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CHIEDIMI SE SONO FELICIANO |

Talento purissimo, Feliciano Lopez non è mai andato oltre la 20esima posizione del ranking ATP
Di Antonio Incorvaia *
8 Febbraio 2010
Nell'Almanacco dei Luoghi Comuni dell'ATP - secondo cui David Ferrer «non regala un punto», Jarkko Nieminen «fa giocare male gli avversari» e Juan Carlos Ferrero «qualche anno fa questi colpi non li sbagliava», solo per fare qualche esempio - lui è uno dei pochi a comparire per ben due volte: alla voce «spagnolo atipico» e alla voce «party monster». Merito (o colpa?) del suo tennis aggressivo tutto-talento-e-niente-sudore, da cui l'accezione di «spagnolo atipico», e del suo risaputo buongusto per feste, gnocca e movida, da cui l'accezione di «party monster». Che, secondo i più, combinate insieme spiegherebbero perché Feliciano Lopez, in oltre dodici anni di attività, non sia mai riuscito a spingersi oltre la ventesima piazza del ranking, toccata a inizio 2005 e nuovamente sfiorata a metà 2008.
Un caso per Freud
E per quanto ci si possa sforzare di trovare tutti i Se e tutti i Ma che fino a oggi lo hanno tenuto lontano dalle posizioni reclamate dai suoi oggettivi meriti tecnici - "se passasse più tempo in campo che in discoteca", "se migliorasse quel rovescio da corso SAT", "se fosse allenato da qualcuno che gli insegna a soffrire" e via di seguito -, è probabile che l'unico in grado di avvicinarsi alla Verità sarebbe stato Sigmund Freud. Perché prima ancora che la discoteca, il rovescio e l'allenatore, è la psiche a relegare da sempre «il bel Feliciano» al ruolo di mina inesplosa del circuito, incapace di innescarsi per paura di fare del male a qualcuno. Non si spiegherebbero altrimenti le decine di sconfitte collezionate contro avversari evanescenti e/o ben al di sotto della sua portata (quella contro Karol Beck al primo turno di Wimbledon 2009 grida ancora vendetta) che chiunque altro liquiderebbe per 6/3 6/1 in un'ora scarsa. Lui no: lui (ri)mette tutti in gioco a prescindere. Com'è successo anche a Johannesburg, torneo che poi lo ha visto perentoriamente trionfare. Opposto a Benjamin Balleret nel match di esordio, ha servito per il match sul 6/1 6/5, si è fatto breakkare, è andato avanti 4/2 nel tiebreak e lo ha perso, è andato avanti di un break nel terzo set e lo ha restituito subito prima di chiudere fin troppo faticosamente per 6/1 6/7 6/3. Opposto a Gael Monfils, in semifinale, nel terzo set gli sarebbe bastato tenere la palla in campo e aspettare il momento giusto per attaccare, e invece ha iniziato a infilare errori gratuiti a vanvera agevolando il francese (limitato negli spostamenti da un infortunio) e complicandosi la vita fino al tiebreak. E qui la discoteca non c'entra.
Quanti rimpianti...
Per questo, nelle rare occasioni in cui riesce a tirare fuori gli attributi - una su tutte: la finale di Coppa Davis a Mar del Plata nel 2008, in cui ha fatto vedere i sorci verdi prima a Del Potro in singolare poi a Nalbandian in doppio - viene da chiedersi quanto più spettacolare sarebbe la lotta al vertice con un giocatore come lui a pieno regime. Forse non sarà neppure il titolo in Sud Africa, appena il secondo in carriera, a rivelarcelo, accendendogli la lampadina (anzi, la miccia) una volta per tutte. Pazienza. In fondo, rispetto a chi aspetta da 41 anni che qualcuno realizzi il Grande Slam o da 32 anni che un italiano entri nei Top10, aspettare soltanto 5 anni che Feliciano Lopez vinca un altro torneo non è poi tutto questo dramma.
*Antonio Incorvaia è l'autore del best seller "Generazione 1000 euro", da cui è stato tratto anche un film. E' un grandissimo appassionato di tennis e collabora con il nostro "Tennis Magazine" |