inglesi al campo quattro del Foro Italico, pomeriggio di qualificazioni, quando un tizio senz’altro giovane e butterato, col cerchietto, le scarpe rosse-fluo e il completo viola (scoprirò che in borghese può superarsi[2]) fa di tutto per ripugnare l’esteta che è in te e invece ha in sé la calamita della magia. Seduto in prima fila a seguirlo c’è il sosia di Ken, il fidanzato di Barbie. Mascellone, capellone, abbronzato, un bel figo. È il suo coach. Si chiama Jack Reader, è australiano ma ha fatto il maestro di tennis sul lago di Garda. Di lui, da giocatore, si diceva che tenesse con la destra la racchetta e con la sinistra la mano di una signorina incontrata nel torneo della settimana, sennò avrebbe guadagnato un best ranking migliore del 749. Invece quel saltimbanco che risponde in smorzata e gioca la volée torna a casa Lassie[3] è Oleksandr Dolgopolov junior, noto negli anni Novanta come «il figlio di Sascha». Sascha, Olexandr senior, era il coach severissimo, sovieticamente disciplinato di Andrei Medvedev, finalista di Parigi 1999 e vittima eccellente della sindrome del muro di Berlino: si era innamorato un po’ troppo degli agi del consumismo, altrimenti il suo nome vi sarebbe familiare non dico come quello di Sampras e Agassi, ma Chang e Courier sì. Il figlio Alex junior, nato nel 1988 e accompagnatore ufficiale del duo Dolgopolov-Medvedev fin dal 1992, non era altrettanto affezionato al magistero dell’ordine e del rigore. Tanto da farsi occidentalizzare il nome (da Olek ad Alek), da cancellare il jr, da dimenticare di frequentare il barbiere dell’esercito e continuare a girare il mondo nonostante la separazione professionale, e non solo nominale, dal padre, decisione maturata nel 2009. Un ex giocatore italiano (sì, italiano), Corrado Tschabuschnig, oggi valente manager della Top Seed, conosceva entrambi: Jack per lavoro, e il maestro aussie aveva notato anni prima il talento del figlio di Dolgo coach, facendolo mettere sotto contratto alla società. Tempo dopo, Alex avrebbe trovato in Jack anche il digestivo antipapà che lo scaraventò dai bassifondi del ranking ai top 20.
Inevitabile, quindi, che il dialogo con l’idolo parta da qui. Gli chiedo cosa abbia, Reader, che papà non avesse, in grado di distillare il genio dal giocatore. Io direi tutto, e viceversa: Jack è un cittadino del mondo, un kerouachiano probabilmente, un simpaticone che crede nella filosofia del vivere facile, stare bene con tutti, godersela e lasciare un buon ricordo di sé ovunque si sia passati. Sembrerebbe superficialità, probabilmente è onesta e bontà d’animo. Dolgo ha ricordi pragmatici. «Sapevo di giocare già buoni colpi ma non riuscivo a sfruttarli per mettere insieme una classifica decente. Tecnicamente mio padre mi aveva seguito alla perfezione ma, con me, non bastava per vincere. Alla fine Jack è stata la scelta giusta perché lui è molto diverso dal mio modo di essere, mi ha reso una persona migliore. Più calma, anche più adulta, direi. Più accomodante e riflessiva. Una volta ero solito concedermi troppo in campo e non ero neanche così ben educato, anzi. Ora posso dire che mi presento in maniera decisamente migliore rispetto al passato. Jack mi ha aiutato anche nel tennis perché mi ha insegnato a reagire nella maniera giusta quando sbaglio. Prima, una volta commesso un errore, ne pagavano le conseguenze anche i punti successivi. Ora, quasi mai». Reader è un coach capace di prendere l’automobile e non l’aereo per fare un viaggio insieme al suo pupillo e parlare non solo di palle break, ma anche del senso del nostro essere qui.
Regola numero due: credete si potesse chiedere a Picasso come gli fosse spuntata l’idea di dipingere la Guernica e cavarne una risposta degna? Errore. Dolgopolov è inventore inconsapevole di un tennis che non c’era, che è arte senza premeditazione. È stato amore a prima vista, per me. Evidentemente non sa quello che fa: lui crede di aver copiato da qualcuno, di aver incollato un mosaico di quei campioni che lo facevano palleggiare a pittino[4]. Possibile abbia solo scopiazzato? E da chi, di grazia?
«Ispirazione? Mah, ne ho presa sicuramente perché da bambino guardavo talmente spesso i professionisti mentre si allenavano che sono sicuro di aver copiato. O meglio, di aver cercato di riprodurre qualcosa, rubando un pezzo di gioco da ciascuno. So che può far sorridere, ma per esempio Marcelo Rios è stata una delle mie fonti di imitazione. Non si direbbe, lo so. Però guardavo i suoi movimenti e imparavo. Poi cercavo di riprodurli in campo ma con il mio modo di portare i colpi e questo è il risultato. Sul servizio? Quello è mio. Mi piaceva lanciare basso e anticipare perché mi dava l’idea di tirare più forte, sapevo di offrire meno elementi a chi rispondeva per capire dove stessi tirando. Uh, e anche lo slice di rovescio. Era già, come dire, unhortodox quando avevo dodici anni, però funzionava e a mio padre piaceva, ci lavorammo su a lungo».
Dice il saggio: i bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano[5]. E gli artisti sono egoisti. Non creano perché noi si goda delle loro opere, se non nel senso più interessato e individualista del termine: sono consapevoli del fatto che – se sono fenomeni riconosciuti già in vita, e io sostengo lo sia – noi pagheremo biglietti e ci sollazzeremo grazie ai frutti dei loro talenti, così ne traggono ulteriore carburante per il loro ego. Glielo domando ugualmente, accettando l’inevitabile: quando giochi smorzata-pallonetto-smorzata-controsmorzata vuoi omaggiare anche noi, tuoi fedeli discepoli, vuoi semplicemente risvegliare in me la passione dell’airone Stich o è un modo come un altro per fare il punto spendendo qualche caloria in più?
