MONEY, MONEY, MONEY


 
Di Riccardo Bisti


Le immagini sfavillanti che vediamo in tv, gli spot commerciali, le apparizioni glamour dei tennisti. Sono tre istantanee di un tennis che vuole apparire sempre più bello, ricco, esclusivo. Una specie di “salotto buono tra gli sport”. E adesso che si è aperto al mercato asiatico (il primo a intuirne le potenzialità fu Larry Scott, ex capo della WTA), le potenzialità sono immense. Proprio dalla Cina sta arrivando una piccola, grande rivoluzione: Na Li, campionessa di Roland Garros, sta per diventare la sportiva (la sportiva, non la tennista) più pagata del mondo. Lo rivela uno studio effettuato dagli economisti di Bloomberg. Secondo la classifica annuale stilata da Forbes, celebre rivista statunitense di economia e finanza, l’atleta più pagata al mondo è Maria Sharapova con 25 milioni di dollari di guadagni annui. In una classifica che comprende altre sei tenniste tra le top 10 (Caroline Wozniacki, Venus Williams, Kim Clijsters, Serena Williams, la stessa Na Li e Ana Ivanovic), la cinese è destinata a sbaragliare le avversarie. Dopo la vittoria a Parigi (vissuta in diretta da 116 milioni di cinesi), Na Li ha firmato sette contratti “pesanti”, tutti con un valore oscillante tra i 2 e i 3,5 milioni di dollari. E avrebbe potuto firmarne almeno altri cinque, volendo credere a Max Eisenbud, vicepresidente di IMG (la stessa società che cura gli interessi di Maria Sharapova e Roger Federer, ancora oggi il tennista più pagato al mondo). I guadagni di Na Li sono lo spunto per porsi una domanda: quello che vediamo in televisione è uno specchio fedele della realtà? Con il tennis ci si può arricchire? Va bene i top players, ma cosa succede quando si esce dai primi 100 giocatori del mondo? E come riesce a campare un coach professionista, un maestro di club, un direttore sportivo, un negoziante, un rappresentante d'azienda? Insomma, un appassionato che volesse sfondare in questo settore, che prospettive può avere? La risposta è complessa e articolata, specie se vogliamo considerare tutte le componenti che gravitano intorno al nostro sport.
 
470 MILIONARI
Tirando diritti e rovesci, i giocatori possono diventare molto ricchi. Ma per arrivarci bisogna essere dei campionissimi. Prendiamo la lista “all time” dei guadagni: il più ricco di sempre, con oltre 63 milioni di dollari di soli montepremi, è Roger Federer. Lo svizzero sopravanza di una ventina di milioni Pete Sampras e Rafael Nadal (gli unici a essere sopra i 40 milioni) e di una trentina Andre Agassi. Detto che queste cifre sono al lordo di tasse e spese, sono 37 i giocatori che nella storia del tennis hanno guadagnato almeno 10 milioni di dollari. A guadagnare almeno 5 milioni sono stati in 103, mentre 470 giocatori hanno superato la soglia psicologica del milione di dollari. Ecco la prima cifra importante: 470 milionari nella storia del tennis non sono una cifra straordinaria, visto che sono migliaia e migliaia quelli che hanno giocato almeno un torneo professionistico. Lasciando perdere i casi di giocatori che hanno dilapidato i loro guadagni (Roscoe Tanner su tutti), in percentuale sono ben pochi gli ex campioni che possono permettersi di vivere di rendita. Tantissimi ex giocatori, anche di ottimo livello, si sono riciclati in ruoli più o meno legati al tennis (commentatori, tecnici, allenatori). Più rari i casi di chi è riuscito a trovare la sua strada in un altro settore (su tutti Andrea Gaudenzi, ex numero 18 ATP e attuale top manager Bwin). Quella del tennista, ad ogni modo, è una professione a tutti gli effetti, gestita dall’ATP (Association of Tennis Professionals) per gli uomini e dalla WTA (Women’s Tennis Association) per le donne. L’ATP prevede un piano pensionistico, una sorta di “previdenza interna”. Nel 2010 il programma ha raccolto un milione e 800 mila dollari, grazie a una deduzione del 2% sui vari prize money. Per accedere al programma (cui possono far parte un minimo di 125 giocatori e un massimo di 160 all’anno), bisogna possedere determinati requisiti. Per i singolaristi sono sostanzialmente due: essere in regola con l’iscrizione all’ATP e aver giocato nel tabellone principale di almeno 11 tornei ATP nel corso di una stagione (sono esclusi gli Slam, i Challenger e i Futures). Se i giocatori sono meno di 125, gli ultimi posti saranno assegnati in base al numero di tornei giocati (10, 9, 8 e così via). In caso di parità all’ultimo posto, le priorità saranno assegnate in base ai punti ATP conseguiti nei vari tornei. Per ottenere il diritto alla pensione, bisogna aver maturato questi requisiti per almeno 5 anni (anche non consecutivi). La pensione scatta nel momento in cui il giocatore compie il 49esimo anno di età, e sarà corrisposta per 20 anni. L’importo, ovviamente, sarà direttamente proporzionale al credito conquistato dal giocatore.
