Nadal come l’Inter?

maggio 21st, 2010

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Nadal è come l’Inter in Italia, con lo scucetto di Roland Garros già in tasca? Gianfranco Costeni, Parma

In un certo senso ha ragione. Nadal parte strafavorito, come l’Inter nel Campionato, più di quanto ormai capiti ad un Valentino Rossi nella Moto GP. Tuttavia, c’è sempre una Roma che può farti vacillare. Tanto più se questa Roma si chiama Roger Federer e soprattutto considerando che nel tennis non sono ammessi passi falsi. Sulla carta Nadal ha già in tasca il titolo, sul campo dovrà fare attenzione a Federer (se azzecca una partita perfetta perché sul rosso deve prendere rischi continui per fare i punti) e… alla luna storta. Altrimenti, chi lo può fermare? Nessuno, anche perché la distanza dei 5 set lo rassicura su eventuali partenze false. Tuttavia, come l’Inter non si accontenta più del Campionato ma vuola la Champions, anche Nadal credo debba puntare quest’anno non solo a riconfermarsi il Re della terra battuta ma anche completare il Career Slam, vincendo l’unica prova che l’ha sempre respinto: lo US Open. E lì non sarà una passeggiata.

Chi capisce, chi non capisce e chi non vuol capire…

maggio 7th, 2010

fognini 

In questo caso, non ho avuto bisogno di una e-mail scritta: son bastate telefonate di alcuni amici che mi chiedevano conto di quanto scritto da alcuni quotidiani (in primis Tuttosport, articolo a firma di Piero Valesio) circa l’assenza di Fabio Fognini nel match di Coppa Davis contro l’Olanda. Il comunicato che avevamo pubblicato (il sottoscritto è il manager del giocatore ligure) mi sembrava piuttosto chiaro. Non deve esserlo stato per tutti, quindi chiarsico nuovamente e in maniera (spero) ancor più precisa.

punto 1: Fognini ha deciso di chiedere il parere di un terzo medico perché i due che lo avevano precedentemente visitato, avevano dato responsi discordanti. Una visita ulteriore era dunque d’obbligo.

punto 2: in ogni caso, la questione non è essenzialmente medica. Fognini ha solo voluto informare, in maneria onesta e responsabile, che le sue condizioni generali, non solo quelle del polso, erano approssimative. Non ha mai detto di non voler giocare, semplicemente ha messo al corrente il capitano di quale fosse il suo rendimento attuale e che, in più, la precaria situazione del suo polso avrebbe potuto impedirgli di giocare cinque set. Avrebbe. Non ha mai detto di non poter scendere in campo perché infortunato. Detto questo, la scelta era di Barazzutti: convocare Fognini nelle condizioni illustrate o affidarsi ad un altro giocatore? Barazzutti ha optato per quest’ultima soluzione. Al contrario, avesse comunque scelto Fabio, il ligure (già d’accordo col suo coach Oscar Serrano) si sarebbe fermato a Roma, allenato il più possibile e offerto il 100% delle sue attuali possibilità, fosse stato schierato in campo.

punto 3. Perché ha giocato Belgrado? Perché il terzo medico interpellato ha dato il via libera. E perché si tratta di un torneo individuale. Da libero professionista, credo possa scegliere se giocare anche in cattive condizioni di forma, anche con un polso a rischio. Affari suoi. Quando invece si gioca per la squadra, è doveroso quantomeno  informare il capitano della propria condizione.

Oppure sarebbe stato meglio, viste le critiche ricevute, far finta di niente? Dire che era tutto ok, che si sentiva al 100%, che meglio di così non poteva stare? E magari ritrovarsi a disputare un match decisivo e doverlo giocare in cattive condizioni o, ancor peggio, essere costretto al ritiro? Sarebbe stata questa la scelta più intelligente? Pensare a se stessi e a non ricevere critiche? Beh, sapete quello che sarebbe successo? Che le stesse persone che ora lo criticano avrebbero detto: “Ma dovevi avvisare il capitano se non eri al 100%!”.

Fognini non ha fatto la scelta più facile, non ha fatto quella più conveniente, certamente ha fatto quella più onesta e responsabile.

Ora dovrebbe essere tutto chiaro. Anche se son quasi certo che ci sarà qualcuno che continuerà a far finta di non capire.