«Uhm, well. No, solitamente non ci penso a quanto un colpo possa far divertire la gente. Certo, a volte può succedere. Se siamo 40-0, o se la partita non è troppo lottata, allora in effetti mi capita di pensare a una soluzione che possa essere anche spettacolare e non solo utile. Ma in situazioni normali no. Il fatto è che io gioco così perché è la mia maniera di giocare, è un qualcosa che viene naturale. Da quando ho cinque anni mi piace la sensazione che avverto nel colpire la palla. Provo a trattarla in maniera diversa a seconda della situazione. Se ne viene fuori qualcosa di spettacolare, e a volte me ne rendo conto che lo è, tanto meglio». Cos’è il divertimento, per Alex Dolgopolov? Cosa ti realizza, l’esecuzione in sé? (Magari: ovviamente non deve e non può essere così, altrimenti fai il saltimbanco e non il professionista-azienda).
«Io mi diverto da sempre perché ho iniziato prestissimo, stavo tutto il giorno in campo mentre mio padre lavorava. Ma fondamentalmente gioco per competere e per vincere. Non ho tensioni né sensazioni negative in campo, questo è vero, perché non lo avverto come un lavoro da fare controvoglia ma come un fatto quasi naturale, se non quando sto male o sono infortunato[6], ma se tutto è a posto allora mi trovo a mio agio e la bellezza del tennis, per me, è sfidare e superare un avversario con le armi che ho».
Prima o poi gli avrei tirato fuori il discorso della setta. Con una mezza verità. Gli spiego che su Facebook c’è un gruppo, La setta raeliana del guru Alex Dolgopolov. Conta 459 membri al momento del nostro incontro. Raeliana perché Claude ‘Rael’ Vorilhon chiamò così gli adepti della sua setta, intrisa del concetto di bellezza e latrice di un messaggio da slogan del supermercato eppure di clamoroso successo mediatico a fine anni ’90 (esistono esseri alieni, gli Elohim, tutti belli come angeli e vestiti di bianco che vivono in un paradiso fatto di godimenti vari; agli uomini sani e belli tocca selezionare i migliori, un una sorta di graduatoria genetica, per migliorare la specie e favorire il ritorno di costoro sulla Terra che essi stessi crearono 25.000 anni fa). Quello che non riesco a confessare è che la setta l’ho fondata proprio io. Che abbiamo un linguaggio cifrato («Oggi La Luce ha abbagliato l’infedele», cioè ha battuto Granollers; «La Messa Solenne si è conclusa con la conversione del teutonico. Ave Dolgo, Luce di tutti noi», in altre parole ha eliminato Kamke; «Oh Divino, abbacina di luce quell’orrido hooligan avvezzo alla bruma scozzese. Voi fedeli, siate apotropaici», e qui capite che la vittima dello strale e dei riti antisfiga è il povero Murray). Indeciso fino all’ultimo sul da farsi, me lo ritrovo che ride di gusto. Mi giocherei quel briciolo di credibilità avanzato da quando Reader gli ha spiegato che sono colui che ricevette minacce di ritorsioni da tifosi incarogniti, dopo il match della Luce contro Djokovic agli Us Open[7], e rinuncio.
Torno sul tennis, la religione è un fatto personale. C’è una partita che ha svelato il destino a Dolgopolov? Quella che lo ha elevato al rango di aspirante top ten? (Secondo me sì: quella giocata a Madrid nel 2010 contro Nadal, più volte irriso dal colpo-Lassie e da schemi che funzionano solo a Virtua Tennis). «Come importanza ce n’è una, perché un conto è giocare bene una partita, un altro è vincere un match importante. Sicuramente battere Soderling in Australia l’anno scorso, quando era numero 4 al mondo e non aveva perso ancora una partita nell’anno, e arrivare nei quarti di uno Slam per la prima volta è stato un momento importante della mia vita sportiva. Però non credo di poterla ritenere la mia miglior partita in assoluto. Anzi, so di non aver offerto il mio miglior livello di gioco in quella giornata». E qual è il mostro più duro da abbattere? Rafa sul rosso? Roger in giornata in condizioni veloci? Djokovic sul cemento? «Non saprei chi scegliere, davvero. Perché – e lo pensavo anche quando ero numero 80 al mondo – se gioco bene so adattarmi a tutti i tipi di avversario. Dipende solo dal mio stato d’animo: l’importante è che sia io a funzionare bene. Non dico che se sto bene vinco per forza, dico che entro in campo pensando di poter battere chiunque. Certo, Rafa sulla terra, Roger sull’erba o sul cemento, è durissima. Con Djokovic è complicato vincere dappertutto. Ci metterei anche Murray, ormai. Ma non riesco a pensare a nessuno dei quattro come ad avversari imbattibili».
Al bar sport è pieno di coach mancati. Gli ricordo che a gennaio, durante l’esibizione di Adelaide, Jack Reader e Brad Gilbert microfonati chiacchieravano dei miglioramenti sbalorditivi di Alex (da 360 a 130 tra luglio e dicembre 2009; primi 100 a marzo 2010; primi 50 a giugno, nell’aprile 2011 tocca i primi 20 fino al best ranking, numero 13, nel gennaio di quest’anno). Ma anche dei suoi difetti: Gilbert insisteva sul fatto che la sua seconda palla fosse ancora deboluccia, se paragonata a quella dei top players, e che dovesse attaccare di più.
