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Andre Agassi nella nuova veste di padre e marito. Sulla destra, la copertina della sua autobiografia
Di Riccardo Bisti - 30 Ottobre 2009, H. 17
Non si è ancora spenta la forte eco che ha accompagnato le anticipazioni sul libro di Andre Agassi, in uscita il prossimo 9 Novembre. L’ex campione americano, vincitore di otto prove del Grande Slam, ha confessato di avere utilizzato metanfetamine nel 1997, anno peggiore della sua vita sportiva e (forse) personale. Tutti hanno voluto dire la loro: giornalisti, giocatori, ex giocatori, appassionati. L’ultima a parlare è stata Martina Navratilova, che in un’intervista concessa a ESPN ci è andata giù molto dura. La Navratilova ha paragonato Agassi al campione di baseball Roger Clemens. “Sono scioccata. Non tanto per quello che ha fatto, ma perché ha mentito alle istituzioni. Per quanto mi riguarda è come Roger Clemens”. Clemens, pluridecorato campione della Major League Baseball, ha sempre negato di aver fatto uso di sostanze stupefacenti. Ma il suo ex trainer, Brian McNamee, ha rivelato di avergli iniettato steroidi ed ormoni della crescita nel periodo compreso tra il 1998 e il 2001.
Ha saputo risollevarsi
La Navratilova è molto delusa: “Andre ha mentito e gli è andata bene. Adesso il suo sbaglio non si può più correggere. Gli verranno tolti i titoli che ha vinto nel periodo in cui avrebbe dovuto essere sospeso? Ha battuto parecchi giocatori in quei mesi. Non so perché questa storia sia venuta fuori solo adesso”. Le affermazioni della Navratilova non hanno molto senso se si vuole credere a quanto scritto da Agassi. In fondo lui ha confessato una “semplice” sniffata in un periodo in cui era quasi fuori dal circuito, perso tra mille problemi non solo tennistici. Noi siamo d’accordo con quanto scritto dal giornalista americano Tom Perrotta: questa confessione non toglie ad Agassi il ruolo di modello per i giovani che si è costruito negli ultimi anni. Le iniziative benefiche e il supporto ai bambini non devono essere cancellati. Anzi, valgono ancora di più perché arrivate da qualcuno che era sull’orlo del baratro. Spesso si dice che non è grande chi non cade mai, ma chi ha la forza di rialzarsi dopo una caduta. E Agassi si è rialzato.
Colpe condivise con l'ATP
Ci sono però un paio di ombre. La prima (e qui la Navratilova ha ragione) riguarda le bugie. “La mia carriera era appena ad un filo, allora ho scritto una lettera all’ATP in cui ho mischiato tante menzogne a qualche verità. Alla fine ho chiesto clemenza”. Fu un comportamento gravissimo, al pari di quello dell’ATP che ha insabbiato il caso per una mera questione d’immagine. E non convince la difesa dell’Associazione Giocatori, secondo cui la decisione sarebbe stata presa da un tribunale indipendente. Ai tempi i controlli antidoping erano gestiti dall’ATP, in un clamoroso caso di conflitto d’interesse. E i tribunali venivano nominati dalla stessa associazione (come peraltro fa oggi l’ITF). La verità è che con le nuove norme, e un’istituzione super partes come la WADA, il caso Agassi non avrebbe potuto restare sotto silenzio.
Ha confessato tutto?
Senza voler essere colpevolisti ad ogni costo, bisogna considerare un altro aspetto, il più scomodo per i sostenitori di Agassi. Siamo sicuri che abbia confessato tutto? Siamo certi che oltre ad una semplice sniffata non abbia mai preso altro, magari per migliorare le sue prestazioni? Sono dubbi che non nascono dal nulla, ma dalle voci che si sono susseguite negli anni, in cui si è spesso accostato il suo nome a presunti casi di doping. L’episodio più recente riguarda il libro di Magnus Norman, in cui l’ex giocatore svedese racconta che il nome di Agassi sarebbe figurato tra quello di diversi giocatori trovati positivi nel 2003 e mai reso noto. Ci sono poi le accuse di alcuni tennisti francesi (Escudè, Santoro, Forget), che nel 2002 parlarono di misteriosi dossier in possesso di Mark Miles, ex CEO dell’ATP, in cui ci sarebbero state le prove della positività di Agassi. Voci rimaste isolate, con addirittura minacce di sanzioni. I difensori di Agassi ricordano come non siano mancate occasioni in cui il Kid non ha potuto difendere al meglio le sue chance perché provato fisicamente (l’allusione è alle due finali dello Us Open perse contro Sampras, nel 1995 e nel 2002). Vero, tuttavia il suo modo di stare in campo, il camminare con quei passetti rapidi e frequenti, il non riuscire a stare fermo erano prassi per gli appassionati, ma sorprendevano lo spettatore occasionale. Spiace avere dubbi su un così grande campione. Ma se è così, Agassi deve prendersela solo con se stesso e con questa tardiva confessione. |
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