 
90 MILIONI DA SPARTIRE
L’ATP è il sindacato dei giocatori, ma a volte si ha la sensazione che si comporti come una struttura commerciale. Circolano moltissimi soldi, ma sono concentrati su pochi giocatori. Un esempio riguarda i “Bonus Pool”, incentivi corrisposti ai primi 12 del mondo a fine anno a seconda del numero di partecipazioni ai tornei obbligatori. Si va da 100.000 dollari fino ai 2.000.000 (cifra destinata al numero 1 del mondo che partecipa a tutti i tornei obbligatori e ha rispettato tutti i suoi impegni, compresi quelli con gli sponsor e i fans). Attualmente, il bonus pool è di 6 milioni di dollari, ma salirà a 8. Adam Helfant, CEO dell’ATP dimissionario a fine 2011 (il suo posto è stato preso da Brad Drewett), ha comunicato l’aumento dei montepremi nel prossimo triennio. Nonostante la crisi, il montepremi complessivo dei tornei ATP toccherà i 90 milioni di dollari. Il fatto è che gli aumenti riguarderanno principalmente i tornei più importanti. I Masters 1000 avranno un incremento annuo del 9%, mentre è prevista una crescita addirittura del 30% per le ATP World Tour Finals, il cui montepremi salirà da 5.000.000 a 6.500.000 di dollari.  Secondo le statistiche fornite dalla stessa ATP, al 29 agosto ci sono 10 giocatori che nel 2011 hanno già superato il milione di dollari guadagnati in stagione. In 43 hanno superato la soglia dei 500.000 dollari, mentre sono in 169 ad aver superato i 100.000. Sotto questa cifra, tra tasse e spese, è un miracolo se si riesce a chiudere in pari la stagione.  Si entra così in un mondo ben diverso da quello che ammiriamo in televisione. È la realtà dei tornei Challenger oppure, ancor più giù, dei tornei Futures. L’ATP gestisce il circuito Challenger, mentre l’ITF (International Tennis Federation) controlla gli Slam, la Coppa Davis ma anche la giungla dei tornei minori. Una montagna di tornei (477 nel solo 2010) dove centinaia di ragazzi lottano per prendersi un posto al sole. Ma in pochi ce la faranno. Molti dovranno alzare bandiera bianca, anche (o soprattutto?) per l’assenza di risorse. Sarebbe forse auspicabile che la montagna di denaro gestito dalle associazioni che guidano il tennis fosse gestito in modo più equilibrato.