«A dire il vero nell’inverno lavorato sulla prima di servizio, non sulla seconda. Non credo di avere problemi sulla seconda palla: sì, è più lenta rispetto a quella dei top guys ma è anche molto più lavorata. La vario bene, non mi dà problemi tant’è che difficilmente gli altri riescono ad attaccarla. Invece la prima è un problema, nel senso che non ne metto abbastanza in campo. In tutto l’anno scorso ho messo meno del 50% di prime in campo. Quest’anno la campagna australiana è andata meglio, ho servito intorno al 65% ed è un ottimo guadagno a questi livelli».
Attaccare di più: una parola. Che il tennis si sia rallentato è un fatto. Le superfici invogliano, anzi, obbligano a evitare la rete. Voglio sondare la consapevolezza di questa pessima scelta dei padroni del tennis su guru, che però è più concentrato sugli effetti di queste manovre di freno sul proprio rendimento, più che sulle questioni di principio. «Sicuramente il rallentamento del gioco è stata una scelta chiara. Lo hanno pensato per un fine giusto, rendere il nostro sport più apprezzato dalla gente, visto che gli scambi si sono notevolmente allungati rispetto a quando frequentavo il Tour da bambino e c’erano Ivanisevic, Rusedski eccetera. Però è anche vero che lo stile dei giocatori si è uniformato: quasi tutti scambiano da dietro e gli altri stili di gioco sono stati uccisi (dice proprio killed), come il serve&volley. In questo momento, poi, la cosa è diventata evidente perché tutti sono più o meno costretti a giocare nella stessa maniera. Per me va bene, mi piace. Mi piace giocare sul lento perché posso variare, giocare smorzate, insomma ho più tempo per fare le mie cose sul campo. Non sono sicuro, però, che sia il bene del tennis».
No, che non è il bene del tennis. Il gioco dei bazooka avvitati sulla linea di fondocampo, senza alternative, uccide la fantasia. Che tanta gente si appassioni al tennis cubista di Dolgopolov e preferisca seguire una sua partita su un campo periferico piuttosto che la star nella sua passerella sul centrale (scelta evidente tra i conoscitori del tennis, i turisti preferiscono sempre il nome di richiamo internazionale, anche se gioca a badilate contro nessuno) dovrebbe esserne un segno tangibile.
«In effetti a volte mi rendo conto che c’è molto entusiasmo e aspettativa quando sto per giocare. Mi accorgo che ci sono fans che vengono a vedere le mie partite perché si divertono e si aspettano di assistere a qualcosa di speciale. È una fonte di energia in più: ma non solo quando gioco, anche quando mi alleno e magari sono meno motivato».
È ancora un ragazzino, Alex. Pienamente inconsapevole dell’incantesimo che nasce dai suoi polsi. Un baby sacerdote che veste come i tronisti di Maria de Filippi (nel corso della nostra chiacchierata soprassiedo sul vestiario del Dolgo borghese, vedi nota 2), fa i trecento all’ora con la sua Nissan GT-R grigio topo, che pare scartavetrata («Ferrari? Nooo, la mia va più veloce, ha 480 cavalli») e conosce a memoria Forgot About Dre, che riesce a cantare in scioltezza come Eminem con un leggero accento di Madre Ucraina. Per molto meno di una fibbia di Zelli e di una Bat-mobile che spara dalle casse le strofe di Dr. Dre toglierei il saluto a un vecchio amico. Ma l’amore vede solo quello che vuole, e io ripenso a quella smorzata a Nadal, a Madrid: inspiegabile se non l’hai vissuta. Come la passione.
[1] Per dire: nel 2000 incontrai Stefano Pescosolido e gli feci cenno della mia piccola avventura pomeridiana della primavera del ’92, quando seminai i professori durante una visita a Ravenna per rifugiarmi in un negozio Stefanel, incredibilmente dotato di televisore. Chiesi al commesso di cambiar canale per verificare l’entità dei crampi di Pescosolido, stremato dal calore di Maceiò in una sfida assurda contro il Brasile. Mi sentii l’ultimo degli idioti, via via che raccontavo. Finii dirottando il racconto sulla bottigliata che tirai alla tv l’anno dopo, nel ’93, quando perse contro Bruguera in Davis dopo due set di tennis alieno. Se non avessi cambiato discorso credo che avrebbe finito per offrirmi un rimborso dell’apparecchio e/o per chiamare la sicurezza. Morale: mai raccontare, ai protagonisti delle proprie intime passioni, gli episodi del loro inconsapevole eroismo: sono fatti che noi trasfiguriamo e serbiamo nella mente con un trasporto emotivo e un carico di sensazioni pertinenti del tutto incomprensibili per chiunque, compresi coloro che ne sono stati involontari artefici. Voi andreste a dire a Ray Manzarek che l’intro di Riders on the storm vi ha fatto pomiciare per la prima volta con la vostra dolce metà, il cuore a mille e la testa che volava in Paradiso? Se pensate che potrebbe essere una buona idea, beh, levatevelo dalla testa. Rovinereste tutto.
[2] Capi di vestiario indossati da Alex Dolgopolov: mocassini pitonati Louis Vuitton. Maglia manica lunga con paillettes, design Giorgio Armani. Jeans DsquareD stonewashed e, in un certo qual modo, maculati. Cintura in pelle con fibbia dorata Zilli. Anche l’underwear è frutto del discernimento del fashion-addicted della chiarissima scuola nota come parvenu dell’est: sono boxer D&G con elastico a strisce orizzontali e logo in rilievo. Il cerchietto in testa, onnipresente ma morigerato: niente diamantini Swarowski o pietre baluginanti, solo plastica.
[3] Splendida definizione (della volée che rimbalza, si avviluppa e torna nel tuo campo) di un adepto della Setta raeliana del Guru Dolgopolov. Ci arriveremo più avanti.