Cosa ha insegnato Barcellona-Inter

aprile 29th, 2010

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Credo che i tennisti italiani che hanno guardato Barcellona-Inter dovrebbero imparare dallo spirito di sacrificio messo in mostra dalla squadra di Mourinho: cosa ne pensa? (Fabrizio Corbetti, Milano)

Quel che afferma è certamente vero: abnegazione e coraggio dei giocatori dell’Inter sono stati ammirevoli (anche se non abuserei della parola eroi). In compenso, il match di ieri sera mi ha fatto riflettere su un paio di considerazioni:

1. Barcellona-Inter è paragonabile ad un Federer-Nadal. Ebbene, se questi ultimi avessero offerto lo spettacolo noioso e tecnicamente scadente a cui si è assistito al Camp Nou, sarebbero usciti tra i fischi.

2. Tra calcio e tennis c’è una differenza sostanziale: nel calcio esiste solo il tifo e, di conseguenza, conta solo il risultato; nel tennis, gli appassionati sono anche praticanti: se ne fregano (quasi sempre) del risultato e tifano per… il bel gioco. Preferisco questa seconda attitudine.

3. I calciatori sono dei gran imbroglioni. Busquests che si butta per terra per una carezza, Piquè che si lancia in proclami di dubbio gusto, i giocatori interisti che si accasciavano per terra appena sfiorati, come li avesse investiti il miglior Tyson. Ma quel che mi irrita di più, è vedere che provano a mentira per guadagnarsi una rimessa laterale da metà campo; è un tentativo continuo di imbroglio all’arbitro. Nel tennis, vai a vedere il segno del rimbalzo e, anche se ti è contrario, non cerchi il furtarello. Se parliamo di sport come educazione per i giovani, il tennis batte il calcio 6-0 6-0.

Le distrazioni contano?

aprile 6th, 2010

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Ho visto Rafa Nadal girare un video con Shakira, la Pennetta immortalata su tutte le riviste e ripresa su tutte le tv nazionali: pensa che questo genere di attività possano distrarre e far peggiorare i loro risultati? Valeria Tomatto (Taranto)

I professionisti (veri) sono tali anche fuori dal campo, quindi sanno scegliere i momenti di pausa e svago. E’ chiaro che quando si sale di livello, gli impegni extratennistici (media e sponsor) crescono in proporzione. Non credo siano dannosi, a patto di saperli calibrare nei momenti giusti. Anzi, talvolta possono essere una distrazione… positiva, perché non tutti riescono a pensare al tennis 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. L’amico Gaudenzi ricorda spesso la storia della black box, la scatoletta nera dentro la quale un tennista professionista dovrebbe chiudersi, senza pensare ad altro: “Se sei un fenomeno, riesci a starci dentro 2-3 anni. Nemmeno Muster ci è rimasto più a lungo”. Ecco dunque che anche Nadal e Pennetta possono essere stati un pochino distratti (ma anche soddisfatti e ben remunerati) da impegna extra-tennistici, ma non penso che questo abbia particolarmente influito sul loro rendimento in campo. E’ stato bravo Nadal a prendere una società di comunicazione (la B1PR) che cura tutte le sue attività di public relation, creando un filtro indispensabile. Qualche dubbio in più me lo lascia la loro partecipazione ai tornei di doppio: da un lato (come dice Nadal) è un modo divertente per sostituire una sessione di allenamento; dall’altro però può interferire con la programmazione. L’ultimo caso è proprio quello di Flavia che ha (brilantemente) vinto il torneo di doppio al Tier I di Miami ma arriverà stanca e poco preparata sulla terra battuta al primo appuntamento stagionale sul rosso di Marbella, dove è tra le favorite del torneo e potrebbe conquistare punti importanti per il ranking… di singolare.

La speranza Trevisan

marzo 23rd, 2010

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Ho visto che Matteo Trevisan sta cominciando a fare dei buoni risultati: potrebbe essere lui il campione che l’Italia aspetta? Ettore Vicentini (Torino)

Bisogna andarci con i piedi di piombo. E’ chiaro che Trevisan è dotato di un gran braccio e che i suoi problemi erano (e credo siano) legati soprattutto all’aspetto fisico e a quello psicologico. Tecnicamente ha tutte le armi per diventare un forte giocatore, il resto andrà scoperto conoscendolo meglio. La finale a Caltanisetta è un bel messaggio, ma ne dovranno arrivare tanti altri. Mi piace però sottolineare l’ottimo lavoro di recupero che stanno svolgendo Fabrizio Fanucci e il suo staff. Trevisan l’ho visto l’ultima volta andare a zonzo in quel di Umago, durante il torneo 2009. Frequentava le feste più che i campi di gioco. Lo scrissi e, al challenger di Cordenons, Fanucci (sempre in maniera molto educata) mi disse che non gli erano piaciute certe affermazioni, che Trevisan attraversava un momento delicato (credo anche in relazione a qualche problema familiare), che era infortunato e quindi non poteva allenarsi. In ogni caso, l’atteggiamento mi sembrava da superdivo più che da giovane a caccia di successi (tennistici). Ma erano solo impressioni. Mi preoccupava di più il discorso che portava avanti lo stesso Fanucci, che mi diceva che Trevisan era talmente indietro atleticamente che se correva su una smorzata rimediava uno stiramento! Fanucci e Trevisan devono aver lavorato tanto e bene, se Matteo ha vinto diverse partite al terzo set. E pensare che Infantino, al quale la FIT aveva affidato il giovane talento, mi diceva avesse poca voglia di soffrire. Ora aspettiamo di vedere se riuscirà a salire di livello e come reagirà nel confrontarsi col tour maggiore. Matteo lo ricordo bambino “scoperto” dal tour One Shot dell’amico Mauro Landoni. Ritrovarlo dall’Isola d’Elba a Roland Garros sarebbe un vero piacere.