Nessuno mette in discussione il fatto che i biglietti, gli sponsor e i benefici d’immagine siano dovuti ai vari Djokovic, Nadal e Federer. Ed è giusto che i migliori guadagnino di più. Ma anche coloro che oggi sono tra i top 10 sono passati dai tornei minori e sanno cosa significa lottare per sopravvivere in tornei dove vai in pari solo se arrivi in finale. Da non credere? Prendiamo i tornei challenger. Oggi i montepremi variano dai 35.000 ai 150.000 dollari (da 30.000 a 106.500 euro), mentre i tornei ATP più piccoli hanno un montepremi minimo di 400.000 dollari. E se vinci un Challenger di buon livello, prendi meno di quanto guadagneresti raggiungendo il secondo turno in un Masters 1000. “L’ATP deve impegnarsi a tutelare anche i tornei 250 – racconta Claudio Pistolesi, rappresentante dei coach nel Board ATP – per questo è giusto che ci sia una buona distinzione tra le due categorie. Perché se aiuti troppo i challenger, poi rischi di danneggiare alcuni tornei del circuito maggiore”. Il ragionamento fila: si spiega anche così il divieto dei challenger di “ingaggiare” i giocatori di richiamo (come invece è permesso nei tornei ATP). Una “liberalizzazione” metterebbe in difficoltà i tornei più grandi e creerebbe una sorta di concorrenza interna. Non ci sembra giusto, tuttavia, che la forbice tra i grandi tornei (Slam e Masters 1000) e tutti gli altri sia sempre più grande. Prendiamo l’aumento annuo del 9% dei montepremi nei tornei Masters 1000: siamo sicuri che quei soldi non avrebbero potuto aiutare i tornei più piccoli, pur mantenendo intatta la differenza tra ATP e Challenger? E i 3 milioni e mezzo che andranno a gonfiare i portafogli dei primi al mondo tra le ATP Finals e i Bonus Pool, non si potevano usare diversamente? Pistolesi estende il discorso anche all’ITF: “I tornei del Grand Slam incassano una montagna di soldi: è vero che vanno alle federazioni che li organizzano, ma il tennis è di tutti. Non sarebbe male se venissero aiutati i ragazzi che frequentano i tornei Futures”.
 
GUADAGNI DA IMPIEGATI
Diamo un’occhiata ai portafogli dei tennisti. Nel 2011, hanno ritirato almeno un prize money la bellezza di 3.053 giocatori (dati aggiornati al 29 agosto 2011). Novak Djokovic ha conquistato oltre 8 milioni di dollari, cifra facilmente moltiplicabile grazie a contatti e sponsor. Il numero 100 ATP, Marsel Ilhan, ha conquistato 140.154 dollari. Facile ipotizzare che gliene siano rimasti in tasca circa la metà, sottratte tasse e spese (coach, viaggi etc). 70.000 dollari in 8 mesi, diciamo 10.000 dollari scarsi al mese. Una cifra importante, ma è sufficiente per arricchirsi? Il turco metterà da parte parecchi soldi, ma quante spese ha dovuto sostenere per arrivare dove è adesso? A fine carriera potrà permettersi di non lavorare? Ha fatto scalpore un’affermazione di Sara Errani, top 40 WTA, vincitrice di due titoli e membro del team azzurro di Fed Cup. “Se mi mettessi a fare i conti tra quello che ho speso dall’inizio della mia carriera e quello che ho guadagnato, beh, credo di non essere ancora in pari”. E stiamo parlando di una giocatrice che ha guadagnato oltre un milione e mezzo di dollari. Ma continuiamo nel nostro viaggio. Prendiamo Jonathan Dasnieres de Veigy, 24enne francese numero 250 ATP. Tipico frequentatore dei tornei Challenger, quest’anno ha guadagnato 26.105 dollari. Il suo introito mensile, tolte tasse e spese, è paragonabile a quello di un impiegato del catasto. E stiamo parlando del 250esimo miglior interprete del proprio lavoro al mondo. Se scendiamo ancora più in basso, le cifre diventano tragiche. Il numero 499 ATP è il polacco Grzegorz Panfil. Di soli prize money, ha incassato 8.000 dollari. È probabile che l’anno scorso abbia guadagnato di più giocando la nostra Serie A1 con il Circolo Canottieri Aniene di Giovanni Malagò. Il numero 1000 ATP è italiano: si tratta di Emanuele Molina. Si allena presso il Tennis Club Milano con Laura Golarsa, e in otto mesi di attività ha incassato 2.162 dollari. Con queste cifre diventa dura anche solo pensare di andare avanti. Dei 3.053 giocatori che hanno guadagnato soldi nel 2011, in 1.675 hanno guadagnato una cifra inferiore ai 1.000 dollari. E di sicuro hanno speso molto di più. A non superare la soglia dei 10.000 dollari, invece, sono stati in 2.540. Insomma, da una parte c’è un “occidente” del tennis sempre più ricco. Dall’altra c’è una fila sconfinata di giocatori che devono stare attenti a cosa comprano al supermercato.