[4] O forse è solo un po’ intontito dal virus influenzale col quale ha tentato inutilmente di convivere nel suo match del pomeriggio prima contro Kubot, a Rotterdam. Lo ha perso e si è preso un giorno di riposo, troppo debole financo per allenarsi. È rimasto a leccarsi le ferite nella stanza 1011 dell’Hotel Manhattan, sulla rive gauche.
[5] Per quanto ci pensi, proprio non riesco a trovare una parvenza di similitudine tra il Chino Rios e Dolgo, ma lui la sente quando colpisce come io sento di servire come Stich, e invece batto come Karsten Braasch.
[6] Cosa che capita piuttosto spesso: Dolgopolov è reduce da una campagna australiana iniziata con la finale a Brisbane ma proseguita peggio, con un infortunio al ginocchio rimediato nel primo torneo dell’anno e una sconfitta al terzo turno degli Australian Open contro Bernard Tomic. A Melbourne – dove difendeva i quarti di finale del 2011 – ha passato due turni sempre al quinto set, annullando anche match point a Tobias Kamke, e il fastidio al ginocchio non è ancora risolto nel momento in cui ci parliamo, a metà febbraio. Alex è anche soggetto a una patologia non grave ma fastidiosa per un tennista, un disturbo di cui parla poco volentieri: ha la sindrome di Gilbert-Meulengracht, un malfunzionamento del fegato che riduce le prestazioni fisiche e intellettive. Non potevo esimermi dal chiedergli conto del trucco di cui è stato vittima all’inizio del quinto set contro Tomic, quando l’australiano ha prima fermato lo scambio, poi fatto lo gnorri quando Alex ha messo in corridoio un diritto chiaramente disturbato dal gesto dell’antisportivo Bernard. «Come comportarsi in campo è una scelta di Bernard e un suo problema. L’errore è stato di Carlos Ramos, che invece ha dato il punto a Tomic. Per me è acqua passata, io guardo al mio comportamento e stop». Prima della cura Reader c’è da scommettere che Dolgo avrebbe azzannato un polpaccio a Ramos, anche perché la ragione era tutta sua.
[7] Capitò semplicemente che Nole, messo alle strette in un primo set ventosissimo sul campo Louis Armstrong, non tollerasse il tifo esagerato del popolo di NY per il guru. Si lasciò andare ad atteggiamenti antipatici, da smargiasso, in un’aperta sfida non solo ad Alex (che mantenne una calma olimpica) ma pure al pubblico. Il tie-break del primo set, condito da alcune giocate fenomenali, finì 16-14 per il numero uno del mondo. Dolgo non ne serba un gran ricordo: « C’era tanto vento, troppo. Erano condizioni difficili per entrambi e infatti tutti e due abbiamo fatto degli errori sciocchi. Non me la sento di dire nulla di speciale su quella partita perché io ho servito malissimo, qualcosa come il 30% di prime in campo. Sì, c’è stato il tie-break del primo set, la gente si è esaltata. Per conto mio abbiamo fatto tanta fatica per tenere lo scambio e non è certo da quel match che ho tratto indicazioni sul mio livello di tennis, benché stessi affrontando un giocatore che in tutto l’anno praticamente aveva vinto tutto».
Vi consiglio volentieri alcuni volumi sul tennis di amici che hanno da poco terminato le loro fatiche.
Gianni Clerici, Australia felix - Gianni narra la storia di Glauco Levi, un ebreo italiano scampato al un lager nazista che ritrova in Australia la voglia di vivere. Di mestiere fa l’agente di pittori aborigeni, e ne condurrà alcuni a un successo planetario, ma nel contempo scoprirà che proprio gli aborigeni sono stati vittime di una persecuzione non dissimile da quella subita dagli ebrei in Europa durante la seconda guerra, una barbarie durata due secoli. Ho sempre amato la capacità di Gianni di narrare anche gli eventi più atroci con la leggerezza, mai banale, del saggio. [Editore: Fandango. Collana: Galleria Fandango. 231 pagine. 14 euro - BUY] Perché sì: perché è Gianni Clerici.
Stefano Semeraro, Centre Court, il tennis dei pionieri -Walter Clopton Wingfield, i gemelli Willie ed Ernest Renshaw. Lottie Dod, la coppa di Dwight Davis, i fratelli Doherty, Wilding e Brookes. Ha ragione, Stefano, quando cita il poeta Fortini e la sua considerazione sul disastro che accade quando l’uomo vuole cancellare il suo passato. Questo primo volume dedicato ai ritratti dei pionieri del tennis è una succosa raccolta di storie, di luoghi e di vite che chi segue il tennis deve conoscere. Tanto meglio se, a raccontarcele, è un giornalista che tratta la penna come Leconte la palla da tennis. Con Centre Court si parte dagli albori e si atterra nel 1968, quando il tennis si aprì ai professionisti. Nel prossimo volume, la seconda parte della storia. [Editore: Absolutely free. Collana: sport.doc. 15 euro - BUY] Perché sì: perché non manca niente di quanto serve per capire l’origine del tennis, e perché Semeraro è godibile anche quando trascrive le pagine gialle.
Daniele Azzolini, I ragazzi di prima classe – Un raro romanzo storico sul tennis. Costruito sulla tragedia del Titanic (affondato cent’anni fa) e sule sue misconosciute implicazioni tennistiche: tra i passeggeri, infatti, c’era Karl Behr, finalista in doppio a Wimbledon, che inseguiva la sua amata; e Richard Norris Williams, che pretese di non farsi amputare le gambe dopo il salvataggio e, clamorosamente, riuscì a giocare ancora a tennis ai massimi livelli. Due storie affascinanti, che recuperano un fatto di cronaca tra i più clamorosi del secolo scorso. Scoprire le piccole storie di amore, passione e coraggio che si confusero nell’immane disastro del transatlantico è piacevole ed emozionante. In coda al romanzo una ricognizione di tutti i personaggi, delle loro storie e della loro fine. [Editore: Absolutely free. Collana: sport.doc. 207 pagine. 15 euro - BUY] Perché sì: non ho mai amato i fantasy. Questo è il suo opposto. E le due storie sono avvincenti.