Una scelta complicata

marzo 15th, 2010

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Negli ultimi giorni è arrivato l’annuncio che Davydenko lascerà lascerà la sua racchetta Prince per una Dunlop, mentre Verdasco ha già abbandonato la sua nuova Yonex per tornare al vecchio telaio Tecnifibre: ma è così complicato per un professionista cambiare racchetta? Giuseppe Veloti (Bologna)

Certamente. Soprattutto se da tanti anni utilizzi lo stesso modello e il niovo marchio non riesce a fornirtene uno identico. Non a caso, accade raramente che un top player cambi racchetta: Federer e Nadal sono legati da contratti a vita, Roddick gioca da sempre con la sua Babolat eccetera eccetera. Quando Djojkovic è passato da Wilson a Head, ha avuto bisogno di un periodo di adattamento e la casa asutriaca ha dovuto impiegare forze notevoli per creare un modello ad hoc. Ora c’è il caso-Verdasco: passato da Tecnifibre a Yonex, aveva cominciato bene vincendo a San Josè, poi il feeling deve essersi rotto. Teniamo presente che ormai le aziende rinunciano spesso al cosiddetto paintjob, cioé a colorare una racchetta con la grafica di quella vecchia. Può avvenire all’interno dio un modello della stessa casa, ma non accade più (come negli anni 80-90) che una Wilson colori una Head o viceversa. Nel caso della Yonex poi, la forma isometrica della testa di tutti i suoi modelli, renderebbe comunque impossibile l’operazione. Il cambio dunque era evidente. I problemi sono legati generalmente ad un errore da entrambe le parti: 1. i giocatori si fanno allettare da ricchi contratti e non testano a sufficienza la racchetta (Verdasco e Davydenko hanno difatti cambiato telaio nel corso della stagione e non durante la pausa invernale, di solito utilizzata anche a questi scopi); 2. le aziende, se rimaste scoperte in fatto di testimonial importanti (vedi Yonex e Dunlop in campo maschile) si fanno prendere dalla fretta e firmano un accordo che rischia di diventare controproducente in termini di immagine se il giocatore dovesse far marcia indietro, come successo con Verdasco. Sarebbe opportuno che le aziende inserissero una penale in caso di rinuncia del giocatore, ma credo che pochi la firmerebbero. Ora resta da vedere cosa accadrà con Davydenko: per adesso utilizza sempre la sua vecchia Prince, in attesa che Dunlop gli fornisca una racchetta che si adatti alle sue esigenze. Poi, si spera funzioni. Il marchio inglese conosce bene il problema (vedi il caso Safin di qualche anno fa) ma ha certamente le risorse per far bene il suo lavoro. Nella speranza che non sia il giocatore a tradire le attese.

Federazione vs. Coach Privati

marzo 8th, 2010

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Ho letto l’intervista pubblicata del Corriere dello Sport al Presidente Fit Angelo Binaghi che non è stato molto tenero con i coach privati del settore maschile: è d’accordo con quello che ha detto? Fausto Terenzi (Bergamo)

