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Mirjana Lucic si è qualificata per Wimbledon 2010. Nel 1999 giocò le semifinali
Di Riccardo Bisti
Quando Mirjana Lucic ha vinto l'ultimo punto contro Michaella Krajicek, decisivo per la qualificazione a Wimbledon, deve aver avuto un romantico flashback. Niente più cattivi pensieri dovuti alla presenza (e alle violenze) di un papà orco, ma il ricordo più dolce della sua prima carriera, bruscamente interrotta nel 2003. Correva l’anno 1999, e un giovanissima “Miki” (così la chiamano gli amici) battè Monica Seles e Nathalie Tauziat prima di raggiungere le semifinali a Wimbledon, torneo più prestigioso del mondo. Lottò per tre set contro Steffi Graf, sembrava destinata a un futuro da stellina. Invece giocò il suo ultimo Slam allo Us Open 2002, quando perse 6-0 6-0 da Venus Williams. L’anno dopo giocò 10 partite poi sparì, risucchiata in un vortice triste e perverso. Sembrava scomparsa, dimenticata da tutti. Con la famiglia si spostò a Tampa, in Florida. Con lei mamma Andelka, le sorelle Ana e Ivana e i fratelli Miro ed Ivan. Furono anni difficili, vissuti nell’incertezza se sfidare nuovamente il destino. “Sono stata a casa, ho trascorso molto tempo con la mia famiglia. Loro sono tutto per me, ho pianto più di chiunque altro ma mi hanno dato un grande aiuto. Quando si giocavano le prove del Grande Slam, soprattutto Wimbledon e Roland Garros, cercavano di distrarmi e tenermi impegnata”. Ma il sacro fuoco della passione non l’ha mai abbandonata, fino a un rientro datato 2007. Battè una giovanissima Melanie Oudin nelle qualificazioni di Memphis.
Un rientro difficile
Nel 2007 giocò solo quattro tornei (di cui due in Italia), ma il rientro vero e proprio risale al 2008. Senza grossi aiuti, Mirjana ha sgomitato nel circuito ITF come una ragazzina qualsiasi. I risultati andavano e venivano, le sconfitte brucianti non sono mai mancate. A Firenze, nel 2008, sciupò due matchpoint consecutivi contro Jelena Dokic in un derby tra “miracolate”. Avevano tante cose da dirsi, la croata che vive negli States e la serba naturalizzata australiana. Probabilmente l'hanno fatto, ma sul campo hanno lottato duramente. Vinse la Dokic 3-6 7-5 6-2 e diede il via alla scalata culminata nel commovente Australian Open 2009. Si pensava che la Lucic non sarebbe più tornata a certi livelli, eppure disse: “Combatterò fino alla fine”. Fiducia premiata: nel 2009 è arrivata la prima finale della sua seconda carriera (a Bayamon, Porto Rico, sconfitta dalla De Los Rios). Quest’anno è tornata a vincere un torneo, imponendosi a Jackson. Dai e dai, è rientrata tra le top 200. A Birmingham è ha nuovamente annusato l’aria di un torneo WTA, superando le qualificazioni e un turno nel main draw prima di cedere ad Aravane Rezai. Con queste credenziali si è presentata a Wimbledon. Poco importa che si sia giocato a Roehampton: il profumo dell’erba è lo stesso, e le sensazioni sono magicamente tornate. Via Smith, via Birnerova, via Krajicek: Wimbledon è nuovamente suo, 10 anni dopo.
Stellina bruciata
Mirjana Lucic divenne famosa nella seconda metà degli anni 90. Vinse lo Us Open junior nel 1996, ripetendosi a Melbourne l’anno dopo. Fu la terza giocatrice a vincere due Slam Junior prima di compiere 15 anni. Prima di lei c’erano riuscite Jennifer Capriati e Martina Hingis. Divenne professionista nell’Aprile 1997 e vinse subito il primo torneo WTA, imponendosi a Bol. Difese il titolo nel 1998, anno in cui vinse il doppio all’Australian Open (in coppia con la Hingis). Fu un record di precocità. Divenne numero 32 WTA in singolare e 19 in doppio, prima di sprofondare. Vittima del crudele meccanismo dello star system, che ti spazza via con la stessa facilità con cui ti esalta, ha corso pericoli mica da ridere. Ma oggi è nuovamente a Wimbledon: “Dopo così tanti anni, ogni partita giocata è come vincere Wimbledon. In questi giorni sono stata molto concentrata. Ho qualche problema muscolare, ma ho sempre lottato. Sono sempre dura con me stessa, ma adesso sono finalmente orgogliosa. Sono passata dai tornei più piccoli, senza nessun aiuto. E adesso sono arrivata!”. Il sapore del traguardo è ancora più dolce dopo aver sofferto così a lungo. Oggi ha 28 anni e può sorridere, ma il passato non si può cancellare. “Mio padre mi picchiava continuamente, quasi ogni giorno. Erano rari i giorni in cui andava tutto bene. Non era vita”. No, non la era. Anche perché dopo la fuga in America i problemi sono continuati. “Miki” viveva sempre sotto stress, al punto che dovette prendere degli antidepressivi contro la sua volontà. “Ma ho dovuto farlo: mio padre minacciava che avrebbe rapito me e i miei fratelli e che ci avrebbe uccisi o cose del genere. Eravamo sempre stressati”.