Remo Borgatti, Rocket Man, storia di Rod Laver e del suo tempo – Una monografia dedicata all’unico tennista capace di completare per due volte il Grand Slam, Rod Laver. Non risponderà alla domanda che in troppi (spesso a sproposito) si pongono, ovvero se sia stato lui (o Sampras, o Federer, o…) il più grande di tutti i tempi, ma fa di meglio: racconta la storia, straordinaria, di un ragazzo tutt’altro che prestante, dall’incedere contadino e dalla famiglia umile di allevatori del Gippsland trapiantati al nord dell’Australia. Un giovane qualsiasi, che finì per diventare – questo sì – il più grande dei suoi tempi. Altri tempi: quando già giocava, Laver si manteneva come impiegato alla Dunlop. [Editore: Effepi Libri. 160 pagine. 10 euro - BUY] Perché sì: è un Laver ben raccontato a chi non lo ha potuto conoscere.
Carlo Magnani, Filosofia del tennis – Come non essere incuriositi da un volume che tratta il profilo ideologico del tennis moderno? Tanto più se, a scriverlo, è un professore universitario come Carlo Magnani, ricercatore presso la facoltà di sociologia dell’ateneo di Urbino. Hobbes e Connors, la dialettica del riconoscimento incarnata da Barazzutti e Higueras, il ruolo di Federer come quello di Heidegger, Nadal affiancato a Bergson, la mistica estetica contro la mistica dell’energia. Il linguaggio della filosofia non è di facile digestione per chi non ne è avvezzo, però Magnani rende comprensibili i concetti senza svilirli al servizio di una impossibile semplificazione. Il risultato è eccellente, in un esercizio difficilissimo. [Editore: Mimesis. Collana:Il caffè dei filosofi. 282 pagine. 14 euro - BUY] Perché sì: perché un professore amante del tennis ci fa capire che non è solo una questione di racchetta e di pallina, ma molto di più.
[pubblicato sull'Unità del 2 aprile 2012, seconda edizione]
Un conto è non saper ripetere le gesta di un alieno, quelle di robot Nole 2011. Un altro è non vincere più. Un conto è finire gambe all’aria contro Murray a Dubai e Isner a Indian Wells, e iniziare a farsi qualche domanda. Un altro è piombare in una crisi di identità, in un vortice di pensieri ostili e di sconfitte che abbattono braccio e morale. Il tennis ha un numero uno che è Novak Djokovic: la novità è che, forse, non ha più un numero zero, un hors categorie.
Il bis, anzi, il tris di Miami (2007, 2011, 2012) è il trentesimo successo in carriera del Djoker. Giunge nella terra dello zio John più latina che c’è, dove tutti bramavano Federer e curiosavano a casa Nadal, dimenticando che i Fab constano di quattro elementi: se mancano gli uni, arrivano gli altri. Federer ha marcato visita: abituato a giocare al gatto col topo contro Roddick, ventitre vittorie a due, ha scherzato una volta di troppo. Rafa, circostanza con rarissimi precedenti nella giurisprudenza del tennis, ha dato forfait prima di incontrare lo scozzese più cattivo del mondo dopo William Wallace. Eppure la scelta è stata radicale quanto il problema noto: i tendini del ginocchio sinistro, quelli che suonano la campanella quando Nadal chiede troppo al fisico più efficiente che abbia mai calcato un court. «Spero di tornare in forma per iniziare la stagione sulla terra battuta», cioè le terrazze del principe di Monte Carlo. Non è detto ce la faccia.
Ma Djokovic, il numero uno? Magro, quasi biafrano nella sua massa magra ridotta al minimo indispensabile per competere a questi livelli senza stramazzare a terra esausto, il Nole con gli occhi fuori dalle orbite di Key Biscayne si è dato le risposte di cui andava in cerca dopo una finale australiana che rimane la gara di Ironman più estrema della storia contemporanea. Ha aperto e chiuso la prima stagione dell’anno, quella del cemento, con lo Slam di Melbourne e un Master 1000: è quanto gli serviva per tornare in Europa senza troppe domande a frullare nella testa. Andy Murray? Beh, il ragazzo ha una sfortuna non rimborsabile: è come il leader di una band degli anni Sessanta stretta tra i Beatles, gli Stones e i Doors. Asfissia da latitanza di spazio. In qualunque altra era del tennis non si sarebbe mai data l’ipotesi di un Murray ancora a secco negli Slam, oggi sì. Da quando, ormai è storia, licenziò il coach logorroico Brad Gilbert non si può dire non ci abbia provato. E questo è il miglior Murray di sempre: più aggressivo, convinto dal coach scollato dal divano (Ivan Lendl, colui che iniziò a vincere all’età di Murray e non c’è chi non abbia notato la coincidenza, alla stipulazione del contratto) a modificare gli ingranaggi del dritto e a provarci di più, nello scambio; a non schifare il gioco di volo, tra l’altro.
Ma la calura umidiccia di Crandon Park ha detto no, ancora una volta. Come a Melbourne Park due mesi fa. E come sarà finché il ragazzo penserà come Lendl prima di una indimenticata finale al Parigi ‘84, derubata a McEnroe: di essere il secondo arrivato.