 Non proprio e qui spiego: Binaghi ha detto che “da quando (lui e il Consiglio Direttivo n.d.r.) governiamo la Federazione abbiamo sempre messo il tennis di alto livello nelle mani dei coach privati. Sono quindi loro, più di noi, a gestire le disgrazie dei maschi e i trionfi delle donne. Credo quindi che dovrebbero essere loro, per quanto riguarda gli uomini, ad essere messi sul banco degli imputati. Sono loro a gestire Fognini, Bolelli, Seppi. Come Urpi, Panajotti, Coppo e altri hanno gestito le ragazze”. E’ il passaggio che ha suscitato le maggiori polemiche. Al di là che, quando le ragazze vincevano la Fed Cup non le si è esattamente definite dei prodotti dei coach privati, ma come si può dire che le disgrazie del tennis maschile sono da addebitare ai coach privati? Parliamo di professionisti (Riccardo Piatti, Massimo Sartori, Umberto Rianna, Fabrizio Fanucci, tra gli altri) che hanno dedicato la loro esistenza a crescere delle giovani promesse portandone diverse tra i top 30 (Seppi, Volandri, Starace e, speriamo in un prossimo futuro, Bolelli e Fognini): che sia un risultato disgraziato? Forse che con altri tecnici federali avrebbero raggiunto risultati migliori? Credo sia più probabile che, non ci fossero stati loro e la loro dedizione, probabilmente non avremmo avuto nemmeno i vari Seppi, Bolelli, Volandri, Starace. Il problema reale è che la federazione non ha mai creato un vero Centro di Formazione per Coach Professionisti. Non è un caso che tutti si rivolgono a… Riccardo Piatti. Lo hanno fatto Leo Caperchi (che ha cresciuto Fognini) e Massimo Sartori (che ha cresciuto Seppi); lo ha fatto Nicola Ceragioli (che ora segue la nostra miglior promessa, Federico Gaio), lo sta facendo chi ha un figlio promettente (Cosimo Napolitano) o chi vuole cominciare questa avventura (penso, per citare un esempio, a Denis Fino, che spesso si rivolge anche a Sartori). E sapete perché? Perché non c’è nessun’altra strada. E allora, prima di criticare i coach professionisti privati, bisognerebbe cercare di crearne di nuovi. Già, perché in Italia ne abbiamo pochissimi. Un esempio pratico? Quando Fabio Fognini ha interrotto il suo rapporto con Leo Caperchi (per volere del coach), non si è trovata nessuna soluzione valida in Italia e si è dovuti andare in Spagna, dove invece c’era l’imbarazzo della scelta. Anche perché in altri paesi riescono a riconvertire in coach la gran parte degli ex giocatori professionisti, cosa che da noi non avviene. In Italia invece, un Nicola Ceragioli che deve allenare la nostra miglior promessa (Federico Gaio appunto), si ritrova ad affrontare una situazione delicata e complicata (il passaggio di un giocatore da juniores a professionista), senza una valida esperienza alle spalle. E se dovesse chiedere un consiglio, da chi dovrebbe andare? Già, l’unica strada è rappresentata proprio da quei coach privati che gestiscono le disgrazie dei maschi. E non è finita, perché il Presidente Binaghi afferma che uno di questi coach privati (Umberto Rianna) dovrebbe lavorare con la Federazione da settembre! Insomma, una bella serie di contraddizioni. Senza considerare che i coach privati non sono altro che la massima espressione dei maestri Fit: se loro non fossero idonei a svolgere con successo questo lavoro, vorrebbe dire che il problema è da ricercare nel sistema che li ha generati. La realtà è che ci sono pochi maestri disposti a fare i coach professionisti e pochi ragazzi con consistenti possibilità di sfondare a livello professionistico. E’ dunque chiaro che bisogna intervenire, ma per riuscirci sarebbe più opportuno fare dell’autocritica piuttosto che scaricare le colpe.

Set ridotti

marzo 5th, 2010

set ridotti

Il Presidente ITF Ricci Bitti sta pensando a una riforma sostanziale, cioé quella di ridurre i set da 6 a 4 giochi, con tie-break sull’eventuale 4 pari: cosa ne pensa? Rodolfo Taverna (Moncalieri, TO)

Non la trovo totalmente insensata come altri addetti ai lavori. E’ chiaro che si tratterebbe di uno stravolgimento del gioco (e per questo credo sia poco attuabile, visto che il mondo del tennis non ama le rivoluzioni tecniche) ma ne guadagnerebbe lo spettacolo. In quanto guardano con interesse i primi game di un set? Pochissimi. Quante volte, dopo aver visto la fine di un set cambioamo canale (o andiamo a berci una bibita) prima di tornare e vedere le fasi salienti del set successivo? Accade quasi sempre. Un set comincia a diventare interessante dal 5-6 game in poi. Ecco, questo sistema ridurrebbe la durata delle partite (spesso troppo lunghe e televisivamente problematiche), tagliando sostanzialmente la parte meno interessante. E’ già successo con la pallavolo, quando fu eliminato il cambio-palla e si decise che tutti gli scambi valevano un punto. Lì per lì sembrava un cambiamento che avrebbe stravolto il gioco; in realtà ha fatto la sua fortuna. Chiaramente serve l’avallo dei giocatori (che credo non ci sarà) ma credo che organizzatori e spettatori ne sarebbero contenti. In alternativa, si potrebbe pensare di giocare con le regole attuali del doppio: no-ad sul 40 pari e super tie-breal al set decisivo: sarebbe un passo avanti per creare un maggior numero di momenti critici (e quindi appassionanti) durante una partita.