Le botte di papà Marinko
Nell’immagine sul sito WTA sembra un’attrice di soap opera, irriconoscibile rispetto alla bambolina di 10 anni fa. Una ragazza che però soffriva. Lo sa bene Goran Ivanisevic, che nel 1998 la aiutò a nascondersi dalla follia di papà Marinko poco prima che Mirjana volasse negli States: “Non era mai contento, qualunque cosa succedesse” racconta Ivanisevic “Io ho visto come le parlava. Credo che le abbia rovinato la vita. Sarebbe certamente entrata tra le prime 10”. I primi schiaffi arrivarono all’età di 5 anni, dopo che Mirjana aveva perso contro una bimba più grande. “Mi colpì al naso, sanguinavo. Ero sotto shock, non capivo più nulla”. La perfidia di Marinko non aveva limiti: la colpiva con una vecchia scarpa Timberland, ma solo in certe zone intorno al collo, in modo che i segni non fossero visibili. “A volte la testa mi faceva talmente male che non potevo lavarmi i capelli per una settimana”. Il momento più difficile è arrivato all’età di 14 anni, in occasione di un torneo giovanile a Milano. Cadde durante una sessione di allenamento e si fece male al ginocchio ed alla testa. Lo staff medico consigliava un forfait, ma lei giocò ugualmente arrivando in semifinale. Dopo il torneo tornarono a casa, nel loro appartamento di Zagabria, ed il padre (un ex decatleta olimpionico) la portò in bagno e la colpì per 40 minuti con la solita scarpa. Quando finì, le diede qualche soldo: “Mi disse di uscire e comprarmi un gelato”. Secondo lei la polizia non è mai intervenuta perché il padre è una figura potente in Croazia, e gli amici non hanno mai capito la vera entità delle violenze.
Una storia triste, poi il lieto fine
Il vaso si colmò nel 1998, quando Marinko minacciò di morte e aggredì la madre. Mirjana lo maledì e disse: “Ora basta, mai più”. Scapparono di casa e trovarono rifugio da Ivanisevic, implorandolo di ospitarle. Furono tre giorni di tregua. “Goran mi ha salvato la vita”. Mirjana giocò (bene) a Wimbledon, poi il 4 Luglio 1998 fuggì con madre e fratelli da un hotel di Zagabria. Erano le 2.30 del mattino, e scapparono in un rifugio in campagna in attesa di ottenere asilo politico. Furono 19 giorni in cui la sua storia finì sulle prime pagine dei giornali, anche perché non si presentò a un importante match di Fed Cup. Il 23 Luglio, finalmente, partirono per New York. Appena arrivata, si fece visitare da un medico. Responso? Disturbi da stress post-traumatico. Suo padre le stava rovinando la vita. Ed ha continuato a farlo: ci furono diversi sospetti sul fatto che lui fosse dietro alla causa intentata dalla IMG, la potentissima azienda di management, contro la Lucic accusata di aver preso dei farmaci che le rovinassero la carriera. Kevin Ambler, avvocato di Mirjana, disse che “Se sei potente come la IMG e vuoi rovinare un giocatore, beh, hai tutte le armi per farlo”. La IMG avvicinò la Lucic e il suo entourage durante lo Us Open 1998, dicendole che le avrebbero consentito di guadagnare cinque volte tanto se fosse passata nelle loro fila. All’epoca era rappresentata da Advance International (l’attuale Octagon), ma nel Dicembre 1998 firmò un contratto quadriennale con IMG. Furono anni difficili, tra contratti firmati e accordi rifiutati, sfociati in una causa che la fece cadere in depressione oltre che rovinarla economicamente. Tra il 2003 e il 2006, Mirjana ha trascorso lunghi pomeriggi a guardare la TV. Le piacevano i documentari su History Channel, ma non ha mai smesso di seguire il tennis. La famiglia provava a nasconderle il telecomando, ma fu tutto inutile. Piangeva nel vedere i grandi tornei. Non aveva i soldi per viaggiare, neanche un pulmino. Poi, piano piano, la ruota ha ripreso a girare. Nel 2006 disse: “Verrà il mio tempo, lo prometto. Qualcuno potrebbe pensare che non ce la farò, che sono stata ferma troppo a lungo. Ma nessuno può mettermi dei limiti, posso farlo solo io”. La sorella Ana le dava manforte: “Se troverà qualcuno disposto a darle una mano potrà fare grandi cose, credetemi”. Avevano ragione. Si è avverato il desiderio di Ivanisevic, un altro che esaudito i propri sogni proprio a Wimbledon. “Ci vorrà un po’ di fortuna, ha bisogno di un aiuto dall’alto per potercela fare. Ma se c’è qualcuno che lo merita è proprio lei”. Qualcuno, dall’alto, ha deciso di intervenire.
Pubblicato il 6 Luglio 2010 |
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