[pubblicato sull'Unità del 2 aprile 2012 in prima edizione]
Se la chiamano maga Aga un motivo sussiste e ha un nome: il tocco di palla. Un tempo per giocare a tennis era considerato il primo requisito, oggi è un orpello. Quasi un fastidio, un virtuosismo inutile che funziona per le esibizioni ma che qualunque ragazza venderebbe in cambio di un altro po’ di forza bruta. La campionessa di Miami, Agnieszka Radwanska, un’infilata di consonanti tra una smorzata e un lob al volo, è l’antidonna cannone del regno delle Sharapova e ha fatto suo uno dei quattro tornei più importanti dell’anno, Slam esclusi, con la testardaggine di chi crede di poter ancora opporre la mano e il cervello alla polvere da sparo.
Per chi segue le sorti del circuito rosa non è un nome nuovo, quello di Aga. Classe 1989, la stessa età dell’ex amica e numero uno del mondo Viktoria Azarenka, si mostrò ai più proprio contro la finalista della Florida, Maria Sharapova, agli Us Open del 2007, appena diciottenne e già capace, nello stadio del tennis più grande del mondo, di eliminare la campionessa in carica. Non ha i centimetri delle altre, né la puissance della sorellina Urszula: costretta a rimediare con gli strumenti delle tenniste d’antan addormenta lo scambio, taglia la palla in su e in giù, inventa. Non c’è da gridare al miracolo: nessuna delle Muse che ispiravano Navratilova, Mandlikova, Goolagong, Bueno e le altre artiste si sta destando. È che distinguersi è un pregio degno di menzione per il fatto stesso di sopravvivere alle iniezioni (si spera metaforiche) di violenza selvaggia che albergano nella top ten WTA. Quel quarto posto mondiale ritagliato dalla figlia legittima di mamma Polonia (Wozniacki, presto fuggita in Danimarca, è amata ma considerata una figliastra) è un miracolo: sopravvivere così, senza un solo colpo vincente, in una giungla di fiere è da fenomeni. Un po’ quello che capita, sulla terra battuta, a Francesca Schiavone e che ci si augura possa succedere ancora, ora che la primavera indica la strada di Parigi e Francesca, nel trimestre, di partite ne ha vinte pochine.
Ma non sviamo: Radwanska è un modello. Non più per la Azarenka, sua compagna di doppio e di shopping finché quest’anno, nel torneo di Doha, tra le due non è si consumato l’incidente fatale. La numero uno pareva infortunata ma è comunque riuscita a battere Agnese che, a microfoni accesi, non si è trattenuta: «Vedere la più forte del mondo che si comporta così (leggi: che finge di zoppicare pur di distrarmi e farcela) è un pessimo esempio per il tennis». La campionessa fluorescente se l’è legata al dito e ha atteso Indian Wells per consumare la sua vendetta: soffiata via dal campo la povera Aga, ha aperto la conferenza stampa chiedendo agli astanti se quel 6-0 6-2 fosse stato un buon esempio per il tennis. A Miami è arrivata la prima sconfitta dell’anno per Vika, dopo 26 successi filati, per mano (doppia) di Bartoli. E Radwanska, che quest’anno ha perso solo contro la perfida Azarenka, si è magicamente infilata al suo posto: con un trucco da maga, come sa fare solo lei.
[oggi, 23 marzo 2012, Daniel Koellerer è stato radiato dal tennis. questa è una mia intervista a Crazy Dani, pubblicata nel novembre 2010 su Tennis Magazine. credo sia stata l'ultima concessa da giocatore]
Sul divano della nuova casa di Linz, i muratori ancora al lavoro, il cane che non vede l’ora di giocare e sotto lo sguardo della fidanzata, giovane donna in carriera per un solido istituto di credito austriaco, non è lui. Non è quel Daniel Koellerer. E pensare che gli hanno pure dovuto aprire il polso destro col bisturi: fino all’anno nuovo, niente tennis. Lui, però, l’ha presa con filosofia. «Non avevo alternative. Ora posso solo fare cyclette, corsa, piscina: il male va e viene, dipende da quello che faccio. Per adesso non posso toccare la racchetta, riprenderò tra un mese o più con delle soft balls». Calmo, gentile, riflessivo. Un ragazzo perbene figlio della borghesia di Wels, cittadina pianeggiante dell’Alta Austria.
Invece Daniel non ha la reputazione del ragazzo perbene. È un elemento unico nel tennis moderno. L’unico professionista nella storia oggetto di una petizione nata dai giocatori – primi firmatari Hugo Armando e Tomas Behrend, la vicenda è del 2005 – per sanzionarlo con l’ostracismo: l’immediata radiazione dall’Atp. La proposta cadde nel vuoto. Le scenate di McEnroe e Connors impallidiscono di fronte al curriculum del bad boy austriaco, la cui aneddotica si spreca e soltanto la lunga militanza nel circuito minore ha circoscritto al pubblico degli affezionati. L’occhi ubiquo di YouTube testimonia le sue crudeli smargiassate durante un match contro il mansueto Oscar Hernandez, che si vedeva preso in giro a ogni errore e gli restituì il favore sul match point, con un balletto accompagnato dal ritornello «Sei davvero scarso! E adesso non parlarmi, tornatene a casa». Fece quasi di peggio, Dani, a Pablo Cuevas: durante uno scambio ravvicinato a rete finse di essere stato colpito da una racchettata alla coscia. Scene che nemmeno Pippo Inzaghi in versione “svenimento in area”. A Monza lasciò Beto Martìn ad aspettarlo in campo, chiese una pausa-bagno e lo ritrovarono un quarto d’ora dopo, a passeggio per il viale del circolo con gli auricolari nelle orecchie: aveva bisogno di staccare la spina. Volandri, in più di un’occasione, dovette far ricorso a tutte le sue doti di self control per non passare alla vie di fatto quando Koellerer gliene ne faceva di tutti i colori per distrarlo e innervosirlo. Fin quando Filo non ne poté più, perse la pazienza e gli assestò una spallata al cambio di campo, durante la finale di Trani 2009. A Cordenons – lo avrete capito, ama l’Italia – apostrofò un giudice usando un paragone ardito con un ghiotto animale rosa. Lo stesso fece con una giudicessa, poi si appartò con il coach in una riunione tecnica illegittima profittando di una pausa. Scoperto, venne squalificato.