Torneo esibizione?

marzo 1st, 2010

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Andy Murray ha dichiarato di aver interpretato il torneo di Dubai quasi fosse un’esibizione: le sembra normale, considerato il montepremi ricchissimo? Ma davvero per i top player contano solo gli Slam? Dante Fevriero (Parma)

Francamente mi è parsa un’affermazione tanto grave quanto onesta. Grave perché il torneo è di quelli che contano, che probabilmente offre buone garanzie ai giocatori più forti e un trattamento di primissimo livello. E quindi non meritavano un simile “ringraziamento”. I dirigenti ATP guardano sempre più volentieri verso i ricchi paesi arabi e un’affermazione di questo genere deve aver urtato non poco sceicchi e investitori. L’entourage di Murray ha cercato di lenire le ferite dichiarando che si trattava di una dichiarazione presa all’interno di un contesto ben più ampio, ma non credo che la giustificazione abbia convinto gli organizzatori, al di là delle frasi di circostanza. In realtà però, Murray ha detto… la verità. Una gaffe simile era scappata anche l’anno scorso a Davydenko durante un torneo di preparazione all’Australian Open. I top players mirano solo ai traguardi più importanti, cioé gli Slam. Il resto conta poco. O meglio, molto meno. Gli stessi Masters 1000 subiscono spesso defezioni importanti. Murray ha detto di aver provato nuove soluzioni tecniche a Dubai, nel match perso contro Tipsarevic: state certi che non accadrebbe nemmeno al primo turno di un Roland Garros o Wimbledon. Detto questo, lo sport iper-professionistico obbliga a delle scelte perché ai tornei dello Slam bisogna arrivare freschi per puntare a vincerli: vi ricordate quanto successo l’anno scorso nella semifinale di Madrid, quando Nadal e Djokovic giocarono una partita pazzesca ma anche molto (troppo) dispendiosa? Il risultato è quello di aver spedito a Parigi due giocatori provati e la causa delle loro (sorprendenti) sconfitte va ricercata (anche) in quella partita. Non sarei per esempio sorpreso di vedere Nadal saltare un torneo tra Monte Carlo, Barcellona, Roma e Madrid, per evitare di arrivare troppo affaticato a Roland Garros.

La giusta programmazione

febbraio 23rd, 2010

bolelli

Ho visto che Bolelli si è iscritto al challenger di Rabat e, di conseguenza, non proverà le qualificazioni a Indian Wells e Miami: la trova una scelta corretta? Quanto è difficile organizzare una buona programmazione? Simone Precotti (Savona)

Presupposto che Riccardo Piatti (coach di Bolelli) è la persona più indicata e di maggior esperienza per fare scelte di questo genere, credo che sia arrivato il momento di giocare un paio di tornei di livello più basso, vincere qualche match e ritrovare quella fiducia che 14 sconfitte consecutive hanno certamente sottratto a Bolelli. Non deve essere stata una scelta facile perché Piatti vede i tornei challenger come la peste per un giocatore della qualità tecnica di Simone. Ricordo perfettamente come l’anno scorso si era opposto alla scelta di Fognini di giocare un paio di tornei challenger (uno per altro vinto a San Benedetto). Piatti è (giustamente) convinto che solo confrontandosi col top del tennis mondiale un giocatore può crescere e raggiungere il massimo del suo potenziale. Se lui e Bolelli hanno fatto questa scelta, è perché la considerano necessaria. Per quanto riguarda la programmazione, non è facile perché deve tener presente tanti fattori che sono diversi da giocatore a giocatore (richiami atletici, periodi di riposo, superfici di gioco etc etc). E’ però naturale, data anche l’atroce distribuzione dei punti ATP e l’assenza di bonus nel caso di vittorie su giocatori importanti, che non c’è nulla di male a disputare un torneo challenger. In Italia ci vantiamo di ospitarne un numero record, se poi un azzurro di buona classifica ne gioca uno viene criticato. E’ successo perfino con Seppi che ne ha giocati due (importanti e vinti) in tre anni! Chissà se le stesse critiche sono piovute addosso a Tipsarevic che settimana scorsa (da n.37 del mondo) ha giocato a Belgrado o a Stepanek e Berdych che (da top 20) giocano ogni anni a Bratislava (peraltro spesso incassando una probabile garanzia e perdendo nei primi turni).