 
BILANCIO IN PASSIVO
Ce lo raccontano Davide Della Tommasina e Riccardo Sinicropi, due giovani azzurri che sgomitano nei tornei minori. Il caso di Della Tommasina è emblematico: da giovane era una delle migliori promesse azzurre, ma non è ancora riuscito a sfondare. “I miei obiettivi sono sempre gli stessi – racconta – vorrei arrivare a giocare, nel più breve tempo possibile, i tornei più importanti. Vorrei guadagnare con questo sport, il tennis è il mio lavoro. Se non dovessi farcela, mi dedicherò all’attività di maestro o ai tornei Open”. Della Tommasina si riferisce ai tornei Futures, il gradino più basso del professionismo. Tornei con cifre irrisorie in palio, dove guadagnare è quasi impossibile. Si dividono in tre categorie di montepremi. 10.000 dollari, 15.000 dollari oppure 15.000 dollari più ospitalità. Nei tornei ATP e nei Challenger, infatti, l’ospitalità è a carico degli organizzatori, mentre solo pochi Futures si accollano questa spesa. E per i giocatori è un disastro. Allora diventa necessario risparmiare. Sui viaggi, per esempio. Dice Sinicropi: “Se non sei ricco di famiglia e non hai aiuti, sei praticamente costretto a giocare in Italia. Andare all’estero è impossibile. Personalmente godo di un contributo FIT, ma fino a quando ci saranno i tornei in Italia sono rimasto qui. Solo a fine stagione ho trascorso qualche settimana all’estero”. La differenza tra il tennis e gli sport di squadra sta proprio nelle spese. Se fai parte di un team di calcio, basket, pallavolo... tante spese sono a carico della società. Il tennista, salvo aiuti e/o contributi, deve fare da sé. “Le difficoltà ci sono – continua Della Tommasina – l’ospitalità ti permette di risparmiare sull’alloggio, ma non è la regola. Spesso ti trovi a girare in posti abbastanza cari e a tirare fuori soldi di tasca tua, senza peraltro avere aiuti come la transportation. E allora anche cose banali come una lavanderia o un trasferimento alla stazione ferroviaria diventano problematici”. Mentre i premi di tornei ATP e Challenger sono in bella mostra accanto ai tabelloni, quelli dei Futures sono nascosti. Si trovano solo spulciando le 132 pagine del regolamento ITF. Si va dai 1.950 dollari in caso di vittoria in un 15.000$ ai 117,50 se perdi al primo turno in un 10.000. Con cifre del genere, il rischio di andare in passivo è altissimo. “Lascia perdere – continua Della Tommasina – se non c’è l’ospitalità vai in passivo di sicuro. Solo l’ospitalità ti permette di cavartela. Se poi vai avanti, magari riesci a mettere qualcosa da parte. Ma nei 10.000$ rischi di andare in passivo anche se vinci delle partite”. E allora diventa difficile giudicare male chi dedica tanto tempo ai tornei a squadre (Italia, Germania e Francia le più gettonate, ma si trovano ingaggi anche in Austria e in Olanda) oppure si dedica a qualche torneo Open nel corso della stagione. Non ci si può stupire che giocatori dotati di una buona classifica ATP come Thomas Fabbiano, Daniele Giorgini e Matteo Marrai vadano a giocare il torneo di Forte dei Marmi in piena estate. Le spese sono tante, un modo per affrontarle bisogna pure trovarlo. Ma siamo sicuri che tutto questo interessi all’ATP? Qualche tempo fa, Martin Vassallo Arguello (uno dei tennisti più impegnati sul piano politico-sociale), disse: “Adam Helfant è sempre ai grandi tornei, parla con Federer e Nadal. Ma perché non viene a un Future e chiede un parere al numero 800 del mondo?”. Chissà se Drewett seguirà il consiglio...