Essere Koellerer è anche questo e l’interessato, che è ragazzo intelligente, addirittura garbato, dall’eloquio brillante, lo sa benissimo. Altrimenti non avrebbe intitolato il suo sito Crazy Dani, Daniel il pazzo. Con tanto di zona riservata agli acquisti: non vi bastano magliette e cappellini griffati? Ci sono anche i vini. Si chiamano uno Advantage, l’altro Grand Slam. «Sono uno chardonnay e un cabernet. Buoni, li produce un amico mio e del mio manager. Ogni tanto bevo un po’ di vino, se non è troppo pesante».
Koellerer conosce il suo talento, non comune. La sua palla corta è pressoché artistica, il suo gioco leggerino per i giganti ma vario e gradevole. Doti tecniche che gli fecero fare un figurone, al terzo turno degli Us Open dello scorso anno, contro il futuro campione Juan Martin del Potro. Vinse un set, firmò il colpo dell’anno – un lob in tuffo che fece venir giù lo stadio – ma perse la partita. «Solo perché ero contento di aver vinto un parziale e abbassai la guardia. Avessi continuato a giocare non da soddisfatto, ma ancora agguerrito lo avrei portato al quinto, e poi chissà». Già, chissà. Come quel punto interrogativo che sfoggia su un avambraccio. «Ah, quello? Compensa gli altri tatuaggi sul braccio destro, dove ho scritto La mano destra di Dio e Numero uno. In italiano, sì, perché il Papa è in Vaticano, quindi è come fosse in Italia e mi pareva giusto. È stata un’ispirazione. E poi è giusto: del resto adesso non sono il numero uno di niente, neanche in Austria, c’è Melzer che è di parecchio avanti a tutti». Daniel non scherza sulla religione cattolica, anche se non va in chiesa tutte le domeniche perché «non è quello che conta»; il Jesus walks with me, Gesù cammina con me, impresso con l’inchiostro a cingere l’ombelico, è una sua certezza. Incrollabile anche durante le ben poco evangeliche koellererate. Così come non parla senza accusare il colpo di mamma Renate, portata via troppo presto dal male che non perdona. «Sono stati i miei ad avvicinarmi al tennis. Lo scoprirono qualche anno prima di farmi nascere, a cinque anni li accompagnavo al circolo. Sono figlio unico, si dedicavano solo a me. Mio padre mi ha sempre seguito, adesso che sono diventato più forte ho un coach professionista ma è ancora lui il mio incordatore ufficiale. E fa pure un gran bel lavoro».
Agassi, Rios e Muster i suoi miti di gioventù, Koellerer però li guarda da lontano. Ha toccato i top sessanta del ranking, adesso ha un due davanti al sessanta: un’ annata storta, l’infortunio o uno scherzaccio dal cielo. Confezionato e spedito giù – difficile escluderlo – dal povero Federico Luzzi. In pochi, tra gli appassionati, non hanno sentito parlare della scazzottata del 2004 tra Dani e l’aretino, altro ragazzo ‘difficile’ in campo benché molto più guascone e molto meno cattivo. «Sapevo che mi avresti chiesto di Fede, del resto sei italiano. Le cose stanno così. Avevamo un carattere molto simile, lo stesso temperamento in campo. E così capitò di litigare subito, durante la nostra prima partita. Credo fosse a Trani, tanti anni fa. Poco dopo avevamo fatto pace. Poi arrivò il match di Genova, dove finì male. Federico era talentuoso, molto. Ero a Cali, in Colombia, quando mi dissero cosa gli era successo e, nonostante non fossimo in buoni rapporti, ci rimasi malissimo. Per lui e per la sua famiglia. Quella settimana vinsi singolare e doppio, facemmo un minuto di silenzio in campo prima del torneo, prima delle finali. Fu una tristezza, è stata una cosa terribile. Nessun giocatore al mondo merita di fare una fine come la sua».
A volergli credere pare che Daniel accetti quel po’ di legge del contrappasso. «So di essere stato un po’ squinternato in questi anni. In questi mesi di pausa ci sto lavorando su col mio preparatore mentale e le cose stanno cambiando. Mi dà una specie di compito da fare a casa, degli esercizi. Le cose che sono successe fanno parte del passato, non è più così». La sensazione che la Koeller-cattiveria fosse di stampo McEnroeniano, costruita ad arte per caricare sé e scaricare l’avversario, non è confermata: «Anzi, tutte le scenate che ho fatto aiutavano me al 20% e il mio avversario all’80%. Ecco perché ho deciso di smettere, tra l’altro, perché gioco meglio da calmo».
Ai ragazzini piace. Non è Garrone del libro Cuore, loro lo sanno e per questo ne sono affascinati, alla faccia del campione che dà l’esempio. «Questa è la stessa cosa che notò la mia ragazza quando la portai al primo torneo, i campionati nazionali. Mi conosceva già di fama, sapeva che in campo non ero un bravo ragazzo. Ed era stupita dal numero di ragazzini che mi cercavano per salutarmi, parlarmi, per fare una foto o un autografo. Eppure c’erano Melzer, Peya, Koubek, gente anche molto più famosa di me». In fondo, per Dani, è una questione di simpatie. Cita i suoi amici nel Tour: il ritirando Christophe Rochus, Dustin Brown, pure Marco Crugnola. Dei nemici non vuol parlare: forse sono troppi per ricordarli.