 
 
DIRIGENTI CON STIPENDI DA CALCIATORI
Intraprendere la strada di giocatori offre grandi prospettive ma nessuna certezza di sfondare. È un po’ diversa la carriera dirigenziale. La gavetta c’è anche lì, ma quando arrivi, i guadagni sono di un certo livello. Il bilancio dell’ATP offre spunti interessanti. Adam Helfant, nel solo 2009, ha guadagnato quasi un milione e mezzo di dollari (qualche mese fa era circolata voce che avesse chiesto un sostanzioso aumento, ma lui ha smentito nel comunicato in cui annunciava le dimissioni a fine 2011). Una cifra impressionante ma non troppo. In fondo l’ATP muove un giro d’affari superiore agli 80 milioni di euro, ed è normale che il suo amministratore delegato riceva uno stipendio importante. Nei suoi quattro uffici sparsi in giro per il mondo (la sede centrale è a Ponte Vedra, poi ci sono quelli di Monte Carlo, Sydney e Londra), l’ATP può contare su 61 dipendenti. Alcuni di loro guadagnano più di mezzo milione di dollari l’anno, fino ad arrivare ai 60.000 scarsi percepiti dai membri del Board (rappresentanti dei giocatori e dei tornei). Si tratta di cifre significative, rese ancor più succose dal fatto di essere nette. I membri dell’ATP, infatti, quando sono in giro per il mondo, godono di tutti i rimborsi spese del caso. Una voce che nel solo 2009 ha superato i 2 milioni di dollari. Tuttavia, pur in un momento di crisi generale, le cose vanno alla grande. Altrimenti non sarebbe stato possibile l’aumento di montepremi previsto nel prossimo triennio. Le cose vanno bene anche nel circuito femminile: nonostante lo spettacolo non sempre straordinario, negli ultimi anni ha saputo vendersi alla grande. L’accordo con Sony Ericsson, title sponsor fino all’anno scorso, aveva fruttato la bellezza di 80 milioni di dollari che hanno dato una certa stabilità. A ottenerlo fu Larry Scott, il cui incarico è stato ereditato dalla canadese Stacey Allaster, il cui stipendio è di poco inferiore ai 900.000 dollari. E il numero sempre crescente di tornei “combined” ha permesso alla WTA di “vendersi” insieme all’ATP, con tutti i benefici del caso. Insomma, si può arrivare a cifre importanti ma bisogna raggiungere incarichi di un certo livello su scala internazionale. Restando nel proprio paese, è possibile arricchirsi giusto se sei al comando di una federazione ricca come la USTA, i cui presidenti (che cambiano ogni due anni, anche se viene automaticamente eletto chi ha fatto il vicepresidente nei due anni precedenti) guadagnano oltre un milione di dollari. Ma siamo in una dimensione professionistica, un po’ come accade in Olanda, forse il paese al mondo con il maggior numero di tesserati in proporzione alla popolazione. Lì non c’è il presidente, ma il General Manager. In Italia, il paese dei dirigenti dilettanti, il ruolo di Presidente Federale è (era…) puramente onorifico, eccezion fatta per i rimborsi spese. Le ultime modifiche allo Statuto della Federtennis, tuttavia, hanno cambiato il panorama. L’articolo 52, comma 8, infatti, dice che al Presidente e ad altri dirigenti (individuati dallo stesso Consiglio Federale), oltre ai rimborsi, spettano delle indennità “determinate dal Consiglio Federale stesso, in conformità dei criteri e dei parametri stabiliti dalla Giunta nazionale del C.O.N.I.”. Insomma, anche il Presidente FIT ha uno stipendio. La grande differenza tra i guadagni dei tennisti e quella dei dirigenti sta nella loro variabilità. Se un tennista non vince una partita, beh, non guadagna. Al contrario, i benefit dei dirigenti sembrano indipendenti dai risultati.
 
COACH O MAESTRO: QUESTO E’ IL DILEMMA
Se spostiamo invece l'attenzione dai giocatori agli insegnanti, bisogna subito fare una distinzione tra il coach professionista e il maestro di club. Il primo è un lavoro che offre maggior visibilità ma consente di guadagnare cifre sostanziose solo se il giocatore che si allena diventa un top 100. Lasciando perdere i coach dei top player che ricevono compensi fissi che possono superare i 2-300.000 euro, a livello di numero 50-60 del mondo, un coach riceve mediamente 30-35.000 euro all'anno più una percentuale sul prize money (netto) guadagnato dal giocatore (circa il 10%). Il coach del numero 50 dunque, può arrivare a intascare 70-80.000 euro, oltre a vedersi rimborsate trasferte, pranzi, eccetera. Chiaramente, se il livello del giocatore scende, diventa difficile chiedere fissi onerosi e la percentuale di un prize money misero non serve ad arrotondare. Diventa dunque un investimento o comunque un'esperienza che fa curriculum. A tutto ciò bisogna aggiungere che in campo femminile, gli stipendi diminuiscono di circa il 20%, ma la concorrenza tra coach è inferiore. Se invece parliamo di maestri di club, allora la faccenda cambia. In questo momento, l'ideale è poter gestire un piccolo club o comunque la scuola tennis di un centro comunale. Non è necessario aver un settore agonistico sviluppato; i genitori sono sempre più alla ricerca di luoghi di svago sicuri per i loro figli e le scuole tennis devono spesso rifiutare le iscrizioni. In queste condizioni, un maestro può guadagnare anche 3.000 euro al mese. Vanno poi sottratte tasse e assicurazioni contro gli infortuni e un fondo pensionistico, per non rischiare di arrivare acciaccati a 50 anni e senza un sicuro rendimento futuro.
Se invece non siete voi a gestire la scuola, considerate un guadagno di circa 15-20 euro all'ora, che possono salire solo nei migliori club delle città più importanti. Va però considerato che quasi nessun maestro può vantare un contratto a tempo indeterminato. Generalmente col circolo si stipula un doppio accordo: il primo da giocatore dilettante che permette di non pagare tasse per emolumenti fino a 7.500 euro; per il resto, il maestro si dota di partita Iva e versa il 23%. È poi consuetudine pensare che il maestro intaschi tutto in nero, col cliente che paga in contanti a fine lezione. Ora però l'Agenzia delle Entrate ha dato mandato alla Siae di controllare centinaia di associazioni sportive e chi vi opera. Dopo la lezione, un ufficiale Siae potrebbe dunque fermare il cliente e chiedere se ha ricevuto regolare ricevuta, esattamente come dovrebbe accadere con lo scontrino fiscale all'uscita di un bar. In caso contrario può scattare la multa e in ogni caso è lo stesso club a combattere il "nero" per preservare la sua buona immagine. In ogni caso, osservando la situazione, è facile intuire perché tanti bravi istruttori preferiscono fare i maestri in un buon tennis club piuttosto che affrontare l'avventura professionistica.
 
IL DIRETTORE DI CIRCOLO
La figura di riferimento nel circolo (che spesso non è solo di tennis) è quella del direttore. Vi sono tre tipologie di questa figura, più o meno professionali: la prima è una situazione dove nel club comandano i consiglieri e mettono come direttore un pensionato, spesso ex dirigente d'azienda: 1.000 euro
al mese possono bastare. La seconda è assumere una sorta di capo-villaggio, magari un ex maestro stanco della vita sui campi. In questo caso, lo stipendio sale a 1.600-1.800 euro. La terza è quella più professionale, cioè prendere un dirigente preparato, che conosce la realtà locale e con una certa esperienza manageriale. Il costo sale a 2.500-3.000 euro al mese. Ma se un circolo ci crede... "L'ideale poi è mantenere a lungo la stessa figura di direttore - spiega Fabio Rossi che ha diretto per diversi anni il CT Reggio Emilia -. Conoscere club e soci è un aspetto fondamentale". Per questo servono contratti a tempo indeterminato (parola che piace poco ai consiglieri dei tennis club) ma doverosi rispetto a un lavoro che obbliga a vivere il club dieci ore al giorno, sei-sette giorni alla settimana.