[il fatto della settimana, 20 marzo 2012]
[archivio del fatto della settimana: La lezione di mamma Kim / Il concerto dei Beatles / Nadal? Un paraguru / Ombre azzurre / Olivetti lettera 203 / Il disastro delle superfici / I drammi di Caroline / Isner di qua, Bolelli di là]
Dal faldone delle telecronache 2007 tiro fuori un foglietto. Sono gli appunti di tre match dell’Atp di Washington DC. Isner-Becker (Benjamin), Isner-Haas, Isner-Roddick. Frasi sparpagliate ai lati dello scout delle partite: no rov(escio), plantigrado, big serve, si passa la palla tra le gambe prima di servire. Ancora: chiamato GrandPa (il Nonno, soprannome che i compagni di stanza del campus della Georgia Tech avevano adottato perché passava le giornate sul divano a riposare i due metri di membra. Era sempre stanco). Tommy Haas: «Credo che l’Atp dovrebbe proibire per statuto di giocare a tennis a quelli più alti di due metri». Cos’era successo? Un ragazzo del college, fresco campione NCAA e 745 al mondo – era professionista da qualche settimana – si era intrufolato nel tabellone di un torneo Atp con una wildcard e aveva vinto cinque partite di fila. Tutte al tie-break del terzo set. Motivo? Serviva col fucile: centoquaranta e più ace in una settimana. Quindici anni prima la gente si scandalizzava per i cento ace in sette partite al meglio dei cinque set di Ivanisevic a Wimbledon.
Quel John Isner, che Federer in quella stessa estate aveva incontrato al terzo turno degli Us Open (perdendo un set, ovviamente al tie-break) non era un granché. Avevo messo una stelletta accanto al nome. Una stelletta: mah. Due stellette: buono. Tre stellette: super. Nessuna stelletta: Gimeno Traver o giù di lì. Incapace di muoversi lateralmente, di rovescio era imbarazzante. Gran dritto ma da fermo, buona tecnica al volo ma di una lentezza quasi irritante nella discesa a rete. E poi il servizio, certo, centro di gravità permanente del suo essere tennista. Un mese più tardi ero sul Centrale di Flushing Meadows quando Roger gli prendeva pian piano le misure, stirate all’inverosimile: tempo un set e fine della partita. Dove sperava di arrivare, quell’Isner imbullonato al terreno? Quale buontempone gli aveva consigliato di mollare il basket per provarci col tennis? Una stelletta, non di più.
«Somiglia a Federer». Fra un applauso e l’altro del campo numero 2 del Roland Garros, traboccante di orgoglio italiano, il c.t. di tutte le nazionali azzurre, Corrado Barazzutti, non è il primo che paragona la grande speranza Simone Bolelli al numero 1 del mondo.
Ritaglio di giornale rosa del 27 maggio 2008. Letto quattro anni dopo è difficile decidere se incamminarsi per la strada del sarcasmo (ma no, che poi mi accusano di antitalianismo e mi tocca regalare altre copie del Provinciale di Bocca) o per il viottolo della nostalgia amaricante. Simone aveva appena stracciato l’ex finalista degli Oz Open, Baghdatis, e superato Del Potro al secondo turno del Roland Garros. Oh: in pochi ricordano che poi prese tre set a zero contro Llodra al terzo turno, ma ormai non importa più (comunque fosse, accanto a Bolelli due stellette. L’avesse scoperto Claudio Pistolesi, che la terza stelletta l’avevo data a Simon e non a Simon(e), credo se la sarebbe presa ma Gilles, quell’anno, era partito 29esimo terminando al Master, con un torneo di Madrid alla Isner, quattro match vinti 7-6 al terzo: insomma, avevo ragione io).
E Isner? Non lo ricordava nessuno: persi i punti della finale di Washington, si iscriveva ai challenger di Lubbock e Calabasas sperando di non scivolare fuori dai primi 150 del mondo.
Con questi due frammenti di vita si potrebbe scrivere una storia.
C’è un italiano di Budrio che somiglia a Federer, eppure oggi divide la posta con Nielsen e Teixeira nei tornei dimenticati da Dio. Aveva dei problemi: il rovescio andava e non andava, la risposta non andava quasi mai, gli spostamenti laterali valevano un seconda categoria. Spirito del lottatore? Non pervenuto.
C’è un palo della luce di Greensboro che ha imparato ad accettare i suoi limiti (perché col 52 di piede e due metri e 5 da spostare su e giù, destra e sinistra devi accettare i tuoi limiti) ma li ha voluti toccare. Oggi Isner, col rovescio, risponde. Fa il punto pure a Djokovic, ogni tanto. Lui, che giocava più tie-break di Karlovic e Rusedski, oggi risponde. Si muove, Isner. Corre per ore: lasciamo stare The Match, le undici ore di Wimbledon 2010 con Mahut: con Roddick, Us Open 2009; Nadal, Roland Garros 2010; Federer, Coppa Davis 2012. Non è più lo stesso. Oggi è un tennista. Da questa settimana, pure un top ten. Che avrà fatto, il suo coach Craig Boynton? Scoperto la pietra angolare? Gli avrà riprogrammato il Dna? O lo ha messo sotto con la frusta, tirando fuori il massimo da un lottatore più feroce di un Roddick ferito?
Il sosia di Federer, invece, ha continuato a fare il sosia di Federer. Ha la stessa età di Isner, quasi 27. Oggi imita Federer a Santiago del Cile, primo turno, contro Eduardo Schwank (188 Atp). E perde: sei quattro, sei zero. Fine della storia.