 
VENDERE, VENDERE, VENDERE
Un'altra opportunità è quella più classica e commerciale: aprire un negozio di tennis. I tempi non sembrano dei migliori. "Semplice, per reggere le spese e guadagnarsi uno stipendio da 25-30.000 euro l'anno - spiega Paolo Moro, titolare di uno dei negozi più specializzati d'Italia, Cà Sport di Rivarolo Canavese - un negozio specifico di tennis da 80-100 mq, deve fatturare 300.000 euro e deve essere gestito dal proprietario e, al massimo, da un commesso-incordatore. La marginalità del prodotto non è alta e bisogna considerare i costi di affitto, luce, fiscalista, tassa del suolo pubblico, insegna, costi Siae per la tv. Metti insieme due promozioni e il guadagno rischia di sparire". Il problema è che commercianti non si nasce e nemmeno ci si inventa. In molto hanno provato e attualmente soffrono la crisi perché basta sbagliare qualche acquisto per giocarsi la stagione. Nei primi mesi del 2011, gli insoluti da parte dei negozianti sono schizzati alle stelle, a conferma che è un'opportunità affascinante ma non semplice da attuare. Perché quello del tennis è un mercato vivace, con una base di praticanti notevole ma che muove cifre ancora troppo basse: il fatturato delle aziende di tennis a livello mondiale, raggiunge a malapena i 600 milioni di euro. Troppo pochi per garantire sviluppi commerciali (e conseguenti profitti) di alto livello.
 
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L’INCORDATORE
È una figura che dovrebbe essere molto cara all'appassionato, il vero punto di riferimento di un negozio specializzato. Eppure non è un lavoro facile da gestire e nemmeno così remunerativo come si potrebbe pensare. Il costo della manodopera per un'incordatura varia infatti tra i 7 e gli 8 euro. Alcuni negozi però sfruttano personale poco specializzato per un cachet di 5-6 euro a incordatura. Difficile quindi che un bravo e preparato incordatore arrivi a strappare un contratto da 2.000 euro al mese, tanto più che c'è la concorrenza di alcuni maestri che arrotondano lo stipendio incordando nelle ore libere. Mediamente, un incordatore (che svolge anche mansioni di commesso) arriva a uno stipendio di 1.300 euro, con punte di 1.700-1.800 quando svolge mansioni di maggior responsabilità. E anche in questo caso, il proprietario del negozio si può avvalere di contratti a termine o con forme che ne limitano le spese accessorie (leggi tasse). E così per l'incordatore-commesso, ricevere un contratto a tempo indeterminato non è la regola attuale.
 
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PROMOTER E RAPPRSENTANTE
Un tempo era un lavoro ambìto, quando negli anni 70-80 bastava presentarsi in un negozio per firmare un ordine. Adesso la faccenda è più complicata. I grandi marchi preferiscono assumere direttamente il rappresentante che si ritrova il suo stipendio fisso a fine mese. Chi invece svolge questo lavoro da libero professionista, riceve provvigioni tra il 6 e il 7% e, per pagarsi stipendio e spese (benzina, autostrada,  tasse, eccetera) deve fatturare circa un milione di euro all'anno. E non sono tanti i marchi che possono garantire tutto ciò. Come naturale conseguenza. il rappresentante deve essere plurimandatario, cioé occuparsi di vari marchi (non concorrenti e anche di settori diversi). Tuttavia, in una situazione di crisi economica come quella attuale, per contenere i costi, il rappresentante è spesso costretto a diminuire la sua presenza sul punto vendita, rischiando però di offrire un servizio meno preciso. Una soluzione è quella di "arrotondare" facendo anche il promoter, procacciando all'azienda contratti con giocatori e club. Ma per guadagni sostanziosi bisogna aspettare momenti migliori.